Se c’è un gruppo che ha saputo raccontare gli anni ’80 prima ancora che gli anni ’80 esplodessero davvero, quel gruppo sono i Devo. Non erano semplicemente una band new wave, né soltanto un fenomeno eccentrico da classifica: i Devo erano un’idea, una provocazione, un progetto artistico totale nato ad Akron, in Ohio, nel 1973. La loro storia parte dall’incontro tra Mark Mothersbaugh e Gerald Casale, studenti a Kent State University, in un’America ancora sotto shock per la guerra del Vietnam, le tensioni sociali e il trauma delle proteste represse nel sangue nel 1970.
Proprio da quel contesto nacque il concetto di de-evolution, cioè l’idea che la società moderna, invece di evolversi, stesse regredendo. Nei Devo questa teoria non rimase una semplice intuizione filosofica, ma diventò il cuore di tutto: canzoni, look, performance, filmati, copertine e video. La band costruì così un linguaggio unico, in cui la musica pop veniva trattata come un esperimento artistico e il concerto come una forma di performance multimediale.
Influenze
Le influenze dei Devo furono tanto musicali quanto culturali e politiche. Il gruppo venne plasmato dal clima delle proteste universitarie e dalla disillusione post-sessantottina, ma anche da un immaginario che univa avanguardia, cinema, tecnologia e ironia. Il loro approccio “art-meets-music”, come lo definisce la stessa band, li rese subito diversi sia dal rock tradizionale sia dal punk più istintivo e rabbioso. Sul piano della carriera, furono cruciali anche alcuni sostenitori illustri. David Bowie li definì “the band of the future”, mentre Brian Eno produsse il loro album d’esordio del 1978, Q: Are We Not Men? A: We Are DEVO!, contribuendo a portare il loro universo sonoro verso un pubblico più ampio. Attorno a loro si mossero anche figure come Iggy Pop e Neil Young, segno che i Devo erano percepiti non come una semplice curiosità, ma come una vera avanguardia del rock americano.
Lo stile
Parlare dei Devo significa parlare di stile in senso totale. La loro musica fuse punk, elettronica e pop sintetico in una forma nervosa, meccanica, spigolosa ma anche sorprendentemente orecchiabile, mentre l’estetica visiva costruiva un mondo fatto di uniformi, geometrie, colori netti e straniamento. I loro costumi coordinati e la loro immagine quasi “industriale” trasformavano ogni apparizione in qualcosa di immediatamente riconoscibile. Anche il tono era fondamentale: i Devo non erano mai solo seri e mai solo ironici. Usavano l’umorismo deadpan, il kitsch fantascientifico, il surrealismo e la satira per mettere in scena una critica del conformismo, dei media e della società dei consumi. È proprio questa miscela di concetto e immediatezza ad averli resi così influenti: sotto la superficie bizzarra, i Devo stavano parlando del presente con una lucidità quasi profetica.
Il boom su MTV
Il grande salto avvenne con Freedom of Choice del 1980, l’album che trasformò i Devo in un nome popolare a livello internazionale. Il singolo “Whip It” fu il punto di svolta: il brano diventò il loro successo simbolo e il relativo video trovò nuova e potentissima visibilità con l’arrivo di MTV, lanciata nel 1981. Proprio l’esposizione continua del video su MTV contribuì a rilanciare e consolidare la popolarità della canzone e del gruppo presso il grande pubblico. I Devo furono perfetti per la televisione musicale perché avevano capito prima di molti altri che il pop degli anni ’80 sarebbe passato anche dall’immagine. Le loro clip non erano semplici accompagnamenti promozionali, ma estensioni naturali della loro poetica, fatte di concept, umorismo visivo e identità grafica fortissima. Non a caso la loro biografia ufficiale sottolinea che le loro innovazioni sonore e visive contribuirono a definire l’estetica della prima era MTV.
Negli anni ’80 i Devo continuarono a sviluppare il proprio linguaggio con album come New Traditionalists, Oh No! It’s DEVO e Shout. Anche quando il mercato pop cambiava rapidamente, il gruppo mantenne una posizione unica, a metà tra critica culturale e intrattenimento, tra sperimentazione e forma-canzone. Forse non rimasero sempre al centro delle classifiche, ma il loro impatto sull’immaginario del decennio fu enorme, soprattutto per chiunque abbia pensato alla musica come qualcosa da vedere oltre che da ascoltare.
Il docufilm Netflix
Il documentario “DEVO”, diretto da Chris Smith, ripercorre proprio questa traiettoria: dalle origini artistiche e politiche della band fino alla consacrazione pop e alla lunga eredità culturale. Il film è stato presentato al Sundance nel 2024 e in seguito è arrivato su Netflix come titolo originale della piattaforma. Le fonti disponibili lo descrivono come un racconto costruito con materiali d’archivio rari e interviste ai membri del gruppo, utile per capire come i Devo abbiano trasformato una visione radicale in un fenomeno musicale e visivo. Il documentario è interessante perché mostra bene quanto i Devo siano stati più di una band “strana” o di un singolo tormentone. Furono invece uno dei gruppi che meglio anticiparono il linguaggio del decennio: sintetico, visuale, ironico, inquieto e profondamente legato al rapporto tra musica e immagine.
Rivedere oggi la storia dei Devo significa capire che molta cultura pop anni ’80, da MTV all’estetica sintetica fino al videoclip come opera, è passata anche da loro. Dietro i cappelli rossi a “energy dome”, dietro “Whip It” e dietro l’apparente assurdità, c’era un progetto artistico serissimo, nato dal caos degli anni ’70 e diventato una delle forme più intelligenti e memorabili del pop anni ’80.
