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CCCP

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Nel paese in cui la tradizione della musica popolare ha come cardine la triade sole – cuore – amore, un gruppo come i CCCP non poteva non attirare l’attenzione di critica e pubblico.

La band aveva scelto come ragione sociale la sigla in cirillico dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e suonava il punk: ma un punk contaminato dalle melodie del liscio emiliano e da suoni industriali che evocavano l’acciaio, anziché le levigate sonorità da hit parade.

Gli artefici di tanta avanguardia erano due giovani uomini figli dell’Emilia “sazia e disperata”: Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.

Il primo, dopo essere stato un militante della sinistra extraparlamentare, aveva lavorato come operatore psichiatrico. Deluso dalla politica, logorato emotivamente dalla sua professione, a ventotto anni Giovanni incontra a Berlino, in una discoteca assurda, una sorta di clone di Antonio Gramsci: è il ventiquatrenne Massimo. Non proprio due ragazzini insomma.

Entrambi scoprono nell’altro la stessa voglia di dare una svolta alla propria vita.
Lo faranno indossando le vesti stracciate e borchiate del punk, in qualità di cantante il primo e di chitarrista il secondo.

Con un bassista in carne, spilloni e ossa e con l’ausilio di una batteria elettronica danno vita al gruppo. Ma durante le prime esibizioni si rendono conto che l’impasto di suoni sferraglianti e strofe urlate raggela gli spettatori. Così decidono di coinvolgere nel loro progetto Annarella, una “benemerita soubrette” addobbata con panni in stile filosovietico e Fatur, un minaccioso performer. Nasce così una compagnia teatrale – musicale che per anni ha proposto spettacoli in cui il pubblico, mentre cantava e pogava, si sottoponeva a una singolarissima seduta psicanalitica collettiva.

Non poteva essere altrimenti, visti i titoli delle canzoni dei CCCP: Valium Tavor Serenase, Curami, Noia, Allarme, Emilia Paranoica. Un esistenzialismo tutto italiano, incorniciato da suoni abrasivi. Testi costruiti su slogan decontestualizzati (“Sei tu, chi può darti di più?”), provocazioni dadaiste, estratti dalle opere di intellettuali e scrittori come Roland Barthes e Yukio Mishima e musiche che attingevano sì dal punk inglese ma anche dalla new wave e dal krautrock. Un oltranzismo ben rappresentato dal loro album più importante: “Affinità e divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età.”

Nei dischi successivi i nostri geniali dilettanti hanno abbandonato certi stilemi punk che i fans avevano ormai interiorizzato (le canzoni costruite con due accordi e i testi urlati), per spingersi nel territorio dei sintetizzatori e del pop (“And the radio plays”), passando per imprevedibili collaborazioni (“Tomorrow” con Amanda Lear) per sfociare infine nella complessità ridondante di un disco che con i CCCP degli esordi non aveva niente da spartire (Epica Etica Etnica Pathos).

L’ultima traccia di questa fin troppo ambiziosa raccolta di canzoni è il capolavoro della band, Annarella.

Il brano si chiude con l’alternarsi delle strofe «È finita – Non è finita», probabilmente a significare che Ferretti e Zamboni, dopo lo scioglimento dei CCCP, avrebbero anche potuto dar vita a un nuovo progetto musicale.

Così è stato, nel decennio successivo, con i CSI.

Gli iconoclasti degli anni Ottanta sarebbero diventati delle venerate icone della scena alternativa pubblicando un capolavoro come Linea Gotica.

Ma questa è tutta un’altra storia.

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