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E Frogger divenne Froccer

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Frogger

Era un pomeriggio di fine estate, un pomeriggio mesto di quelli con le nuvole cariche di minacciose promesse.
A malapena valicata la soglia dei 10 anni, io e Cavoz, vagavamo cercando di salvare il salvabile del pomeriggio, ma le opportunità che offriva la provincia emiliana a due bambini squattrinati, in una giornata come quella, rasentavano veramente lo zero.
Così entrammo al bar.

Uno scorcio dell'interno del Bar Gianni negli Anni 80

Tutti i paesi di provincia hanno un bar, di solito anzi ce ne sono quattro o cinque; il nostro deteneva il record mondiale di densità per abitante, possedendone almeno una quindicina che in quegli anni iniziavano a popolarsi di variopinti armadi a un’anta:
le coin-op.
Ogni bar ne aveva una o due in un angolo – il che significava ovviamente che potevi giocare a un gioco o due.
Il bar Gianni, però, aveva a disposizione una grande sala da biliardo, e per quanto veleggiasse sereno oltre i 70 anni di età, Gianni ebbe l’intuizione visionaria di accantonare il calciobalilla per far posto a un flipper e 6 – dico 6 – coin-op, che poi per noi erano “i videogiochi” e basta.
Anche se il primo (Moon Patrol) lo avevamo visto in gita in uno squallidissimo bar lungo la Via Emilia, fu al bar Gianni che facemmo così la conoscenza di Pac-Man, Karate Champ, Hyper Olympics e compagnia bella.
L’abbondanza di possibilità ludiche rese il bar Gianni meta di un incessante pellegrinaggio di ragazzini, che quasi mai entravano al bar vero e proprio (se non per cambiare le azzurre banconote da cinquecento lire in monetine), ma stazionavano attorno ai videogiochi in proporzioni da cantoniere: uno giocava e quattro o cinque guardavano. Non avendo soldi in tasca, noi due eravamo appunto andati per guardare.

Lui, il "Gianni"!
Lui, il “Gianni”!

Anche guardare non era banale come sembra.
Come in tutte le cose della vita, c’erano quelli bravi a giocare, da cui imparavi se non altro che oltre il terzo schermo esisteva tutto un mondo inesplorato (e inaccessibile ai più); e c’erano quelli scarsi, da cui ti allontanavi dopo due minuti.
Sempre però si parlava di uomini: i bar e i videogiochi, come un sacco di altre cose, non si addicevano alle ragazze.
Quella volta, però, nella sala semivuota e poco illuminata dal cielo gravido di pioggia, a giocare c’era soltanto una ragazzina, molto più grande di noi avendo probabilmente ben tredici o quattordici anni, con un giubbotto jeans slacciato, gli occhiali, i capelli corti e il ciuffo di un altro colore come usava allora (e a quanto pare anche ora).
Stava giocando con una certa foga, assistita da un’amica che guardava la partita.

Ci mettemmo rispettosamente a guardare a un metro di distanza (normalmente ci si appoggiava a una sponda, avvicinandosi allo schermo finché quello che giocava non ti mandava a quel paese).
La ragazza stava giocando a Frogger, un gioco della Konami di una banalità sconcertante ma che fu una vera hit dell’epoca.
Avevi una squadra di 5 rane che dovevano attraversare in sequenza una strada e un fiume, senza venire investiti dalle auto, mangiati dai serpenti o cadere in acqua.
Dall’altra parte del percorso c’erano 5 tane da occupare con le rane per completare lo schermo.
A ravvivare il tutto, un timer esortava gli animaletti a spicciarsi: praticamente, una vita d’inferno.
E se il gioco non era un granché, il suo lascito emotivo fu fortissimo: è dopo Frogger che le rane sono diventate specie protetta.

Banale o no, a Frogger avevo fatto giusto un paio di partite finendo spiaccicato in men che non si dica, con orrende cascate di pixel e sconsolati brividi lungo la schiena.
La ragazzina col ciuffo viola invece se la cavava alla grande, e superò di filato cinque o sei schermi.
La cosa che però ci colpì di più fu il fatto che dopo ogni schermo stampava un bacio sulla bocca della sua amica.
A quell’età, in quegli anni, e in quel paese, era un fenomeno a cui non eravamo preparati.

Rimanemmo zitti e praticamente in apnea per tutto il tempo della partita. Alla fine non ci fu nessun “Continue” e le due se ne andarono mano nella mano.
Di lì a poco sentii Thomas Milian apostrofare due uomini che camminavano mano nella mano di “froci” e, non conoscendo una sola parola di inglese, mi si accese una lampadina diversa: “Frogger” era sicuramente la dizione anglosassone del romanesco “Froccer”. Non vi dico la soddisfazione nel comunicare la scoperta a Cavoz, che fu immediatamente convinto della mia teoria: Einstein e Fermi, al confronto, erano due dilettanti.

Dopo un paio di mesi, seguendo l’effimero destino di tutti i videogiochi da bar, Frogger fu rimpiazzato da qualche altro titolo, e non lo vidi più.
Ma rimane per me un titolo dal sapore vagamente proibito, come i rudimentali Strip Poker a cui qualche amico dotato di Commodore 64 aveva nel frattempo iniziato a giocare di nascosto.

Gruppo di ragazzi di Carpaneto negli Anni 80
Gruppo di ragazzi negli Anni 80

Ringraziamo Alberto Naturani per le fotografie presenti nell’articolo.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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