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Bill Collins

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Bill Collins

Molti di voi avranno dovuto sciropparsi il sapore della “madeleine” inzuppata nel the, che riportava Marcel Proust indietro all’infanzia e dava l’avvio alla Ricerca del Tempo Perduto. Quelli però erano gli anni 80 dell’Ottocento, e se siete cresciuti un secolo più tardi, per ritrovare in un biscotto i sapori dell’infanzia dovete prima fare i conti con il cambiamento dei prodotti, delle ricette o perlomeno degli ingredienti (sono sicuro che nei Galletti del Mulino Bianco l’olio di palma non c’era).
Per cui è molto più facile ritrovare sensazioni perdute con un brano musicale, piuttosto che con un biscotto.

Se cerco tra tutti i sapori musicali quelli che più mi riportano agli anni 80, non sono né le tortine di Madonna né i biscotti di Michael Jackson, e neppure le ciambelline dei Duran Duran.
Per qualche ignoto motivo, è il sapore dei Genesis.
I Genesis del dopo Peter Gabriel – che per me rimane infatti un signore che fa musica stravagante.

I Genesis dei miei anni 80 erano invece trascinati dal loro batterista, e facevano canzoni che trovavo irresistibili – pur se con testi incomprensibili, come tutti i testi inglesi.
Ma se risento “Invisible Touch“, “Sussudio” o “Easy Lover“, mi torna in mente proprio tutto di quegli anni: il rumore dei motorini truccati (© Luca Carboni), la mia polo preferita (Best Company color violetto), la Sala Giochi in cui mi infilavo nei pomeriggi d’estate e dal cui juke-box usciva un po’ di tutto, ma spesso erano i Genesis.

Dopo Peter Gabriel, i Genesis sono appunto il loro batterista Philip David Charles Collins, detto “Phil”. Phil Collins va oltre i Genesis, con una carriera da solista luminosa per quanto caratterizzata da canzoni tristi – ispirate al naufragio del suo primo matrimonio – come “Against All Odds” o “A Groovy Kind Of Love”. Non appena torna nel gruppo, fa di nuovo vedere la stessa carica irresistibile, a tratti esilarante, nei testi e nei video di “We Can’t Dance”.

Ma siamo ormai nel decennio nuovo: è il 1991.
Poi Phil si contenta di qualche colonna sonora, qualche album meno fortunato e infine scompare per un po’ – del resto tutti prima o poi scompaiono, tranne forse Elton John – con una ripetuta serie di addii attraverso tour finali, Greatest Hits, concerti in posti romantici come Roma (2007) e insomma le solite cose.

Ma a star lontano dal palco Phil proprio non ce la fa: qualche settimana fa è tornato con una nuova serie di concerti (il tour ha il fantastico titolo “Not Dead Yet” e non tocca l’Italia, ma qualche biglietto si trova ancora) in cui canta, ma non suona più la batteria. E sale sul palco con un bastone perché tanti anni di percussioni e un’operazione sbagliata a una vertebra (capita anche alle star) gli hanno rovinato la spina dorsale e tolto la sensibilità alla mani.

A parte che mi chiedo come debba stare Tullio De Piscopo, la cosa mi ha fatto riflettere e sono andato a vedermi la biografia di Phil scoprendo, dietro ai quattrini e alle paillettes dello show biz, un povero diavolo. Mentre Peter Gabriel faceva il fenomeno e si fidanzava con una supermodella dopo l’altra, Phil continuava a provarci col matrimonio, passando da una moglie (e relativi figli) all’altra – belle, ma non esattamente gnocche – e da un divorzio all’altro, di cui l’ultimo per la cifra record di 25 milioni di sterline. Giustificata dal fatto che essendo l’unico cantante con Paul McCarney e Michael Jackson ad aver venduto oltre 100 milioni di album tra carriera solista e di gruppo, Phil è ricco sfondato, con un patrimonio stimato in oltre 130 milioni di sterline.

Dopo il divorzio, Phil si è trovato da solo nella bella casa in Svizzera cadendo nel vortice della depressione e dell’alcolismo (forse se avesse scelto di vivere Italia non gli sarebbe successo, ma tant’è).

E insomma nonostante i successi, Phil non deve aver avuto una vita facile. A parte i figli e i divorzi, i problemi fisici e la depressione e l’alcolismo, ha anche dovuto fare i conti con l’aperta ostilità della stampa inglese, che lo ha sempre attaccato per via del suo essere “troppo commerciale” e del suo aver avuto “troppo successo”. Mah. A me piace per questo: “Another Day in Paradise” e “I Wish It Would Rain” sono bellissime, ma dopo un po’ torno a ballare “Sussudio” come Balthazar Bratt.

PS
Lo so che nel titolo c’è scritto “Bill Collins” e non Phil Collins: è il nome che Phil dà al suo alter ego nel video – bellissimo, come tutti i video dei Genesis – di “I Wish I Would Rain”. Guardatelo.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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