Negli anni 80 il vero inizio del Natale non era l’albero l’8 dicembre, ma la prima discussione familiare sul menù del 25: cappelletti in brodo o lasagne, bollito misto o arrosto, tiramisù o dolci al cucchiaio variamente indefiniti.
Chiaramente vi parlo del mio Natale da Emiliano, ma le tavole imbandite e i menù senza fine erano uguali sia al nord che al sud.
Il pranzo di Natale era una maratona alimentare con partenza alle 12.30 e arrivo stimato verso le 17, con brevi pause tecniche per scartare i regali e riprendere fiato tra un piatto e l’altro.
La missione era chiara: assaggiare tutto, perché “a Natale non si conta”, frase che magicamente annullava qualsiasi concetto di leggerezza o moderazione.
In cucina, di solito, c’era una nonna o una mamma generalessa che aveva iniziato a tirare la sfoglia giorni prima, trasformando la casa in un piccolo laboratorio di pasta fresca e sughi a lenta cottura.
Antipasti: il regno della maionese
Prima ancora di vedere i cappelletti, il tavolo veniva occupato da un esercito di antipasti anni 80, con l’insalata russa in pole position, trionfo di verdurine invisibili sommerse da strati di maionese. Accanto a lei c’erano tartine con qualunque cosa spalmabile: paté, tonno, uova, burro e salmone, ma sempre con quel tocco “raffinato” che solo la maionese industriale sapeva dare.
Non mancavano i vol‑au‑vent, piccoli crateri di pasta sfoglia ripieni di fondute improbabili, funghi in scatola o cocktail di gamberi in salsa rosa, serviti come se fossimo tutti in crociera di lusso. Il risultato era che già dopo gli antipasti si sarebbe potuto tranquillamente passare al caffè, ma nessuno osava dirlo per non offendere la cuoca che, nel frattempo, stava scodellando il brodo.
Cappelletti in brodo: il rito ufficiale
Il momento solenne arrivava con i cappelletti in brodo, veri protagonisti del Natale soprattutto in Emilia‑Romagna e zone limitrofe, ma adottati un po’ ovunque come simbolo di festa “seria”. Piccoli cappelli di pasta all’uovo, ripieni di carni miste o formaggi, nati come piatto nobile e raffinato e diventati la misura ufficiale dell’amore familiare: più cappelletti avevi nel piatto, più eri amato, teoricamente.
Nelle settimane precedenti, le nonne armate di mattarello stendevano sfoglie sottili con il classico rapporto “un uovo per 100 grammi di farina”, tagliavano quadratini, farcivano e chiudevano a mano in chiacchiere interminabili su parenti, vicini e vecchi Natali.
Durante il pranzo, il brodo fumante faceva appannare gli occhiali di mezzo tavolo e costringeva tutti a un primo strip‑tease di maglioni, mentre qualcuno ricordava che “il cappelletto è digestivo, scalda lo stomaco”.
Lasagne e compagnia pesante
Perché fermarsi al brodo quando si può aggiungere un secondo primo piatto decisamente più impegnativo, come una bella teglia di lasagne all’uovo con ragù, besciamella e formaggio a strati infiniti. La lasagna del 25 dicembre spesso passava ore in forno, veniva tirata fuori solo quando sulla superficie si formava quella crosticina quasi caramellata che decretava la perfezione assoluta.
In molte case la discussione “cappelletti o lasagne?” si risolveva molto semplicemente con un democratico “tutti e due”, trasformando il pranzo in una prova di resistenza atletica.
Chi osava chiedere una porzione più piccola veniva guardato con sospetto, come se volesse introdurre modernissime eresie light nella liturgia del pranzo natalizio.
Bollito misto, arrosti e contorni “di rinforzo”
Superata l’ora dei primi, entrava in scena il carro armato delle carni: il bollito misto con manzo, gallina, lingua, cotechino e compagnia bella, accompagnato da salse verdi, mostarde agrodolci e purè a non finire.
In alcune regioni, al bollito si affiancavano arrosti ripieni, tacchini, maialini e qualunque animale avesse avuto la sfortuna di incrociare il calendario liturgico.
I contorni, teoricamente “leggeri”, erano in realtà bombe mascherate: patate al forno intrise di olio, insalata di rinforzo con sottaceti, cavolfiori e olive, verdure gratinate e insalate russe riciclate dalla sera prima.
Il tutto condito da conversazioni sui parenti assenti, bilanci dell’anno, pronostici sul tombolone serale e inevitabili frecciatine sul fatto che “una volta si mangiava di più, ma si stava meglio”.
Dolci al cucchiaio e coma glicemico
Quando qualcuno osava dire “non ce la faccio più”, arrivava il capitolo dolci, che raramente si limitava al semplice panettone: c’erano tiramisù, zuppa inglese, budini, creme e tronchetti gelato che parevano usciti da un catalogo di pasticceria anni 80.
Il tiramisù era il vero mediatore familiare: metteva d’accordo tutti con la sua combinazione di caffè, cacao e crema al mascarpone, e in molte case era considerato il dolce “ufficiale” delle feste.
Accanto a lui resistevano con onore i dolci al cucchiaio di scuola casalinga, spesso serviti in coppette di vetro pesantissime, pronte a tremare ad ogni colpo di cucchiaino.
A quel punto il panettone entrava quasi per dovere istituzionale: una fetta sottile “tanto per” e, per i più coraggiosi, doppio giro con crema o mascarpone a parte.
Parenti, rituali e superstizioni da tavola
Durante il pranzo infinito, ogni famiglia aveva i suoi rituali: c’era chi lasciava un posto vuoto per i defunti, chi non voleva mai un numero pari di commensali e chi pretendeva che tutti assaggiassero almeno un boccone di ogni portata “per buon augurio”.
Le lenticchie, se presenti già a Natale, venivano accolte come anticipo di fortuna economica, perché “più ne mangi, più soldi arrivano”, anche se nessuno riusciva mai a dimostrare la validità statistica di questa teoria.
C’era anche la superstizione legata alla tovaglia: in alcune zone doveva essere nuova o comunque “importante”, e andava poi scossa all’aperto, magari vicino agli alberi da frutto, per assicurarsi abbondanza nell’anno nuovo.
Intanto qualcuno, tra un piatto e l’altro, distribuiva numeri per la tombola o bigliettini della lotteria di famiglia, con premi che andavano dalla bottiglia di spumante al tristissimo soprammobile ricevuto l’anno prima.
Il dopo pranzo: silenzio, si digerisce
Finito il tour gastronomico, la casa entrava in modalità semidigitale ante litteram: tutti parcheggiati su divani e poltrone, ognuno con il proprio micro‑coma digestivo e la TV accesa su un film che nessuno guardava davvero.
I bambini provavano i giochi nuovi tra i piedi degli adulti, gli zii sonnecchiavano con il bicchiere di amaro in mano e in cucina qualcuno già pensava a come riciclare gli avanzi per Santo Stefano.
Riguardando oggi a quel pranzo infinito di Natale anni 80, viene da sorridere: era eccessivo, poco light e zero sostenibile, ma aveva una capacità unica di tenere incollata la famiglia attorno alla tavola per ore.
Forse è proprio questo il motivo per cui ne abbiamo tanta nostalgia: in mezzo a cappelletti, lasagne, bolliti e dolci al cucchiaio, quello che si digeriva davvero era il sentimento di essere, almeno per un giorno, tutti nello stesso posto e sulla stessa, lunghissima, tovaglia rossa.

Più che altro perchè c’era una famiglia. Oggi che i figli unici sono figli di figli unici è difficile fare grandi tavolate. Poi molte tradizioni si sono perse.