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Amministro il sito e cerco di far funzionare tutti i motori al meglio. Nel tempo rimanente scrivo dei miei anni 80 e creo effetti speciali.

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The Warriors: quando New York diventò leggenda

Ci sono film che appartengono al loro tempo e altri che, con il passare degli anni, finiscono per appartenere a un’epoca diversa da quella in cui sono stati realizzati. The Warriors, arrivato nelle sale nel 1979 con il titolo italiano I guerrieri della notte, è probabilmente uno degli esempi più affascinanti di questo fenomeno. Il film di Walter Hill nasce alla fine degli anni Settanta, racconta una New York ancora lontanissima da quella che conosciamo oggi e fotografa una città sporca, inquieta e notturna, ma nell’immaginario di tantissime persone è diventato soprattutto un film degli anni Ottanta.

Ed è difficile dargli torto.

Perché se penso alla New York che ho immaginato per anni attraverso il cinema, la musica, i videogiochi e la televisione, quella New York ha inevitabilmente il volto di The Warriors. Una città attraversata di notte da vagoni della metropolitana pieni di graffiti, strade illuminate dai neon, quartieri che sembrano appartenere a mondi completamente diversi e ragazzi che si muovono in gruppo cercando soltanto di tornare a casa. È una New York che probabilmente non è mai esistita esattamente come la vediamo nel film, ma che proprio per questo è diventata ancora più potente: una New York trasformata dalla fantasia in una specie di leggenda urbana.

E la cosa curiosa è che tutto questo comincia nel 1979.

Una notte qualunque nella New York che non esiste più

La storia di The Warriors è semplice e, proprio per questo, geniale. I Warriors sono una gang di Coney Island che decide di partecipare a un enorme raduno organizzato nel Bronx da Cyrus, il leader dei Riffs, una figura quasi messianica che vorrebbe riunire le bande della città sotto un’unica idea di potere e di appartenenza. Durante il raduno, però, Cyrus viene assassinato e i Warriors vengono accusati dell’omicidio.

Da quel momento comincia il vero film.

Il loro unico obiettivo è tornare a Coney Island, ma tra loro e casa ci sono tutta New York e le altre gang della città. Devono attraversare quartieri sconosciuti, evitare la polizia, affrontare gruppi rivali e soprattutto riuscire a salire sui treni giusti per continuare il viaggio. La metropolitana diventa così molto più di un semplice mezzo di trasporto: è la strada attraverso la quale i protagonisti devono conquistarsi, stazione dopo stazione, il diritto di tornare a casa.

È questa la grande intuizione di Walter Hill. The Warriors non è raccontato come un normale film sulle gang, ma come un’odissea urbana. I protagonisti partono da casa, entrano in territorio nemico e devono attraversare un mondo ostile prima di poter tornare al punto di partenza. Non è un caso che la storia abbia un legame evidente con l’antica Anabasi di Senofonte, dalla quale prende l’idea di un gruppo costretto a combattere e viaggiare attraverso un territorio ostile per riuscire a tornare a casa.

Solo che al posto dell’antica Grecia ci sono il Bronx, Manhattan e Brooklyn, e al posto dei guerrieri greci ci sono ragazzi con gilet di pelle, jeans, scarpe da ginnastica e mazze da baseball.

È proprio questo contrasto a rendere il film così particolare.

La New York degli anni Settanta

Oggi siamo abituati a vedere New York come una delle città più ricche, turistiche e fotografate del mondo, ma la città che compare in The Warriors appartiene a un’altra epoca. È una New York segnata dalla crisi economica, dalla criminalità, dal degrado urbano e da una metropolitana che negli anni Settanta era diventata uno dei simboli più evidenti delle difficoltà della città.

I vagoni ricoperti di graffiti sono probabilmente una delle immagini più riconoscibili di quel periodo. Le scritte non erano ancora considerate semplicemente una forma d’arte da museo o da galleria: facevano parte della strada, della vita quotidiana e dell’identità di una generazione. Walter Hill utilizza quella realtà e la trasforma in scenografia, facendo della metropolitana uno dei personaggi principali del film.

Guardando oggi quelle immagini si prova quasi una sensazione di viaggio nel tempo. Le stazioni, i vagoni, le insegne, i telefoni pubblici, l’abbigliamento e persino il modo in cui le persone si muovono per la città raccontano una New York che non esiste più. Eppure quella città continua a vivere nella nostra memoria proprio grazie a film come questo.

La cosa interessante è che Hill non cerca necessariamente il realismo assoluto. Al contrario, prende elementi reali e li porta verso una dimensione quasi fumettistica. Le gang sembrano tribù urbane, ognuna con il proprio look e il proprio territorio, e la città diventa una gigantesca mappa nella quale ogni zona è controllata da un gruppo diverso.

È una New York reale trasformata in una New York mitologica.

I Warriors e le gang diventate icone

Probabilmente una delle ragioni per cui The Warriors è rimasto così impresso nell’immaginario è proprio il modo in cui sono costruite le gang. I protagonisti non sono semplicemente ragazzi vestiti in modo casuale: hanno un’identità visiva precisa, riconoscibile immediatamente.

E lo stesso vale per i loro avversari.

I Baseball Furies, con le divise da baseball e il volto dipinto, sembrano usciti direttamente da un fumetto; i Punks hanno un’estetica completamente diversa, mentre i Turnbull AC’s, i Hi-Hats, le Lizzies e le altre bande contribuiscono a creare una sorta di universo parallelo nel quale ogni gruppo possiede il proprio stile e le proprie regole.

È una caratteristica che negli anni successivi sarebbe diventata importantissima nella cultura pop. La stessa idea di associare un gruppo a un look, a un territorio e a un’identità immediatamente riconoscibile sarebbe stata ripresa in moltissimi videogiochi, fumetti, film e prodotti della cultura street.

Per questo oggi The Warriors può essere guardato quasi come un gigantesco videogioco ante litteram. I protagonisti attraversano una mappa, incontrano nemici differenti, superano un ostacolo e passano alla zona successiva. La metropolitana diventa il sistema di collegamento tra i vari “livelli”, mentre ogni gang sembra essere un nuovo avversario da affrontare.

Non sorprende quindi che molti anni dopo questa storia sia stata trasformata in un videogioco, ma in realtà Walter Hill aveva già costruito nel 1979 una struttura che sembrava fatta apposta per essere trasformata in gioco.

Perché è diventato un film degli anni ’80

E qui arriviamo al punto che mi interessa maggiormente.

The Warriors è del 1979, ma il suo immaginario esplode soprattutto negli anni successivi, quando il decennio cambia completamente il modo di rappresentare la città, la strada e la cultura giovanile.

Gli anni Ottanta prendono molti degli elementi presenti nel film e li fanno propri. La cultura hip-hop cresce, i graffiti diventano sempre più importanti, il punk continua a influenzare moda e musica, mentre il cinema americano comincia a costruire una rappresentazione sempre più spettacolare della strada e delle grandi città.

In questo contesto The Warriors trova una seconda vita.

Il film sembra fatto per quel decennio: è colorato, aggressivo, stilizzato, esagerato e possiede personaggi che sembrano creati apposta per essere ricordati. Non racconta soltanto una storia, ma costruisce un’estetica.

E quell’estetica finisce per influenzare il modo in cui immaginiamo la New York degli anni Settanta e Ottanta ancora oggi.

Quando pensiamo alla metropolitana newyorkese di quel periodo, spesso non pensiamo soltanto alla realtà storica. Pensiamo ai vagoni sporchi e pieni di graffiti di The Warriors. Quando pensiamo alle gang urbane, ci vengono in mente i loro gilet, le loro divise e quei gruppi che attraversano la notte. Quando pensiamo a Coney Island, è quasi impossibile non ricordare il finale del film.

È questo il potere del cinema: a volte non si limita a raccontare un luogo, ma finisce per sostituirsi alla nostra memoria di quel luogo.

E poi c’è Coney Island

Coney Island è sempre stata un luogo particolare nell’immaginario americano. Da una parte ci sono il mare, le giostre, le luci e il Luna Park; dall’altra c’è quella sensazione di periferia, di confine della città, che nel film diventa ancora più forte.

Per i Warriors Coney Island è casa.

E casa, nel film, assume un significato quasi simbolico. Dopo una notte trascorsa a scappare attraverso New York, dopo aver combattuto e rischiato di essere catturati, tornare a Coney Island significa finalmente poter abbassare la guardia.

Ed è proprio qui che il film riesce a creare uno dei suoi elementi più affascinanti: l’intero viaggio è costruito attorno al desiderio di tornare nel luogo da cui si è partiti.

Questa cosa l’ho capita ancora meglio due anni fa, quando sono stato personalmente a Coney Island.

Due anni fa ho percorso la strada dei Warriors

Andare a Coney Island era una cosa che volevo fare da tempo, ma non mi interessava arrivarci semplicemente come un turista. Volevo fare una cosa che per me aveva un significato molto più particolare: prendere la metropolitana e ripercorrere, per quanto possibile, lo stesso tragitto dei Warriors.

E così mi sono ritrovato dentro quella metropolitana che per anni avevo visto soltanto sullo schermo.

La sensazione è difficile da spiegare a chi non ha una particolare passione per un film. Perché razionalmente sai perfettamente che stai semplicemente prendendo un treno della metropolitana di New York, ma contemporaneamente hai nella testa le immagini di quei ragazzi che, quasi cinquant’anni prima, correvano attraverso le stesse strade cercando di tornare a Coney Island.

Guardavo fuori dal finestrino e pensavo a quanto fosse cambiata quella città. La New York che vedevo io era diversa da quella del film, naturalmente, e sarebbe assurdo aspettarsi il contrario. Ma proprio questo rendeva il viaggio ancora più particolare: riconoscere luoghi che avevo conosciuto attraverso un film e contemporaneamente rendermi conto di quanto il tempo fosse passato.

Quando sono arrivato a Coney Island ho avuto quasi la sensazione di aver completato anch’io quel viaggio.

Non ero uno dei Warriors, ovviamente, e nessuno mi stava inseguendo per le strade di New York, ma per qualche ora avevo potuto fare qualcosa che da appassionato di cinema trovo sempre affascinante: uscire dallo schermo e andare a vedere con i miei occhi il luogo nel quale una storia che conosciamo a memoria è stata ambientata.

E Coney Island, vista dal vivo, rende ancora più comprensibile perché Walter Hill abbia scelto proprio quel luogo come casa dei protagonisti.

Un western metropolitano

Rivedendo The Warriors oggi, credo che la definizione più adatta sia proprio questa: un western ambientato nella New York degli anni Settanta.

I Warriors sono una banda di pistoleri senza pistole, la metropolitana sostituisce il cavallo, i quartieri diventano territori da attraversare e le gang rivali prendono il posto delle bande di fuorilegge che un tempo popolavano il cinema western.

La differenza è che qui non ci sono deserti e praterie.

C’è una città enorme, rumorosa e notturna.

E questa intuizione di Walter Hill ha avuto un’importanza enorme. Ha dimostrato che non serviva andare nel Far West per raccontare un gruppo di ragazzi che attraversa un territorio ostile: bastava prendere una grande città americana dopo il tramonto.

In questo senso The Warriors anticipa anche molta della cultura cinematografica e videoludica degli anni Ottanta e Novanta. L’idea della città divisa in territori, delle bande con identità precise e del protagonista costretto ad attraversare una serie di zone per raggiungere una destinazione finale sarebbe diventata un linguaggio praticamente universale.

“Warriors, come out to play!”

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