Home Come facevamo a... Come facevamo ad andare in vacanza?

Come facevamo ad andare in vacanza?

665
CONDIVIDI
vacanza

Sono sulla quarantina e non mi piace litigare.
Non mi è mai piaciuto.
Non difendo strenuamente le mie idee politiche, non mi batto per il calcio o il ciclismo e neppure per la deriva della società moderna.
Sono in grado di stare ad ascoltare predicanti impreparati snocciolare stupide e ignoranti teorie su questo e su quello, standomene in accomodante e noncurante silenzio.

Ma non toccatemi Riccione.

“Dove potrei andare in vacanza?”
“Riccione?”
“Bleah, che schifo! Mare di merda e caos.”

E allora io parto. Anche se la discussione è al tavolo di fianco.
Perché di una cosa sono certo.
Chi parla male di Riccione, a Riccione non ci è mai stato.
Io non solo ci sono stato, ma è stata il mio punto di riferimento per le vacanze degli anni 80 e 90. Prima con la famiglia, poi con gli amici. Ed è vero, oggi Riccione non è più come era 30 anni fa, ma rimane un posto dal fascino inimitabile.

Riccione negli anni ’80 era il top dei top. Il santuario delle prime volte.

La prima volta che ho bevuto la birra.
La prima volta che sono entrato in una sala giochi.
La prima volta che ho visto un nero.
La prima volta che sono sceso da uno scivolo acquatico.
La prima volta che sono salito su una ‘carrozzella’.
La prima volta che sono andato in discoteca.

Aquafan
Aquafan

Ogni vacanza, soprattutto quando ero più piccolo, era un susseguirsi di rituali.
Riccione era sempre uguale a sé stessa, e scandiva la propria vita come un orologio.
Tutto succedeva sempre nello stesso modo e sempre alla stessa ora.
Nato sotto il segno della Vergine, adoravo la sua prevedibilità.

In spiaggia la mattina era cadenzata dalla nave che passava davanti al bagno Giorgio 110 e con il megafono invitava all’immancabile crociera serale, partenza dal porto ore 20.30.
Dalla signora della pizza – Pissaaaa, Bomboloooni – donnone dall’età imprecisabile, di bianco vestita ma con abbronzatura cinerea. Dal marinaio che vendeva i gelati – Bombaaaa!
Piangete bambini che la mamma vi compra la Bombaaaa! – La Bomba era un gelato al limone che generalmente si squagliava prima che tornassi sotto l’ombrellone. Poi l’aereo con lo striscione pubblicitario, i cocco bello e alla fine l’aperitivo al porto. Io e il mio papà ordinavamo due Bitter bianchi e arrivavano olive, patatine, salatini, spiedini di gamberetti e cozze.

La bomba!
La bomba!

Il pomeriggio, dopo il pranzo e il riposino, era una riproposizione più o meno fedele della mattina.

Le cose succedevano di sera.
Ad esempio, a Riccione ho incontrato per la prima volta una persona di colore.
Come è cambiato il mondo in poco più di 30 anni!
In tutta la provincia di Como, per i primi 6 anni della mia vita, non avevo mai visto un nero.
E i neri non c’erano neppure in spiaggia a quel tempo.
Chi vendeva gli asciugamani, chiamati prima in maniera razzista e poi più amichevole ‘Vu Cumprà’, erano per lo più nordafricani, soprattutto marocchini.

Il primo nero lo incontrai durante la passeggiata serale in Viale Dante.
Se vai a Riccione la sera cammini in Viale Dante e in Viale Ceccarini, non si scappa.
Ero nei pressi del Savioli, locale ai tempi famosissimo, poi decaduto e da molto tempo chiuso.

L’Italia aveva appena vinto i quarti di finale dei Mondiali ed io ero in giro avvolto nel tricolore.
Un ragazzo di colore, giovanissimo, stava festeggiando come poteva, cantando e ballando sulle sue stampelle. Mi vide nella mia bandiera e volle a tutti i costi una foto con me.

Mia madre ha ancora quella foto, con me e il giovane ragazzo nero avvolti nella bandiera italiana.

Credo che quell’episodio contribuì a radicare in me la convinzione che il calcio sia in grado di unire più che di dividere, e allo stesso tempo ricordo il desiderio di quel ragazzino di sentirsi parte di un mondo che probabilmente lo stava respingendo.
Riccione negli anni 80 era già multiculturale e multietnica e in estate erano i tedeschi, presenti in grande numero, che comandavano.
Erano i tedeschi quelli che spesso incontravi in giro ubriachi, e dovevi stare molto attento a non prenderle.
Capito? I tedeschi.

Riccione era anche meravigliosamente camaleontica.
Perfetta per i bambini, era il Paese dei Balocchi.
Perfetta per i ragazzi, un paradiso di feste e perdizione. Perfetta per gli anziani, con tutti i servizi a portata di mano a prezzi contenuti e orde di ragazzi da criticare – giusto per passare il tempo.
Nelle piazze si esibivano cantanti e personaggi di ogni genere e sorta.
Il mio preferito era Beppe Maniglia, che arrivava a suonare sulla sua Harley Davidson con tanto di strumenti e amplificatori.
Muscoli in bella vista e chioma bionda ossigenata, incarnava perfettamente il macho degli anni 80.

Da perfetto emiliano-romagnolo era un grande frontman, e durante le sue esibizioni faceva esplodere con il solo fiato la boule dell’acqua calda.
Ma suonava pure bene la chitarra, con uno stile inconfondibile; talmente inconfondibile che due anni fa in Piazza Maggiore a Bologna l’ho riconosciuto ancora prima di vederlo; proprio lui, Beppe Maniglia, con i capelli ingrigiti, qualche chilo di troppo, ma con lo stesso talento e incredibilmente la stessa Harley Davidson.

Pochi anni fa sono anche tornato a Riccione.
E non è cambiato molto.
Soprattutto non sono cambiate le persone, sempre allegre, cordiali e disponibili. Dopo una sola settimana in Romagna, tornato ad interfacciarmi con l’innata ostilità degli esercenti comaschi, ho faticato molto a riabituarmi ad essere trattato come un ospite pagante indesiderato.

Riccione era anche il luogo perfetto per stringere nuove amicizie: all’epoca quasi tutte le famiglie andavano in vacanza sempre nello stesso periodo e nello stesso posto, per cui i ragazzi che conoscevi li ritrovavi poi ogni anno.
Come Mirko con il quale siamo, difficile a crederlo essendoci visti quindici giorni all’anno, cresciuti insieme.
All’inizio ci univa il calcio sulla spiaggia: ci siamo conosciuti così, in una sfida 2 contro 2 all’ultimo sangue contro due biondissimi ragazzi tedeschi.
Ricordo bene anche la loro mamma, biondissima come loro e perennemente in topless. Ad ogni gol Mirko festeggiava commentando le sue tette, tanto loro non potevano capire.

Ma il vero cuore di Riccione era invisibile agli occhi.
Era la vita notturna in discoteca.
La prima discoteca in cui misi piede, grazie all’audacia e alla peluria precoce del mio amico Mirko che fece da lasciapassare, era il mitico Peter Pan.
Fu come entrare in un altro mondo.

Peter Pan
Peter Pan

Come quella volta che… ma un attimo, quelli erano già gli anni 90! E quindi non ne posso parlare…
Posso però assicurarvi, e chi di voi ha letto il mio post Come facevamo a pomiciare negli anni 80 non faticherà a crederlo, che ho un piccolo record personale: credo di essere stato l’unico turista seriale di Riccione che non è MAI riuscito a concludere nulla.
Niente, neanche una limonata scippata ad una turista su di giri.

No, Riccione era la patria della botta e via, e quella non era di certo la mia specialità.