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80 ragioni per vedere Cattivissimo Me 3

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Non so quanto abbiate atteso “Cattivissimo Me 3”, ma per quanto mi riguarda era la prova del nove per la tenuta della saga, dopo i vertici dei primi due episodi e la delusione totale di “Minions”.

Non voglio rovinarvi la sorpresa ma il mio giudizio sintetico è: meglio di Minions, peggio di “Cattivissimo Me” 1 e 2.
Anche la costruzione del film è all’intersezione tra le trame credibili e scorrevoli dei primi due episodi e il bozzettismo di Minions, sostanzialmente una successione di gag legate da un tenue filo narrativo.

In “Cattivissimo Me 3” la trama c’è, e nel più puro stile romanzesco: un cattivo, un’ambientazione esotica (l’isola di Freedonia), un momento di crisi (il licenziamento di Gru e Lucy da AVL e l’abbandono dei Minions), un momento di agnizione (l’incontro col fratello gemello Dru, di cui non conosceva l’esistenza). Ci sono le difficoltà di Lucy nel suo nuovo ruolo di mamma, la dinamica tra i due gemelli ritrovati, quella tra le bambine. Eppure qualcosa non funziona: tutto sembra un pretesto, appunto, per infilare una gag dopo l’altra.
Il punto è però, per noi appassionati di anni 80… che tutte le gag riguardano il nostro decennio preferito.

Visto in questi termini, Cattivissimo Me 3 è pura gioia per gli occhi.
La produzione ha attinto a piene mani dagli Eighties non solo per il supercattivo Balthazar Bratt, bambino in quegli anni e che ha continuato a viverci, rifiutando il declino della sua popolarità, ma anche per tutto il resto.
Freedonia è una caricatura dell’Europa dell’Est ai tempi della Guerra Fredda, l’arma finale di Bratt è un robottone in stile Megaloman, mentre il professor Nefario è rimasto accidentalmente intrappolato in una lastra come Han Solo in L’Impero Colpisce Ancora e Balthazar si allena guardando le videocassette di ginnastica di Jane Fonda, assistito da un robot che sembra uscito da un catalogo Mattel dell’epoca.
A sorreggere il tutto una colonna sonora che va dai Berlin di Take My Breath Away ai Genesis e da Whitney Houston all’onnipresente Michael Jackson, e quindi quasi per intero Anni 80 (con buona pace di Pharrell Williams).

Il film parte col botto, con la scena dell’assalto alla nave di Bratt armato di Walkman, maxi-gomme da masticare e Keytar.
Di lì è un lento ma inesorabile declino, che conferma se non altro la difficoltà di fare sequel all’altezza del primo episodio (persino Star Wars non imbroccò del tutto Il Ritorno dello Jedi…) anche se il finale lascia aperta la porta a un quarto episodio, e del resto la simpatia dei Minion – usati stavolta col contagocce – non accenna a diminuire.
Nel complesso quindi un film senza infamia e senza lode, ma che resterà negli annali per l’efficacia con cui ci riporta nel Magico Decennio.

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