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Polo: il buco con la Pianura Padana intorno

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Polo

Pensateci bene: ha senso una caramella a forma di anello? Mah. Non più di un biscotto a forma di anello: eppure le ciambelle sono al top delle preferenze in ogni tradizione gastronomica che si rispetti, e ad ogni latitudine, segno che questa forma non è poi così stravagante.

Applicata a una caramella, però, è una ricetta tutto sommato unica: dici anello e pensi alle Polo. E una cosa così non poteva che venire dal Regno Unito, da gente che misura ancora in pollici, guida contromano ed esce dall’Europa quando tutti gli altri ci sono entrati. All’inizio, nel 1948, le Polo erano caramelle normali, senza buco, e il nome faceva riferimento al Polo Nord per evocare freschezze siderali. Scontata anche la composizione: zucchero, sciroppo di glucosio, amido modificato, acido stearico, olio essenziale di menta. Tradotto: zucchero, zucchero, zucchero, un solidificante e una goccia di aroma alla menta. Su 100 grammi di caramella, 98 sono di carboidrati, per dire. Ma all’epoca si usciva dalla guerra all’invasore, e la guerra al carboidrato non era ancora stata inventata.

Insomma le Polo erano caramelle come le altre, finché nel 1955 qualche genio senza nome, in qualche ufficio con un nome contenente la parola “marketing”, pensò di modificarle, dando loro la forma che le ha rese famose. Come tante idee venute dal marketing, l’effetto pratico era discutibile: ho sempre trovato le Polo tanto belle quanto scomode, un po’ per la pochezza della confezione a tubetto di carta, che si sfasciava regolarmente liberando le Polo in tasca (o nella borsetta, per le ragazze); e un po’ per quel modo di sciogliersi in bocca che a un certo punto le faceva scomparire. Succhiavi, succhiavi, poi l’anello si rompeva e tre secondi dopo la caramella era andata. Un fatto dovuto proprio alla mancanza del nucleo centrale, quello che trattiene la “coda” del sapore di ogni caramella: per cui mi ha sempre lasciato perplesso il successo delle Polo, tutt’oggi le caramelle più vendute nel Regno Unito: che non è un Paese come un altro ma uno di quelli che consumano più dolciumi al mondo.

Evidentemente la bellezza dell’idea contava più della sua praticità. E l’idea delle Polo era così geniale, ma così geniale, che nel 1994 la Nestlé cercò persino di brevettarne la forma (senza riuscirci). Del resto con una forma così le campagne pubblicitarie venivano praticamente da sole: memorabile, per quanto mi riguarda, quella del trapano; ma anche le altre erano tutte belle.

L’Italia ci mise del suo, sostituendo al banalotto claim originale “The mint with the hole”, la mentina col buco, la variante “Il buco con la menta intorno”, che per quanto mi riguarda è altrettanto meritevole del Nobel per la letteratura dell’intera discografia di Bob Dylan. Ovviamente l’idea fu spremuta il più possibile, e negli anni ne furono lanciate sul mercato decine di varianti: più dolci, più forti, più piccole, più gommose, senza zucchero (!!!). Erano roba da inglesi ed ex colonie inglesi, e per fortuna ci vennero risparmiate: da noi arrivarono solo, negli anni 80, le Polo alla frutta, dove alla frutta era soprattutto l’idea: tristi e scontate come il loro messaggio, “il buco con i gusti intorno”, furono più che altro un buco nell’acqua. Durarono poco, a differenza dell’originale che è ancora lì, più insuperabile del tonno Insuperabile.

La frase “il buco con la menta intorno” da allora è stata copiata, adattata e riusata un trilione di volte; ma a beneficio dei linguisti e dei glottologi voglio qui ricordare che la prima volta risale al 1987, ad opera di un gruppo di adolescenti su un autobus blu della Bassa. Tutti i giorni, per andare a scuola in città, attraversavamo un paesino che si chiama San Polo: il tipico paese emiliano in mezzo ai campi, con qualche casa affacciata sulla strada. Ci passavamo due volte, andata e ritorno; e con la sua assenza di semafori, negozi, uffici postali e scuole, San Polo per noi frequentatori dell’autobus divenne subito, e per sempre, “il buco con il paese intorno”. Definizione che, come tutta l’onomastica dell’adolescenza, mi sembra ancora azzeccata.

Quasi quasi scrivo alla Nestlé per proporre di organizzarci il festival delle mentine col buco. Venite?

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