Francesco De Salvin
Francesco De Salvin
Su questa Terra dal 1987. Giornalista Pubblicista dal settembre 2009. Amo tutto ciò che ha a che fare con la comunicazione. Il mio motto è “La Musica a chi la sa vedere”, nell’arte e nella vita di tutti i giorni.

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L’ultima partita a Hawkins: perché Stranger Things è stata più di una serie

Doveva succedere. Il capitolo finale di Stranger Things non arriva a sorpresa, ma con una certa consapevolezza. Lo spettatore lo avverte molto prima dell’ultima inquadratura: questa storia non può andare oltre, perché il tempo che raccontava non esiste più. Dopo cinque stagioni e quasi dieci anni di vita reale, la serie dei fratelli Duffer si chiude nel momento esatto in cui la nostalgia per gli anni Ottanta smette di essere un rifugio e diventa memoria. Ed è proprio questa vision a rendere il finale così divisivo, e al tempo stesso così coerente.

Stranger Things non è mai stata solo una serie fantasy o horror. È stata, prima di tutto, un racconto di formazione mascherato da avventura soprannaturale. Hawkins è sempre stata meno importante dei suoi abitanti: Mike, Dustin, Lucas, Will, Max, Eleven. Ragazzi e ragazze che abbiamo visto crescere, sbagliare, allontanarsi. Nell’ultima stagione non sono più bambini che combattono il male con una fionda o andando in bici: sono giovani adulti che portano addosso il peso delle scelte, del trauma e della perdita.

Il cuore emotivo del finale non è Vecna, né il Mind Flayer, Doveva succedere. Il capitolo finale di Stranger Things non arriva a sorpresa, ma con una certa consapevolezza.. La battaglia conclusiva funziona più come rito di passaggio che come scontro epico. Ognuno ha un ruolo, un limite, una funzione precisa, proprio come in una partita di Dungeons & Dragons, il gioco che fin dall’inizio ha fornito alla serie il suo vocabolario simbolico. Mike resta il leader, Dustin la coscienza emotiva, Lucas la lealtà silenziosa, Will lo sguardo più fragile e sensibile. Non eroi invincibili, ma amici che resistono insieme.

Tra tutti, Eleven resta la figura più complessa e tragica. Non è solo un personaggio, ma un’idea: il potere dell’infanzia, la possibilità che l’immaginazione cambi il mondo. E la sua parabola non può che chiudersi con una rinuncia. Eleven non può restare, perché la magia non può accompagnarci per sempre. Il suo addio è meno spettacolare di quanto ci si potrebbe aspettare, ma proprio per questo più doloroso. È la fine di qualcosa che non tornerà, se non nel ricordo. O nella speranza.

Accanto a lei, Mike rappresenta il filo rosso dell’intera serie. È la sua voce, non a caso, a guidare il commiato finale. Mike è sempre stato il narratore implicito di Stranger Things, colui che trasforma la paura in racconto, il caos in avventura. Quando parla, non sta solo descrivendo ciò che accade: sta chiudendo una storia. E con essa, un’epoca della sua vita (e forse della nostra). Lo stesso vale per Dustin, il cui ultimo saluto a Eddie Munson – personaggio diventato simbolo di una generazione di outsider – è uno dei momenti più sinceri e meno retorici dell’intera stagione.

Anche i personaggi adulti trovano finalmente una risoluzione. Joyce Byers, interpretata dalla sempre magnifica Winona Ryder, resta una delle vere colonne emotive della serie. Se Stranger Things ha funzionato fin dall’inizio è anche grazie al suo volto, che porta con sé tutto il cinema degli anni Ottanta. Nel finale, Joyce non è al centro dell’azione, ma le viene affidato un gesto definitivo, liberatorio, che chiude simbolicamente l’incubo iniziato con la scomparsa di Will nella prima stagione. È un cerchio che si chiude con precisione quasi silenziosa.

Come spesso accaduto nella serie, è però la musica a fare la differenza. La colonna sonora di Stranger Things non è mai stata decorativa: ha pensato di più a narrare. Dai synth originali di Kyle Dixon e Michael Stein ai needle drop iconici, ogni scelta musicale ha contribuito a creare un ponte tra generazioni. In passato è successo con i Clash, con Kate Bush, i Metallica. Nell’ultima stagione, il discorso si amplia e diventa ancor più pop, includendo Diana Ross, ABBA, Fleetwood Mac, Pixies, Iron Maiden. Non dei semplici rimandi, ma dei fotogrammi di un’epopea glitterata.

Il momento più potente arriva però nel finale, quando entrano in scena Prince e le sue When Doves Cry e (soprattutto) Purple Rain. Non è solo una scelta musicale audace, ma una dichiarazione di poetica. Purple Rain è una canzone sulla fine, sull’accettazione, sul lasciare andare senza cancellare l’amore. Il suo utilizzo accompagna l’addio tra Mike ed Eleven, trasformando una scena già intensa in un vero e proprio congedo emotivo dalla serie. Il viola diventa colore di passaggio, di confine, come il Sottosopra stesso.

Quando scorrono i titoli di coda, Stranger Things non chiede di essere giudicata per la perfezione del suo finale, ma per la sincerità del suo percorso. Non tutto funziona, non tutto è equilibrato, ma tutto è sentito. La serie si chiude esattamente come era iniziata: con un gruppo di amici, una storia raccontata a voce alta e la sensazione che l’immaginazione, anche quando finisce, lasci qualcosa di duraturo. Non un mostro sconfitto, ma un ricordo condiviso.

E forse è questo il vero lascito di Stranger Things: non averci fatto tornare bambini, ma averci accompagnato nel momento in cui abbiamo smesso di esserlo.

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