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Come facevamo a far sentire la nostra voce negli anni 80?

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La tecnologia ha dato voce a chi una voce prima non l’aveva. Attraverso i forum, i blog e i social network ognuno di noi ha la possibilità di condividere la propria opinione, su tutto. La visibilità è un’altra cosa, certamente, ma rispetto al passato è più semplice che un’idea particolarmente buona – o un’idea particolarmente stupida – goda di un periodo di notorietà.

Questo è l’aspetto che mi ha fatto innamorare di internet, perché io ho sempre avuto qualcosa da dire e un gran desiderio di dirlo a più persone possibile.

Ma negli anni 80 non era così semplice.

Per farti sentire dovevi essere famoso e pochissimi diventavano scrittori, giornalisti o persone di spettacolo. Noi del popolino dovevamo accontentarci di piccoli momenti di celebrità a livello locale.

Qualche ardito prendeva parola durante il Cineforum all’oratorio, rubando per pochi istanti la scena ai mattatori abituali: il prete e il sindaco. Nei bar e dai due parrucchieri “Il Santo” e “Angelo Forbici d’oro” impazzavano le discussioni sportive e politiche, forse anche profonde ma alle quali la ristrettezza dei locali limitava comunque la portata e la risonanza. Il mio papà, davanti ad ingiustizie sociali intollerabili come una multa immeritata o un articolo fazioso, scriveva una lettera al quotidiano locale, “La Provincia di Como”. E loro la pubblicavano con tanto di risposta.

Sostanzialmente, insomma, non c’era modo per i più giovani di far sentire la propria voce.
Ricordo che un giorno, a scuola e durante la lezione di inglese, scoprii l’esistenza dello Speaker’s Corner di Hyde Park, a Londra. Era affascinante: ogni domenica mattina c’era un discorso. Se volevi parlare ti prenotavi, se volevi ascoltare dovevi semplicemente farti trovare lì. Ho passato del tempo a cercare il mio Speaker’s Corner, senza successo, così ne creai uno.

Frequentavo la prima media e trascinai i miei compagni di classe in un ambizioso progetto editoriale. Si chiamava “Il Gazzettino Maslianichese” ed era un giornale locale, il giusto compromesso tra ‘Chi’ e ‘Giallo’. I miei amici ed io giravamo per il paese a caccia di notizie e facendo sondaggi. Ricordo ancora il sondaggio “Chi è il personaggio storico che preferisci?” che ottenne risposte come:
1) “Mussolini” (2 risposte). Ai tempi non capivamo.
2) “Gesù”. Avevamo chiesto a dei Testimoni di Geova.
3) “Ormai ragazzi non c’è più nulla da fare”. Intervistammo clamorosamente una vedova all’uscita del funerale di suo marito.

Quello del funerale fu uno sbaglio che rifacemmo, volutamente e ingenuamente. Sì, perché nel nostro paesino, se volevi incontrare un po’ di gente nei pomeriggi infrasettimanali, non avevi molta scelta. Cercando di evitare con attenzione i familiari più stretti, intervistavamo i funeralisti più accaniti, dovendo tra l’altro fare i conti con un enorme problema: Omar, detto ‘Bero’.

Il Bero, discreto cronista ed eccezionale disegnatore, si occupava delle illustrazioni. Oggi è architetto. Ai tempi aveva uno strano difetto: se c’era un’occasione triste, come un corteo funebre, a lui veniva da ridere, tipo il tizio degli scacciapensieri della Televisione Svizzera (citazione comprensibile solo da chi vive in zona confine). Ricordo gli appostamenti. Passa il feretro. Passa la famiglia. Noi in silenzio aspettando il momento giusto per intervistare le persone. Poi ci giriamo verso Bero. Tiene la testa stretta tra le mani e sussulta. Qualcuno avrà pensato stesse piangendo. Noi invece sapevamo.

I nostri articoli migliori, che provocarono anche delle telefonate ai nostri genitori, erano quelli di denuncia:
“La lavanderia [NOME] non rispetta gli orari di apertura”.
“Incidente in via XX settembre, il giovane alla guida era senza patente” (fatto mai verificato ma articolo corredato da targa della vettura)”.
Insomma, ci divertivamo un sacco e pubblicammo anche diversi numeri, ma a parte i nostri genitori e le 10-20 persone a cui vendevamo il giornale al prezzo di 500£ a copia, nessuno leggeva quello che scrivevamo.

Per quelli come me era frustrante. Ancora oggi mi capita, sia in privato che in pubblico, di rispondere alle critiche rivolte ai social media. Faccio una gran fatica a restare calmo, perché quella frustrazione fa ancora parte di me e non capisco come ci sia ancora chi non si rende conto di quanto siamo fortunati oggi rispetto a prima. Certo, contro i social si sono pronunciate anche voci autorevoli come quella di Umberto Eco:

“I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. (dal discorso pronunciato alla laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media conferitagli dall’Università di Torino nel giugno 2015).

Ovviamente io sono una briciola e lui era un gustoso panino, ma guarda un po’, grazie ad internet posso esprimere la mia idea. Che si articola così:

1) Internet è sicuramente un’istituzione democratica e quindi già di per sé ammirevole.
2) Le comunità, virtuali e non, hanno un grande potere di autoregolazione e autogestione. Se al bar uno dice una cazzata, chi non è d’accordo è libero di correggerlo.
3) L’idea di non dare la parola a un individuo che non si conosce è dubbia, e vale in qualunque contesto. Anche in un luogo pubblico: certo, potrebbe dire qualcosa di orribile, di razzista, di spregevole; ma anche qualcosa di illuminato, fonte di ispirazione. Io sono per correre il rischio. Io trovo giusto che l’imbecille abbia lo stesso diritto di parola di un premio Nobel, perché anche un premio Nobel, per dimostrare al mondo di essere un genio, ha dovuto prima trovare qualcuno disposto a fidarsi di lui ed ascoltarlo.

Ad alcuni dei detrattori dei social gli anni 80 mancano tanto… perché nell’impossibilità di tutti di farsi sentire, si sentivano meno stupidi. Io invece ringrazio i creatori di questo sito/blog perché mi permettono ancora, dopo tanti anni, di scrivere e comunicare le mie storie e le mie idee.