Ci sono programmi televisivi che appartengono a un’epoca e altri che, nonostante siano nati in quell’epoca, sembrano essere arrivati troppo presto. Lupo Solitario appartiene decisamente alla seconda categoria. Quando oggi si ripensa alla televisione italiana degli anni ’80, vengono subito in mente Drive In, i grandi varietà, i quiz, le ragazze della pubblicità, i telefilm americani e quella televisione coloratissima che stava conquistando milioni di italiani. Ma dentro quel panorama esisteva anche qualcosa di completamente diverso, molto più difficile da catalogare e, proprio per questo, incredibilmente moderno.
Lupo Solitario andò in onda su Italia 1 nel 1987, in seconda serata, dal lunedì al giovedì, per una sola stagione. Dietro al programma c’erano nomi destinati a lasciare un segno nella televisione italiana, a partire da Antonio Ricci, affiancato da Davide Parenti, con la conduzione di Patrizio Roversi e Syusy Blady e la regia di Paolo Beldì. La trasmissione arrivò dopo le esperienze del Gran Pavese Varietà e di Drive In e cercava deliberatamente di rompere le regole del varietà tradizionale.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di quasi quarant’anni, parlarne è ancora così interessante.
Un dirigibile sopra Milano
L’idea di partenza era già completamente folle.
Il programma era ambientato all’interno di un dirigibile pirata che sorvolava idealmente Milano e dal quale Patrizio Roversi e il suo improbabile equipaggio intercettavano segnali televisivi provenienti da realtà diverse e li trasmettevano al pubblico. Non era quindi il classico studio televisivo con una scrivania, qualche ospite e una scenografia elegante. Era un luogo surreale, una specie di astronave televisiva popolata da personaggi strani, comici, musicisti e figure che sembravano essere scappate da un programma completamente diverso.
Già questa trovata raccontava perfettamente lo spirito di Lupo Solitario: prendere la televisione, smontarla e ricostruirla a modo proprio.
Roversi era il comandante di questa strana nave volante e insieme a lui c’erano Syusy Blady, Vito e una serie di personaggi provenienti soprattutto dall’ambiente teatrale e comico bolognese. Non c’era una vera intenzione di creare un varietà tradizionale, quanto piuttosto quella di mettere insieme linguaggi differenti e vedere cosa sarebbe successo.
Il risultato era spesso volutamente caotico.
Ed era proprio questo il bello.
Una televisione che prendeva in giro la televisione
Se oggi riguardiamo Lupo Solitario, probabilmente la cosa che colpisce maggiormente è quanto fosse consapevole del mezzo televisivo.
Il programma non si limitava a fare satira attraverso la televisione: faceva satira sulla televisione stessa.
Prendeva in giro il linguaggio dei telegiornali, i talk show, gli opinionisti, le rubriche, i collegamenti, le interviste e persino quel modo molto serio con cui la televisione dell’epoca cercava di presentare qualsiasi argomento.
Il bersaglio non era quindi soltanto un personaggio o un fatto di cronaca. Era l’intero meccanismo televisivo.
Una recensione pubblicata da l’Unità nel marzo del 1987 descriveva proprio questa caratteristica, sottolineando come il programma fosse una sorta di televisione popolare e contemporaneamente intelligente, costruita anche attraverso la parodia dei meccanismi del piccolo schermo.
E questa è probabilmente una delle ragioni per cui Lupo Solitario sembra così moderno ancora oggi.
Syusy Blady e le incursioni impossibili
Uno dei personaggi fondamentali era naturalmente Syusy Blady, che già allora dimostrava quella personalità anticonvenzionale che sarebbe diventata una delle sue caratteristiche più riconoscibili.
Le sue incursioni erano spesso completamente fuori dagli schemi. Una delle idee era quella di andare a caccia di informazioni e curiosità entrando nel mondo delle celebrità con una curiosità quasi invadente, trasformando l’intervista tradizionale in qualcosa di molto più surreale.
In una delle trovate ricordate ancora oggi, Syusy arrivava persino a occuparsi del mondo di Umberto Eco, con incursioni decisamente poco convenzionali. Patrizio Roversi ha ricordato anche episodi in cui Syusy andava a rovistare nelle situazioni più improbabili pur di trovare qualcosa da raccontare.
Era una comicità che non aveva bisogno di una battuta perfetta ogni trenta secondi.
La gag nasceva spesso dalla situazione stessa.
Vito, i Gemelli Ruggeri e quella banda di folli
Il programma era anche un incredibile punto di incontro per alcuni dei talenti che stavano animando la comicità italiana di quegli anni.
C’era Vito, protagonista di una comicità surreale e surclassata da quella normalità apparentemente assurda che sarebbe diventata una delle cifre del personaggio. C’erano poi Eraldo Turra e Luciano Manzalini, conosciuti come i Gemelli Ruggeri, che interpretavano improbabili giornalisti della televisione di Stato di un immaginario Paese dell’Europa orientale chiamato Croda.
E poi c’erano personaggi ancora più difficili da spiegare.
Un carcerato, un cercatore di UFO, un uomo con una sega elettrica, opinionisti improvvisati e una serie di figure che sembravano essere state inserite nel programma proprio per vedere fino a che punto il pubblico fosse disposto a seguirli.
Era una specie di universo parallelo.
E, cosa ancora più importante, molti di quei personaggi sarebbero rimasti collegati alla storia della televisione italiana degli anni successivi.
Anche Wanna Marchi faceva parte di questo mondo
Tra le presenze che oggi fanno un certo effetto c’è anche Wanna Marchi, che all’epoca era ancora lontana dalla notorietà che avrebbe raggiunto negli anni successivi.
Lupo Solitario la inseriva all’interno di una rubrica chiamata “L’Accesso”, dove personaggi improbabili potevano dire la loro e trasformarsi in opinionisti improvvisati. Roversi ha ricordato proprio la presenza di Wanna Marchi come una delle figure che contribuivano a rendere il programma così particolare.
È interessante riguardare oggi quei frammenti perché raccontano una televisione nella quale i confini tra personaggio reale, personaggio comico e personaggio televisivo erano molto più labili.
Non c’era bisogno di costruire un personaggio attraverso settimane di promozione.
Lo mettevi davanti a una telecamera e vedevi cosa succedeva.
Moana Pozzi e una televisione senza paura
Tra le presenze più memorabili di Lupo Solitario ci fu anche Moana Pozzi, coinvolta in una rubrica dedicata alla letteratura.
La sua presenza era naturalmente provocatoria, soprattutto considerando il modo in cui la televisione dell’epoca cercava di controllare e catalogare le immagini femminili. Ma Lupo Solitario faceva esattamente il contrario: prendeva una figura già fortemente associata all’erotismo e la inseriva in un contesto completamente inatteso.
Anche questo faceva parte della sua filosofia.
Mescolare cultura alta e cultura popolare, provocazione e comicità, personaggi televisivi e persone apparentemente fuori posto.
Patrizio Roversi, parlando anni dopo del programma, ha ricordato Moana come una persona molto intelligente e ironica, sottolineando quanto fosse diversa la sua personalità rispetto all’immagine costruita attorno a lei.
E poi arrivò Elio
Uno degli aspetti più interessanti di Lupo Solitario è il suo rapporto con la musica.
Il programma diede spazio a gruppi e artisti che rappresentavano una scena musicale lontana dai circuiti più tradizionali. Tra le presenze più importanti ci furono anche gli Elio e le Storie Tese, allora agli inizi del loro percorso televisivo.
Il brano “John Holmes” ebbe un successo tale da essere utilizzato come sigla in alcune puntate del programma. Accanto a loro comparvero altre formazioni legate alla scena milanese e alla musica demenziale, contribuendo a creare un’atmosfera completamente diversa da quella dei tradizionali varietà televisivi.
Anche in questo caso, Lupo Solitario sembrava avere un talento particolare nello scovare personaggi e artisti prima che diventassero realmente famosi.
Era quasi una palestra per il futuro.
L’esperanto e il linguaggio inventato
Un altro dettaglio che oggi può sembrare incredibile era il modo in cui il programma giocava persino con la lingua.
I titoli di testa erano in esperanto e Roversi utilizzava spesso espressioni in esperanto durante la trasmissione, arrivando a salutare il pubblico con il surreale “bonan vesperonnnnn!”. L’idea era naturalmente quella di creare un linguaggio universale, coerente con il programma che pretendeva di intercettare segnali televisivi provenienti da ogni parte del mondo.
Era una trovata apparentemente inutile.
E proprio per questo funzionava.
Oggi siamo abituati a programmi costruiti attorno a tormentoni studiati, hashtag e frasi che devono diventare immediatamente riconoscibili. Lupo Solitario inventava il proprio linguaggio senza preoccuparsi troppo di spiegare perché.
Una sigla di coda completamente folle
E se il programma era strano durante la trasmissione, la conclusione non poteva essere normale.
La sigla finale arrivava a tarda notte ed era accompagnata da un vero e proprio pigiama party, con i protagonisti e diversi figuranti. A cantare “Ninna nanna yeeh” era Syusy Blady, in una scena volutamente provocatoria e surreale.
Era un altro esempio di quella libertà creativa che caratterizzava il programma.
Non c’era la necessità di chiudere elegantemente la trasmissione.
Si poteva semplicemente lasciare il pubblico dentro una situazione assurda e poi mandarlo a dormire.
Un programma troppo avanti?
Qui arriva la parte più affascinante della storia.
Lupo Solitario durò pochissimo. Le fonti riportano una sola stagione e 32 puntate, mentre lo stesso Roversi ha ricordato in seguito una preparazione molto più ampia e una trasmissione che venne sostanzialmente ridimensionata e spostata in tarda serata.
Il programma però lasciò una traccia molto più grande della sua durata.
Non conquistò necessariamente il pubblico di massa come Drive In, ma attirò l’attenzione della critica e degli intellettuali. Umberto Eco lo definì addirittura “il varietà del futuro”, una definizione che, riletta oggi, sembra quasi profetica.
Perché Lupo Solitario aveva effettivamente anticipato alcune caratteristiche della televisione che sarebbe arrivata molti anni dopo: la contaminazione dei generi, la televisione che prende in giro se stessa, l’uso di personaggi non convenzionali, la confusione tra informazione e spettacolo, la comicità surreale e una certa idea di televisione completamente fuori dagli schemi.
Una televisione che non aveva paura di essere strana
Forse è questo l’aspetto che mi piace di più quando ripenso a Lupo Solitario.
Era strano.
Ma non cercava di nasconderlo.
In un’epoca in cui la televisione stava diventando sempre più grande e sempre più commerciale, quel programma sembrava quasi una trasmissione clandestina infilata dentro il palinsesto di una grande rete nazionale.
Aveva un linguaggio tutto suo, personaggi assurdi, riferimenti culturali, musica alternativa, comicità demenziale e una scenografia che sembrava uscita da un fumetto.
E soprattutto aveva quella sensazione di libertà che oggi è difficile ritrovare.
Il ponte verso gli anni ’90
Guardando la storia di Lupo Solitario, è impossibile non vedere ciò che sarebbe arrivato dopo.
Nel 1988 Antonio Ricci avrebbe portato su Italia 1 L’Araba Fenice, ancora con gran parte del gruppo di Lupo Solitario. Poco dopo sarebbe arrivata Striscia la notizia, mentre Davide Parenti avrebbe costruito negli anni successivi un percorso che avrebbe portato fino a programmi come Le Iene.
In questo senso Lupo Solitario può essere considerato quasi un laboratorio.
Un esperimento nel quale venivano mescolate idee, personaggi e linguaggi che avrebbero trovato una collocazione molto più precisa negli anni successivi.
E forse è proprio per questo che il programma merita di essere ricordato.
Non perché sia stato uno dei più grandi successi televisivi degli anni ’80.
Ma per il motivo opposto.
Perché ha dimostrato che si poteva fare televisione anche senza seguire le regole della televisione.
Il vero significato di Lupo Solitario
Quando penso alla televisione degli anni ’80, mi piace ricordare anche programmi come questo, perché raccontano una parte del decennio che spesso viene dimenticata.
Gli anni ’80 non furono soltanto colori fluorescenti, musica pop, Drive In e grandi varietà.
Furono anche sperimentazione, follia, ironia, provocazione e voglia di inventare qualcosa di nuovo.
Lupo Solitario era tutto questo.
Patrizio Roversi e Syusy Blady salirono a bordo di un dirigibile immaginario insieme a Vito, ai Gemelli Ruggeri e a una banda di personaggi improbabili, intercettarono segnali televisivi da un mondo che esisteva soltanto nella loro fantasia e costruirono un programma che sembrava non sapere esattamente cosa volesse diventare.
Ed è proprio questo il suo fascino.
Oggi possiamo guardare indietro e riconoscere dentro quelle puntate alcuni dei semi della televisione italiana dei decenni successivi. Ma nel 1987 probabilmente era semplicemente una trasmissione assurda che andava in onda tardi su Italia 1.
Forse aveva davvero ragione Umberto Eco.
Lupo Solitario era il varietà del futuro. Solo che il futuro, nel 1987, non era ancora pronto per lui.
