La Francia “Champagne“ del 1986
di Paolo Ravelli
Noi, gli Azzurri eravamo i campioni del mondo uscenti, mentre altri azzurri, o per meglio dire, Bleus, arrivava ai Mondiali del Messico 1986 con la medaglia di vincitori degli Europei 1984 ostentando un calcio spumeggiante. I francesi avevano cambiato allenatore (a differenza nostra!), e avevano optato per lo stile ancora piú offensivo, fluido e spettacolare di Henri Michel, l’uomo che aveva guidato la Francia alla medaglia d’oro olimpica a Los Angeles ’84.
Uno stile incentrato sull’attacco, alla ricerca di un gioco incantevole a tutti i costi, su misura, con lo spirito dell’haute couture parigina, ideale per un centrocampo di artisti del calcio: Michel Platini, Alain Giresse, Jean Tigana, Luis Fernández. Un centrocampo disposto a rombo (il carré magique) attraverso il quale fluivano i palloni, le azioni, la geometria, la creatività… lo Champagne!
La Francia supera agevolmente la fase a gironi con una vittoria per 1-0 contro il Canada (gol di un giovanissimo Papin), un pareggio contro la potente Unione Sovietica e un 3-0 contro l’Ungheria, ormai lontana parente della nazionale del “Colonnello” Puskás degli anni ’50. Negli ottavi di finale, a Città del Messico, la Francia affronta la seconda classificata del Gruppo A: l’Italia. Per gli italiani, lo Stadio Azteca era stato teatro sia di momenti dolci (la vittoria per 4-3 in semifinale contro la Germania nel 1970) che di momenti amari (la sconfitta in finale contro il Brasile).
I francesi danzavano. Una danza lenta e avvolgente, quasi ipnotica. L’Italia invece rincorre; il pallone, l’avversario, il cronometro, sin dalle prime battute. La Francia segna il primo gol con una facilità quasi disarmante; dopo quindici minuti, è infatti giá passata in vantaggio, grazie ad una carezza al pallone di Monsieur Platini. Dieci minuti dopo l’inizio del secondo tempo, Stopyra raddoppia.
La partita di fatto era già decisa a favore della Francia. Noi, gli azzurri, eravamo divisi nello spogliatoio ed i reparti in campo scollegati fra loro. Nulla da fare. É un 2-0 che obbliga gli azzurri a preparare le valige ed imbarcarsi su di un volo Alitalia da cittá del Messico a Fiumicino. Mentre i Bleus staccavano il biglietto per Guadalajara, sede dei quarti di finale del mondiale. Il 21 giugno 1986, allo stadio Jalisco di Guadalajara, si disputerá una delle partite più memorabili nella storia dei Mondiali: Francia contro Brasile.
Lo scontro tra due filosofie calcistiche: la geometria intuitiva del gioco di passaggi di Platini, che si ispirava alla fantasia razionale del filosofo Gaston Bachelard. E poi il lavoro paziente della “diga“ Tigana, impegnato, come tessendo la tela di Penelope, nel recuperare e distribuire il pallone. Ed ancora la visione di gioco di Alain Giresse; i passaggi filtranti di Enzo Fernandez… Un pour tous, tous pour un! Uno per tutti, tutti per uno! Cosí i Quattro Moschettieri di Henri Michel.
I brasiliani, d’altro canto, erano come sempre innamorati di se stessi e del loro calcio gioioso individuale. Ed a buona ragione: avevano Zico, Sócrates, Careca, Casagrande, Julio Cesar, Edinho, Falcão. Non una squadra ma una costellazione. Brasile segnò il primo gol, con un’azione corale finalizzata da Careca. La partita era appena iniziata e il Brasile era già in vantaggio per 1-0. La Francia, tuttavia, continuò a creare occasioni, cercando passaggi precisi e un gioco fluido. Pareggiarono al 40° minuto con un gol di Platini, le Roy Michel, su assist di Rocheteau.
Ebbe inizio cosí la crudele lotteria dei rigori.
I brasiliani non furono precisi; errori dal dischetto sia per Socrates che per Julio Cesar. Anche il rigore calciato da Michel Platini, che proprio quel giorno, il 21 giugno, compiva 31 anni finì sopra la traversa (un rigore calciato in modo quasi identico a quello di Roby Baggio qualche anno dopo, sempre contro il Brasile… coincidenze…).
L’ultimo tiro della Francia toccó a Fernández; palla a sinistra, portiere a destra; gol! La Francia era in semifinale.
La semifinale, a Guadalajara, fu la stessa semifinale dei Mondiali del 1982: Francia contro Germania Ovest.
Appena nove minuti dopo il fischio d’inizio, una punizione di Andreas Brehme portò i tedeschi in vantaggio. 1-0. La Linea Maginot francese era sotto un’enorme pressione; ma i francesi, ai Mondiali del 1986, non giocavano per il risultato. Baricentro del gioco sbilanciato e pericoli a ripetizione per i francesci.
I tedeschi, nel 1982 avevano imparato, pagando un prezzo salatissimo, che era possibile vincere anche bloccando il gioco e segnando in contropiede. E cosí fu.
La Germania Ovest chiude la partita con un gol di Völler nei minuti finali. 2-0.
I tdeschi affronteranno in finale l’Argentina di Maradona. La Francia invece si giocherà il terzo posto contro la rivelazione del torneo: il Belgio.
La partita si gioca a Puebla, allo stadio Cuauhtémoc, intitolato al condottiero azteco Cuauhtémoc.
In lingua nahuatl, la parola Cuauhtémoc significa “l’aquila che scende”.
Alla Francia, che come un’aquila voleva librarsi al di sopra di tutto, uomini e dei, tocca invece il destino di scendere sulla terra. Giocando la semifinale secondo le regole degli uomini, abbandonando l’audace gioco degli dei.
I belgi segnarono per primi, i francesi pareggiarono e poi allungarono il vantaggio portandosi sul 2-1. I Diavoli Rossi riuscirono a pareggiare di nuovo. 2-2.
E ancora una volta, servirono i tempi supplementari.
L’aquila francese, come l’aquila di Cuauhtémoc prima di lei, decise di ripiegare le ali. Di concentrarsi sull’essenziale e cercare di vincere almeno una medaglia di bronzo.
Prima Genghini e poi Amoros, che trasformò un rigore, sigillarono la partita e, con essa, la loro partecipazione ai Mondiali in terra messicana.
4-2 fu il risultato finale a favore della Francia.
Forse, durante il volo Air France per Parigi, ascoltando “Voyage Voyage” dei Desireless o “Ouragan” di Stéphanie nelle cuffiette dei loro Walkman, la squadra si chiedeva perché, fin dai tempi di Icaro, gli dei fossero gelosi degli umani che cercano di farsi crescere le ali e volare.

Il Brasile
di Massimo Agostini
Il Brasile che aveva già nell’82 peccato di presunzione e lasciato il passo all’ottima Italia operaia con un Pablito capocannoniere del mondiale che trasformava in goal ogni palla che attraversava il campo, si presenta nell’86 allo stesso modo con Arthur Antunes Coimbra detto “Zico” che aveva salvato Udine dall’essere ammessa all’Austria ma combatteva con un dolore al ginocchio che gli ha compromesso le prestazioni calcistiche durante questo mondiale e con Edino Nazareth Filho meglio noto come “Edinho”, che aveva insegnato sempre nel medesimo trascorso italiano al compagno di reparto nell’Udinese Marco Billia da Muzzana del Turgnano a come difendere attaccando, costretto a fare in questo mondiale messicano l’ultimo baluardo di una difesa poco protetta da un centrocampo “poca legna e tanta fantasia”.
Infatti il centrocampo verdeoro, con Sòcrates, intelligente e elegante direttore d’orchestra calcistica ma già over trenta, Falcào, statuario ottavo Re di Roma a fine carriera con problemi fisici e il veterano Dirceu arrivato al mondiale messicano dopo aver in maglia lariana dispensato perle di saggezza calcistica a Matteoli e Notaristefano imboccando gli attaccanti Corneliusson e un giovane promettente Stefano Borgonovo, non è stato in grado di superare i ritmi dei francesi dopo essere arrivato imbattuto ai quarti di finale.
Il 21 giugno di 40 anni fa a Guadalajara nei quarti di finale con la Francia di Platini va in scena in anteprima il dramma calcistico narrato dal poema “leva calcistica del ‘68”, narrato dal nostro cantautore Francesco De Gregori, con Zico che entra nel secondo tempo e dopo pochi minuti è chiamato sul dischetto ma ecco, “non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”, e a Michel le Roi Platini, che prima da gran signore rincuora Zico per il suo errore sul dischetto, capiterà nella lotteria dei rigori finali la stessa sorte ma con più fortuna per la sua nazionale che va avanti in semifinale a discapito del Brasile.
La partita Brasile-Francia, durata 120 minuti, resta una delle partite più belle della storia del calcio per il susseguirsi di emozioni, dolori e gioie grazie alla classe dei giocatori in campo che si diedero battaglia fino alla lotteria dei rigori. E come se la partita non fosse finita ai rigori il giorno dopo c’è stata la contro vittoria del Brasile al gran premio di F1 a Detroit grazie a Ayrton Senna, brasiliano talentuoso fuori da ogni classe e categoria con la Lotus nera e oro che si fece dare una bandiera del Brasile a fine corsa sventolandola al giro celebrativo.

Danish Dynamite e Laboratorio Lobanovskij: il calcio da spettacolo a Mexico 86
di Nicola Coropulis
I Mondiali messicani del 1986 sono quasi subito passati alla storia come i Mondiali di Maradona, autore, nella stessa partita, dei due estremi mai visti su un campo di calcio, il gol più irregolare e quello più iconico della storia. Ma al netto della grandezza, sovrumana e quasi epica, di Diego Armando Maradona, che caricò sulle sue spalle una squadra di onesti mestieranti (con la sola eccezione dell’attaccante filosofo Jorge Valdano, di qualità ben superiore ai suoi colleghi), portandola alla vittoria finale, non si può certo dire che l’Argentina abbia espresso il miglior calcio visto negli stadi messicani nel corso della manifestazione. Le due squadre che illuminarono con il loro gioco, veloce e coinvolgente, brillando nella fase a gironi, per essere, però, eliminate già agli ottavi, furono la Danimarca di Sepp Piontek e l’Unione Sovietica di Valerij Lobanovskij. Le due squadre giocavano un calcio altamente spettacolare che generava tantissime occasioni da gol (anche per gli avversari, come si sarebbe visto agli ottavi), partendo da presupposti e filosofie completamente differenti.
Sepp Piontek, nato nel 1940 a Breslavia, quando la città faceva ancora parte Reich tedesco (oggi, col nome di Wroclaw, si trova in Polonia) era stato un roccioso quanto anonimo difensore del Werder Brema. Appesi gli scarpini al chiodo a soli 32 anni, era diventato l’allenatore del suo club per alcuni anni prima di approdare alla fine degli anni 70 sulla panchina della Danimarca, da sempre oscurata calcisticamente dalla potenza della Svezia.
Piontek si rese subito conto che ai giocatori danesi non facevano difetto né il talento (si pensi ad Allan Simonsen, stella del Borussia Moenchengladbach e Pallone d’oro nel 1977 o, di lì a qualche anno, il fenomenale Michael Laudrup), né la forza fisica (esemplare, in questo senso, l’attaccante Preben Elkjaer Larsen), quanto il rigore tattico e la disciplina (i giocatori erano soliti eccedere in omeriche bevute serali, anche alla vigilia di partite importanti). Partendo da questi presupposti Piontek impose una disciplina ferrea dentro e fuori dal campo e creò gradualmente la “Danish Dynamite”, una squadra che si impose a tutti per l’originalità dei suoi schemi e che arrivò sino alle semifinali degli Europei 1984, arrendendosi alla Spagna solo ai calci di rigore. Lo schema di gioco predicato da Piontek si basava su un 3-5-2 classico che univa difesa tradizionale a uomo e un libero, Morten Olsen, il decano della squadra, che agiva come regista arretrato e si aggiungeva al centrocampo in fase di impostazione, un mediano davanti alla difesa, Bertelsen, e due centrocampisti laterali come il “pisano” Bergreen e Jesper Olsen (o Henrik Andersen) che garantivano pressing asfissiante e costante spinta sulle fasce, 2 interni di centrocampo “creativi” assolutamente liberi di svariare in ogni zona del campo, abili a saltare l’uomo e intercambiabili fra loro, Arnesen, stella dell’Ajax, e Lerby, e 2 attaccanti atipici che giocavano nella nostra Serie A, Elkjaer, goleador del Verona campione d’Italia 1985, e Laudrup, delfino di Roi Michel Platini alla Juve (che maliziosamente lo definì, “il più forte giocatore al mondo…in allenamento”).
La coppia di attacco univa la potenza esplosiva di Elkjaer in progressione alla fantasia e all’eleganza di Laudrup, i due si incrociavano continuamente, privilegiando gli inserimenti verticali allo stazionamento in area di rigore, in modo da togliere sistematicamente punti di riferimento agli avversari. Il sorteggio aveva destinato la Danimarca nel gruppo E, sulla carta uno dei più difficili, vista la contemporanea presenza della Germania finalista nell’edizione precedente, dell’Uruguay del genio Francescoli e della rocciosa Scozia di Souness. La partita inaugurale contro la Scozia mise in mostra tutte le qualità della Danish Dynamite, che vinse, però, solo di misura, pur avendo tenuto largamente in pugno le redini del gioco.
Fu, però, nella partita successiva contro il quotato Uruguay che il mondo ebbe l’epifania del nuovo calcio. Un 6 a 1 roboante, facilitato dalla sconsiderata espulsione del capitano uruguagio Barrios, in cui i danesi, nella iconica divisa bianco-rossa firmata Hummel, irrisero gli avversari mai di fatto entrati in partita, facendone letteralmente a fette la difesa con accelerazioni brucianti e verticalizzazioni improvvise che concludevano eleganti fraseggi a centrocampo. Elkjaer fu il vero mattatore della partita, mettendo a segno una tripletta e offrendo due assist ai compagni Lerby e Laudrup, ma il gol più bello fu quello del 3 a 1 con cui Laudrup al 52esimo minuto servito in profondità da Lerby, depositò in rete dopo uno slalom ubriacante in area.
Già dopo la seconda partita, la Danimarca era qualificata, al pari della Germania, la quale scelse saggiamente di risparmiare energie nell’ultima sfida del girone. Nei danesi prevalse, invece, l’orgoglio mai sopito di infliggere una lezione ai tedeschi e giocarono un’altra partita di grande intensità e pathos agonistico che si concluse con un netto 2 a 0 (reti di Morten Olsen su rigore al tramonto del primo tempo e Eriksen su assist di Andersen ad inizio ripresa). La Danimarca chiudeva il girone a punteggio pieno e guardava con fiducia agli ottavi dove avrebbe avuto l’occasione di prendersi una rivincita sulla Spagna che l’aveva esclusa dalla finale europea di 2 anni prima.
Purtroppo, il dispendio di energie occorso nelle prime 3 partite, giocando a temperature elevate e tassi di umidità esagerati, non compensato dalla rotazione di giocatori nella partita contro la Germania, inutile ai fini del passaggio di turno, fu fatale alla Danish Dynamite. I danesi partirono fortissimo, come d’abitudine, e poco dopo la metà del primo tempo si trovavano già in vantaggio per effetto di un rigore ben trasformato da Jesper Olsen. Ma fu lo stesso Jesper Olsen a regalare il pareggio alla Spagna con uno sciagurato retropassaggio su cui si avventò El Buitre, l’”avvoltoio” Emilio Butragueño che depositò la palla alle spalle di Rasmussen in uscita disperata.
Al rientro dall’intervallo, i danesi iniziarono nuovamente all’attacco ma subirono ben presto il gol del 2 a 1 nuovamente ad opera di Butragueno, di testa da calcio d’angolo in un’azione che evidenziò plasticamente la scarsa reattività dei difensori biancorossi di fronte al guizzo rapace del Buitre, capace di azzerare con la sua mobilità la differenza di statura nei loro confronti. Da lì, l’inizio della fine: la Danimarca attaccava scriteriatamente, mandando avanti anche il libero Morten Olsen e lasciando i due marcatori alla mercè dei veloci contropiedisti spagnoli. Il risultato finale di 5 a 1 con 4 gol di Butragueño punì oltremisura la compagine danese, che ritornò mestamente in patria, lasciando il rimpianto di una favola interrotta sul più bello.
Stessa sorte toccò all’altra bella e impossibile dei Mondiali 1986, l’Unione Sovietica guidata dal colonnello Lobanovskij, che dopo un girone vinto in grande scioltezza dispensando grande calcio, gol e gioco futuristico, vide interrompere il suo cammino agli ottavi, sia pure in modo ben differente da quello della Danimarca. Ma andiamo con ordine. L’ucraino Lobanovskij, colonnello nell’esercito sovietico, dopo una breve carriera come calciatore, era stato, da allenatore, l’artefice dei successi, in patria e all’estero, della Dinamo Kiev. Era già stato seduto sulla panchina della nazionale sovietica due volte, esperienze conclusesi con doppio esonero, nonostante la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Montreal del 1976.
Alla vigilia dei Mondiali 1986 Lobanovskij non ricopriva altro incarico se non quello di allenatore della sua Dinamo Kiev con cui aveva appena vinto nuovamente la coppa UEFA, mettendo in mostra un calcio giocato a velocità impensabili per quegli anni, fondato sul principio dell’universalità e polivalenza dei giocatori che potevano coprire all’occorrenza più ruoli, creando situazioni non prevedibili da parte degli avversari. Il suo schema di gioco preferito era un 4-4-2 ortodosso con difesa rigidamente a zona, linee strettissime fra loro, che favorivano le sovrapposizioni dei terzini sulle fasce, passaggi rasoterra in verticale, pressing in ogni zona del campo e ripartenze velocissime. Il talento individuale doveva essere sempre messo al servizio esclusivo del collettivo. L’utilizzo in allenamento di pratiche mutuate da altri sport, in primis l’atletica leggera, una disciplina militare rigidissima per imporre carichi sempre crescenti di lavoro, il ricorso al computer per analizzare le partite e definire metodi scientifici di lavoro, portarono gli osservatori a parlare di calcio del futuro e a coniare il termine Laboratorio Lobanovskij. Tra i tanti allenatori che furono in qualche modo influenzati dalla filosofia del colonnello, in Italia ci furono senz’altro Sacchi (la cui ispirazione principale rimaneva l’Olanda 1974 di Michels) per le modalità scientifiche di occupazione degli spazi e Zeman, soprattutto per l’ossessione maniacale verso la preparazione fisica e la tenuta atletica.
Appena 12 giorni prima dell’inizio del mondiale, la federazione calcio sovietica decise, ex abrupto, di rimuovere il CT della Nazionale Malafeev affidando l’incarico a Lobanovskij. Il primo gesto del nuovo tecnico consistette nell’azzerare le convocazioni del suo predecessore e trapiantare in blocco la maggior parte dei suoi giocatori della Dinamo Kiev in Nazionale. La motivazione era ovvia, il Laboratorio Lobanovskij aveva bisogno di interpreti che conoscessero a memoria il verbo del maestro e potessero assecondarne al meglio le indicazioni tattiche.
In Messico, l’URSS era stata sorteggiata nel Gruppo C, insieme alla testa di serie Francia, Campione d’Europa, alla talentuosa Ungheria di Lajos Detari, che, qualche mese prima, si era presa il lusso di sconfiggere per 3 a 0 il Brasile di Socrates e Careca e la “vittima sacrificale” Canada. Curiosamente, in questo gruppo, oltre al vero Michel Platini, giocavano due fantasisti che, all’epoca, venivano accostati, per classe e talento all’originale (e unico) Le Roi, il già citato Detari e Aleksandr Zavarov nell’URSS, accomunati anche dalla singolare sliding door che vide il secondo prendere il posto di Platini alla Juve, al posto del primo. Il tempo, galantuomo, avrebbe reso merito a Le Roi.
I due virtuosi, emuli di Platini, si affrontarono nella prima partita del girone. Diciamo partita per consuetudine, dal momento che si trattò di un ininterrotto monologo sovietico, con i bianchi di Lobanovskij che dopo 4 minuti conducevano già 2 a 0 per effetto di un micidiale uno-due firmato Jakovenko con un tiro su cui il portiere magiaro non era esente da colpe e Aleinikov con una staffilata imprendibile dalla distanza. Chiusosi il primo tempo sul punteggio di 3 a 0 (rigore trasformato dall’implacabile Belanov), nel secondo tempo i sovietici dilagarono dando evidenza al mondo della propria superiorità atletica e tattica. I 3 gol che fissarono il punteggio finale sul 6 a 0 (e l’URSS sprecò anche un rigore sul 5 a 0) furono la dimostrazione plastica di un gioco fatto di accelerazioni e verticalità spinta che schiantò letteralmente i fini palleggiatori magiari.
La seconda partita, contro la Francia, fu molto più equilibrata, la superiorità atletica dei sovietici non riuscì ad avere la meglio contro la fine organizzazione di gioco dei transalpini. Dopo un primo tempo chiusosi a reti inviolate, l’equilibrio fu spezzato ad inizio della ripresa da un meraviglioso fendente terra aria di Rats che si infilò nell’angolo alto alla sinistra del quasi omonimo portiere francese Bats. Il vantaggio degli uomini di Lobanovskij durò poco fino a quando Fernandez, pescato da Platini a centro area con un delizioso pallonetto, concluse magistralmente il suo inserimento con un destro a volo alle spalle di Dasaev. A quel punto le due squadre decisero saggiamente di dividersi la posta e cessarono le ostilità. Nell’ultimo incontro contro il Canada, a qualificazione già in tasca, Lobanovskij, a differenza di Piontek, optò saggiamente per un turnover spinto, lasciando che i titolari riposassero in vista degli ottavi. I rincalzi chiusero la pratica Canada con un 2 a 0 senza appello siglato dal veterano Blokhin e dalla stellina Zavarov.
La differenza reti portò l’URSS al primo posto nel girone che valse l’ottavo di finale contro il Belgio, inopinatamente finito terzo nel suo gruppo. La sfida fra le due nazionali si giocò a Leon il 15 giugno 1986 e fu un incontro rocambolesco in cui i sovietici si fecero ancora una volta ammirare per le trame di gioco in verticale a velocità supersonica, passando in vantaggio a metà del primo tempo con Belanov grazie ad un gran tiro dal limite. Ad inizio ripresa il palo negò il 2 a 0 a Zavarov e subito dopo Scifo, in sospetta posizione di fuorigioco, pareggiò per il Belgio.
Non domi gli uomini di Lobanovskij si riversarono in attacco trovando il gol nuovamente con Belanov, ma ancora una volta furono ripresi dai belgi, questa volta con un gol di Ceulemans in evidente fuorigioco che l’arbitro svedese Fredriksonn convalidò, nonostante il suo guardialinee avesse sbandierato e i sovietici si fossero fermati. La traversa colpita da Yaremchuk allo scadere non evitò i supplementari, in cui l’enorme dispendio di energie profuso dai bianchi di Lobanovskij si fece sentire e due sbavature difensive consentirono al Belgio di poortarsi sul 4 a 2. A nulla servì la tripletta di Belanov su rigore, perché l’incontro si chiuse sul 4 a 3 nonostante una gran parata di Pfaff su tiro sbilenco di Protasov. Come per la Danimarca anche per l’URSS i mondiali finirono agli ottavi con grande rimpianto di tutti gli amanti del bel calcio.
L’epopea della Danish Dynamite si chiuse con i Mondiali messicani, perché la squadra entrò in un lento declino e la vittoria, insperata, negli Europei 1992 ad opera di una squadra largamente rinnovata e guidata dal “secondo” di Piontek, Moeller Nielsen, non fu il trionfo di un gioco propositivo e di attacco, quanto il frutto di una solida organizzazione difensiva e grande opportunismo offensivo.
Il Laboratorio Lobanovskij, invece, continuò a brillare ancora per un biennio, arrivando meritatamente alla finale degli Europei 1988, dopo aver eliminato in semifinale la giovane Italia di Vicini, ma finendo per arrendersi all’Olanda di Gullit e Van Basten. I mondiali 1990 furono gli ultimi che videro la squadra con la scritta CCCP sulle magliette rosse prima della definitiva dissoluzione dell’impero sovietico.
