Home Storia Negli anni 80 i nostri genitori ci raccontavano le storie

Negli anni 80 i nostri genitori ci raccontavano le storie

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Un tardo pomeriggio degli anni Ottanta, bambino, tornavo a casa a piedi – rigorosamente da solo – e fui attratto da alcuni manifesti appesi ai muri. Un simbolo strano su sfondo rosso e una scritta campeggiante: “VOTA PCI”.

Quel giorno, a tavola, chiesi a mio papà cosa significasse votare. Lui mi rispose che i cittadini, ma solo i maggiorenni, erano chiamati a decidere chi dovesse governarci, votando. A scuola ci avevano parlato del fascismo, e del resto il presidente della Repubblica era un partigiano: Sandro Pertini.

“Ok papà, quando sarò grande voterò PCI“.

Non ricordo esattamente cosa mio papà stesse mangiando, ma gli andò di traverso.

Per un bambino il grigio non esiste, c’è il bianco e c’è il nero, e l’idea che mi ero fatto era che i comunisti fossero i buoni e i fascisti i cattivi. Io volevo stare dalla parte dei buoni.

I miei genitori mi educarono a distinguere il grigio senza mai parlare di politica, che in casa mia entrava poco; e se proprio entrava, era sotto forma di storie. In questo caso, due storie.

La prima riguardava mio padre. Mio padre era cresciuto in una terra “rossa”, la Romagna, ma la sua famiglia non era comunista. Viveva in un casolare in cima a una collina, una casa troppo grande per sole quattro persone. Quando i nazisti arrivarono, chissà come e chissà perché, nello sperduto borgo di Camposonaldo, individuarono subito quella casa come “caserma ideale” e la occuparono. Mia nonna fu obbligata a fare da cuoca e da sguattera. Con estrema soddisfazione sputava nel ragù per le truppe, ma era una delle poche rivincite che poteva prendersi. Mio papà era solo un bambino e per lui era tutto un gioco, soprattutto in un posto dove non succedeva mai niente.

Tra gli occupanti c’era Rudy, un soldato tedesco di 18 anni. Parlava qualche parola di italiano e giocava col mio papà. Rudy non aveva la minima idea del perché fosse lì e non aveva mai incontrato un ebreo in vita sua. Un giorno, mentre giocavano nel bosco, un gruppo di partigiani vide l’uniforme tedesca e, nonostante la presenza di un bambino, iniziò a sparare all’impazzata. Rudy prese mio papà in braccio e corse più veloce che poté, mentre le pallottole fischiavano da tutte le parti. Si salvarono.

Poi i tedeschi se ne andarono. “Se Rudy non muore, Rudy torna”, disse il ragazzo a mio papà. Rudy non tornò.

Prima lezione: Rudy aveva un’uniforme nazista, ma era un bravo ragazzo.

La seconda storia si svolgeva a Piazza S. Stefano, una frazione di Cernobbio in provincia di Como. Il protagonista era mio nonno materno Stefano, un fervente cattolico che cantava in chiesa e portava orgogliosamente la croce alle processioni del paese. Arrivarono i fascisti, e lui si rifiutò di prendere la tessera.

Ancora oggi mia mamma ricorda cosa fosse la fame. A Piazza c’era un ometto, un poveraccio “toccato dagli angeli”. Andava in cooperativa e si ubriacava pressoché ogni giorno. Qualche furbetto decise di mettergli addosso una giubba, un cappello e una sciarpa rossa. Poi gli dissero di andare dai fascisti che gli avrebbero dato da bere gratis.

I fascisti non compresero lo scherzo, lo arrestarono e gli diedero un sacco di botte. Quando mio nonno disse a mia nonna di voler andare a salvarlo, lei cercò di trattenerlo per il maglione e lo pregò di restare. Ma mio nonno aveva una coscienza ferrea e si presentò dai fascisti chiedendo di liberare il povero cristo. Non si sa come, ma uscì da lì e riuscì a portarlo via. Poco tempo dopo fu tra coloro che avvistarono la colonna fascista che si dirigeva verso Dongo, dove tutto finì.

Mio nonno era un partigiano, ma era cattolico, votava DC ed era un brav’uomo.

I miei genitori non mi hanno mai parlato di partiti, ma mi hanno parlato di persone. Le persone sono buone, le persone sono cattive. Le persone vanno oltre i gruppi a cui appartengono. È un concetto molto semplice, addirittura banale, ma la sostanza dell’uomo è tutta qui. Questa è la ricetta contro l’odio incondizionato.

Sono passati tanti anni; alla fine degli anni 80 un muro è stato distrutto, successivamente tante altre barriere sono state abbattute e le persone si sono avvicinate.

Poi, improvvisamente, abbiamo invertito la rotta. Siamo di nuovo tutti contro tutti.

Ma perché i genitori hanno smesso di raccontare storie ai propri bambini?

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