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Metti una sera con Brian May

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Brian May

Quando uno pensa alla musica degli anni 80 si riferisce di solito a uno o più generi che sinceramente non mi hanno mai fatto impazzire e nemmeno conosco così bene da poterne parlare.

Però, a differenza di oggi, la musica allora era vissuta con maggior senso di appartenenza, quasi fosse una religione.
Ognuno aveva il suo dio e perseguiva la propria guerra santa per imporre la sua superiorità sugli altri. E come le religioni ahimè pretendono, ognuno era quasi obbligato a conoscere tutto della propria religione e rimaneva completamente ignorante riguardo le altre.

Il mio dio era Freddie Mercury.

Come un buon testimone di Geova sa recitare ogni passo della Bibbia, io all’età di 13 anni conoscevo a memoria l’intera discografia dei Queen. Il mio problema è che non conoscevo nient’altro. Per me c’erano solo i Queen. Avete presente la banalità “la colonna sonora di una vita?”. Per me era realmente così, almeno della mia adolescenza. Una ragazza mi lasciò e passai tutta la notte sdraiato sul prato a guardare la stelle ascoltando Love Of My Life con il mio fidato Walkman. Dopo qualche mese mi aiutai a dimenticarla con ‘Who Needs You’. Presi una nota perché i regolamenti scolastici (che spero nel frattempo siano cambiati) non consentivano di suonare il pezzo flamenco di ‘Innuendo’ con una scopa in piedi sui banchi; mi presi la rivincita riportando fedelmente il testo di ‘Is this the world we created?’ in un tema in inglese sulla fame del mondo; quello rimane l’unico 8 della mia carriera scolastica. E potrei andare avanti.

Quando Freddie Mercury morì io realizzai quasi istantaneamente di aver perso il più importante concerto della mia vita. Del resto quando i Queen vennero a Milano nel 1984 ero acerbo e distratto. Poi, dopo molto, arrivò Paul Rodgers. Io ero ancora più o meno giovane e avevo idee radicali: mai i Queen senza Freddie Mercury! Rispettai e condivisi la scelta di John Deacon di chiamarsi fuori e sviluppai persino astio per Brian May e Roger Taylor.

Poi, dopo moltissimo, arrivò Adam Lambert ed io non ero più giovane né tantomeno radicale. Ma cosa più importante, i riccioli di Brian May si erano imbiancati e la panza di Roger Taylor rischiava ormai di entrare in conflitto con il rullante. Quando un paio di settimane fa, quasi per caso, ho saputo dell’unica data italiana del 10 novembre a Casalecchio di Reno, ho comprato di istinto il biglietto. Poteva essere l’ultima possibilità di vedere dal vivo due quarti di chi ha accompagnato la mia adolescenza.
Ho combattuto contro me stesso, continuando a ripetermi che forse stavo andando a vedere la tribute band dei Queen. Ma sono andato ed è stata una delle cose più intelligenti che abbia fatto in vita mia. Durante il viaggio mi chiama mia madre. “Sei al lavoro?” – “No, sto andando al concerto dei Queen” – “Ma non sono morti?”. Serissima. Lei è una di quelle donne all’antica cui non importa che tu abbia 40 anni, è tranquilla solo quando te ne stai a casa, però questa volta ha capito. Del resto ancora oggi racconta a tutti quanto le facesse piacere sentirmi cantare dalla mattina alla sera quando vivevo in casa.

Solo una volta arrivato sul posto ho cominciato a capire quello che stava succedendo. Pur in largo anticipo c’era già una fila enorme davanti a me. Tante teste pelatine come la mia, diversi capelli bianchi e pochi giovanissimi. In coda qualcuno inizia ad intonare le hit, dietro di me un gruppo di bergamaschi offre birre alle guardie di sicurezza e canta “Perché a noi la patata piace liscia e rasata”. Scontri generazionali, ma nonostante il freddo e la ressa vedo solo facce sorridenti. Entro, i posti davanti al palco sono tutti più che occupati e mi posiziono nel primo spazio libero quasi in fondo alla passerella. Scelta del destino come presto scoprirò.

E poi inizia. Cerco le facce prima di ascoltare la musica. Fatico ad abituarmi alla loro presenza. E poi arriva la musica. Venti minuti di apnea con pezzi rock più o meno conosciuti tra cui spicca ‘Stone Cold Crazy’ Capisco subito una cosa. Durante la mia vita non ho mai conosciuto nessuno che conoscesse i Queen come li conosco io. Sono sempre stato fiero del fatto che non esiste nessuno sulla terra che non abbia mai sentito ‘Bohemian Rhapsody’, The Show Must Go On o ‘We Are The Champions’, ma solo io conoscevo le varie ‘White Queen’, ‘My Melancholy Blues’ eccetera. Per la prima volta invece ero circondato da persone che ne sapevano quanto e più di me.

Poi il ritmo rallenta e mi lasciano il tempo per pensare. L’ho sentita un miliardo di volte quella intro, Brian. Un miliardo. E ora proprio tu, che quell’intro l’hai concepita e scritta, stai suonando ‘I Want It All’. Ora ti avvicini e mi rendo conto che proprio vicino a me (grazie destino), verso la fine della passerella, qualcuno ha messo una sedia.

Ti siedi, e io capisco cosa sta per succedere. Prima parli un po’, poi attacchi ‘Love Of My Life’ chiedendo al pubblico di cantare come da tradizione. Io mi ritrovo improvvisamente su un prato e mi commuovo.
Ogni canzone mi riporta indietro di 30 anni e come per incanto ricordo e rivivo la prima volta in cui l’ho sentita. Parte ‘Who Wants To Live Forever’ e il ragazzo di fianco a me si mette a piangere a dirotto. I suoi amici lo abbracciano a turno. Non sono l’unico a rivivere momenti, piacevoli o tristi. E poi addirittura, ciliegina sulla torta, spostano anche la batteria sulla passerella. E’ il momento di ‘Somebody to Love’, ma soprattutto è il momento in cui sono stato più vicino ai Queen in tutta la mia vita.

Non ho scelto questo nickname per caso: fottutonostalgico. Scrivo in questo blog per ricordare momenti che non ci sono più e che mi mancano. La nostalgia è un bel sentimento però, non è tristezza. Se una cosa ti manca è perché l’hai vissuta con tutto te stesso. Ma cari miei, venerdì sera, per circa due ore, sono tornato là. Non è stato ricordare, ma rivivere. E durante il viaggio di ritorno le mie mani han cercato nell’autoradio lo spazio per infilare quelle musicassette consunte che mi portavo dietro ovunque, e che ora non so più che fine abbiano fatto.

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