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Ciao, comprati Arrapaho

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Si chiama Ettore ed è stato uno dei tanti fornitori (o meglio spacciatori) musicali durante la mia adolescenza anni ottanta.
Ogni volta che con la mia fida bicicletta correvo a casa sua, mi proponeva la sua raccolta di cassette perlopiù di contenuto rock: Bon Jovi, Iron Maiden e Def Leppard, alternate ad una band allora a me sconosciuta: gli Squallor.

Chiaramente per noi ragazzini dell’epoca ascoltare album con titoli come “Vacca“, “Troia“, “Cappelle” o “Pompa” era un modo a buon mercato di vivere un po’ di ribellione, senza dover per forza scendere in piazza a scambiarsi bastonate come accadeva nel decennio precedente. Un po’ di volgarità gratuita, capace di farci fare insieme un po’ di sane risate, bastava e avanzava.

La volgarità era senz’altro una delle innovazioni degli anni 80.

Gli Squallor
Gli Squallor

Ma chi erano gli Squallor?
Nati negli anni 70 quando pubblicano le loro opere “migliori”, riescono ad arrivare alla massa e al successo solo nel decennio successivo.

Daniele Pace e Giancarlo Bigazzi (i parolieri), Alfredo Cerruti (discografico) e Toto Savio (chitarrista) sono i pionieri del sound volgare in Italia e i genitori naturali di un altro fenomeno che negli anni 80 si fa le ossa: “Elio e le storie tese”.

Pace e Bigazzi, autori di rispettabilissime hit come “Lisa dagli occhi blu”, “Montagne verdi”, “Gloria” e la nostra amata “Cosa resterà degli anni 80” si uniscono agli altri due folli autori per dare vita al progetto più strampalato e azzardato della storia musicale italiana: una band fantasma, che non appariva in video, nelle interviste o tanto meno nelle copertine degli album, ma che generava musiche e testi surreali, apprezzate almeno nel decennio settanta da una ristretta cerchia di fan.

“Mutando” (1981) e “Scoraggiando” (1982) sono gli album che aprono il decennio e che vengono apprezzati solo dai soliti fedelissimi (e pochi) fan della band.

Tanti i personaggi e le situazioni create dagli Squallor, come la saga di “Pierpaolo” e la sua famiglia cristiana, il simil Umberto Bossi che tenta di conquistare la Napoletana “Berta“, passando per brani come “Il Vangelo secondo Chinaglia” o l’omelia di “Piazza Sanretro”.

Ma la vera svolta arriva con il disco Arrapaho, merito anche dal tormentone lanciato nello spot sulle reti Fininvest che nella Milano da bere si annunciava con un indimenticabile: “Ciao, comprati Arraphao“.

Sì, perché Arrapaho non fu soltanto un disco, ma anche un film, realizzato dal regista napoletano Ciro Ippolito, che almeno nelle intenzioni voleva portare in Italia la comicità dei Monty Python.
Il film racconta le gesta sessuali delle tribù degli Arrapaho e Frocehienne, insomma da annoverare come una vera e propria pellicola spazzatura, la quale nonostante questo e un investimento limitato a 100 milioni di vecchie lire, incassa ben oltre i 5 miliardi di lire.

Segue il film “Uccelli d’Italia” e relativo album, ma ormai la fase calante degli Squallor è iniziata ed è inarrestabile.Ricordo benissimo che il brano che io ed Ettore ascoltavamo continuamente era “Berta” del 1977 (il quale negli anni 80 ebbe anche un meno riuscito seguito).

Vi lascio quindi alla lettura del testo, giusto per capire che allora più che mai ci si divertiva veramente con poco.

Berta

C’è la sua figlia Rosanna?
– Sì.
– Me la fa scendere giù che le devo dire una cosa a quella troia?
Berta, ti amavo, ma scendi giù che ti spacco il culo brutta troia,
voglio vederti qui tra le mie braccia pelose,
fai scendere anche la Rosamunda che voglio andare in due stasera.
Berta non fare la stronza, che sto qui aspettando da due ore,
ho consumato già due cassette di Little Tony.
C’ho un toro nelle mutande, vieni giù,
che scalpita per te, vieni,
se scendi ti faccio vedere il paradiso,
Berta, vieni giù,
dai ti prego,
che ho già scaldato la macchina,
c’ho pure la moquette dentro,
me l’ha messa l’ingegner Zamberletti.

– Senti pirla,
a me, nun me passa manco p”o cazzo ra mochetta ‘e Zambelletti,
‘e chella bucchina ‘e mammeta, ‘e capito?
‘I stò pe cazzi re miei, ‘e sorde ‘e tengo,
a fella ‘e carne m”a magno tutt ”e juorne,
a te e sta’ seiciento ‘e merda ch t’hanno accattato ‘e genitori tuoi. Ahhhhhh.
Io mi alzo la mattina:
me faccio nu bello bagno, me magno n’uovo,
e chi cazzo mo fa fa?
Chi cazzo mo fa fa?
Tiééé.
Zambeletti, Berta scendi, spacco qua, spacco là, ma ch”e spaccà?
Tieni na supposta invece do cazzo.
Tiééé.
M’aggio’accattato nu sunetto, l’ho comprato tutte le sere.
Chella mammà mo diceva sempe: n”o dà retta ‘o milanese,
è dell’alta Italia:
tene ‘a mutanda ‘e lana e ‘o cazz ‘e fierro.
Ma và, nun ce spaccà ‘o cazzo!
a te e a tutta chella bucchina’e chi t’è muorto,
shuu! alla faccia tua!
Fammocca a chi t’è muorto!
A te, a mammeta, a pateto e a chillu cesso ‘e chella piezza ‘e bucchinara
e a chillu bucchino ‘e pateto.
Ahh, a me basta la musica, eh, una pasta con le patane, è finito lì.
Berta, Berta.
Tiééé!

– Berta, Berta! Vacca di una puttana troia!
Se non scendi domani mattina mi devo far operare,
sono quindici anni che non me la dai,
ti prego vieni giù, no?
Ti do’ una perticata e torni su,
lo sai che c’ho una bella bestia, no, non lo puoi dire di no.

– A chi ???
bestia, bestia, ‘o toro ‘o toro? Ma quale toro?
Che ce ne fotte a nuie ‘e sti tori?
Che stamm”a macelleria, ‘e piazza vico do terzo,
ma nun ce rompere ‘o cazzo, vattenne!
A te, a chella bucchina ‘e mammeta
e a chillu cesso ‘e pateto.
Vafanculo!!!

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