Paolo Ravelli
Paolo Ravelli
"Avevamo tutti quell´etá in cui non hai ancora deciso de mettere su famiglia o perderti per il mondo." Mediterraneo. Film datato 1991, in realtá ultimo film di Salvadores degli anni 80. Dopo aver vissuto gli '80 da teenager, é arrivata la scelta di: perdermi per il mondo! Prima la Germania, poi 15 anni di Asia (passati tra Shanghai, Tokyo e Singapore) e da qualche anno il Messico. Passioni? Il Design, la fotografia, i viaggi , la musica. E la buona cucina.

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Una corona per due

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Bruce e U2 si contendono lo scettro di Re degli Ottanta.

Di Paolo Ravelli / Nicola Coropulis

Meglio i Beatles o i Rolling Stones? Una domanda alla quale è quasi impossibile dare una risposta. E gli anni Ottanta? Anche i nostri amati ottanta hanno avuto i loro Beatles ed i loro Rolling Stones?

Secondo noi si.

Se negli anni ´60, lo scontro ha avuto per protagonisti due band della Swinging London, negli Ottanta i due giganti della musica, avversari sul virtuale ring del panorama musicale internazionale, sono stati Bruce Springsteen, in arte The Boss, da Freehold, New Jersey, e gli U2, quattro ragazzi di Dublino poco più che ventenni.

Scegliere significa dover rinunciare a qualcosa. In questo caso si è trattato di dover rinunciare ad artisti di qualità assoluta come Michael Jackson, Madonna, i Dire Straits, i Police. Eppure, ci sentiamo di dire che per la qualità della musica e dei testi, per lo spirito che incarnavano e l’importanza che tuttora ricoprono nella storia della musica, Bruce e U2 possano essere considerati, a ragione e con merito, i due grandi “antagonisti” degli Ottanta. Nonostante tra i loro fans non ci sia mai stata una sana rivalità come avveniva negli anni Sessanta tra gli amanti dei Beatles e quelli degli Stones.

Per provare a rispondere alla domanda delle domande – meglio Bruce o gli U2? – ci siamo divertiti ad immaginarli alle prese con la più entusiasmante delle gare di atletica leggera: la staffetta 4 x 100, una gara in cui la qualità dei singoli componenti deve necessariamente associarsi alla organizzazione, al tempismo e dove sono indispensabili sincronismi perfetti tra gli atleti. Su una virtuale pista di atletica, la sfida tra il team ”Springsteen” ed il team “U2” a colpi di perle di musica! Quattro canzoni per ciascuna squadra; quattro canzoni che decideranno la supremazia di un artista sull’altro.

Ai blocchi di partenza, la prima canzone. Il primo frazionista della nostra 4×100 immaginaria. Momento importante, quello della prima frazione. Una buona o cattiva partenza può decidere, o quasi, le sorti della gara. Uno scatto bruciante per affrontare la prima curva cercando di posizionarsi al meglio.

La prima canzone, il primo frazionista, del team Bruce Springsteen è The River.

The River è il brano che dà il titolo all’omonimo album del 1980, un album doppio, che, in assoluta controtendenza con la musica allora dominante, rifugge da tentazioni new wave e da qualsiasi forma di strumentazione elettronica, ispirandosi ad un roots-rock venato di folk che lo rende un classico senza tempo. La canzone, venata di una tristezza soffusa che un’armonica struggente di sapore dylaniano enfatizza, si ispira in qualche modo alle vicende della sorella di Bruce, Ginny, rimasta incinta a 17 anni. È la storia amara di due ragazzi della working class americana, costretti al matrimonio da una prematura gravidanza, l’infrangersi dei loro sogni giovanili contro le asprezze della vita vera. Per il suo tono malinconico e rievocativo, The River sembra uscita dal songbook di Woody Guthrie, cantore dell’America povera e dura della Depressione. Il fiume del titolo, ormai secco, è, oltre che un luogo fisico, anche e soprattutto un luogo dell’anima, unico legame che prova a tenere in vita le illusioni di un tempo. “Now those memories come back to haunt me / They haunt me like a curse / Is a dream a lie if it don’t come true / Or is it something worse / That sends me down to the river / Though I know the river is dry”. Pur non avendo avuto successo in patria come singolo, The River fu il brano che trainò le vendite dell’album in diversi paesi d’Europa e diventò nel tempo immancabile presenza in tutti i concerti del Boss. L’impianto prevalentemente acustico della canzone, dominata dal contrappunto fra l’armonica e il piano di Roy Bittan, sembra anticipare il mood del successivo album Nebraska che seguirà a soli due anni di distanza e alla cui title track passerà il testimone nella nostra ideale staffetta.

Per il team U2 il primo pezzo, il primo frazionista é Sunday Bloody Sunday
Sunday Bloody Sunday apre l’album War, datato 1983.
Quello che i quattro Dubliners lanciano nel cielo d’Irlanda, é un grido di dolore. Quello di una rabbia repressa e compressa per tanti, troppi, anni.
La canzone si apre al ritmo incalzante di un tamburo militare, che accompagna i passi di quelli che sembrano i passi di un plotone. Ma non è un plotone di guerra è un plotone di pace. Un plotone contro la guerra.
Sunday Bloody Sunday è il sangue che scorre per le strade di Derry, nella domenica di Pasqua del 1972, quando le truppe britanniche uccisero 14 manifestanti disarmati. Era una manifestazione di pace, ma si trasformò in giorno di scontri durissimi. Una ferita profonda, che a distanza di oltre dieci anni rimanevano aperta, dolorosa, sanguinante (appunto, bloody) nell´Irlanda cattolica e Repubblicana.
A comporne il riff, fu la chitarra di The Edge; che compose anche la prima versione del testo. Testo poi rivisto e corretto da Bono.
Inizialmente non era prevista la presenza così dominante del suono del tamburo di Larry Mullen Jr.; fu il produttore Steve Lillywhite a convincere la band che l’utilizzo del click track avrebbe dato quell’incalzare ossessivo, quasi ipnotizzante al pezzo. Un rullo di tamburi violento, secco, militare, che accompagna però una marcia di pace. Una marcia lenta ma inesorabile come solo la pace e l’amore, unico antidoto all’odio ed alla vendetta, possono esserlo.
“This song is not a rebel song. This song is Sunday Bloody Sunday“ ripeteva Bono, come un mantra, prima di ognuna delle più di 600 esibizioni dal vivo della canzone.

Arriviamo ad un altro momento cruciale della gara: il primo cambio.
Il testimone passa dal primo al secondo frazionista in rettilineo, a velocità massima. Occorrono coordinazione, allenamento, per non perdere neppure una frazione di secondo nel passaggio di testimone.

Secondo frazionista per il team americano è : Nebraska

A ricevere il testimone da The River è Nebraska, che apre l’album omonimo del 1982 con i suoi 4’32” di sole voce, chitarra acustica e armonica, definendone il tono, la poetica e l’atmosfera. È una vera e propria canzone manifesto che racconta la storia (vera) del giovanissimo Charlie Starkweather e della fidanzata quattordicenne Caril Anne Fugate che nel 1958 avevano ucciso ben 10 persone, prima di finire arrestati dopo una fuga di 500 miglia fra Nebraska e Wyoming. È un grande e doloroso affresco in bianco e nero di due vite maledette della provincia americana, in cui riecheggia lo spirito dolente dei “losers” di Johnny Cash “I can’t say that I’m sorry for the things that we done / At least for a little while, sir, me and her we had us some fun” e definisce perfettamente la cifra dell’intera opera. L’album, interamente acustico, fu registrato in assoluta solitudine nella casa che Springsteen aveva preso in affitto a Colts Neck, New Jersey, dove si era rifugiato per riflettere su stesso, fare i conti con i fantasmi del suo passato e i traumi irrisolti della sua infanzia, a cominciare dalla controversa relazione con il padre. L’uscita dell’album nel settembre del 1982, a pochi giorni dal 33° compleanno del Boss, contro il volere della casa discografica, che avrebbe, piuttosto, voluto cavalcare il successo commerciale di The River, lasciò letteralmente spiazzati i fan del rocker puro e duro, calato nei panni di un cantastorie del passato. Non c’è niente in Nebraska, dalla musica ai testi, dall’assenza di singoli alla copertina in bianco e nero, che conceda qualcosa alle mode o al mercato e, senza sorprese, ebbe all’epoca scarso successo commerciale. È, però, un album intimo e profondo che scava negli abissi dell’animo umano e ne estrae, in maniera quasi terapeutica, tutto il dolore senza voce accumulato nel tempo e che, con il passare degli anni, ha rivelato il suo vero valore e la qualità della sua scrittura, ponendosi come un must della discografia del Boss. Al tempo stesso, è il “ponte” verso la rinascita di Springsteen con il successo planetario di Born in the USA, delle cui 12 tracce ben 8 furono composte durante il volontario esilio di Colts Neck.

Il testimone, importantissimo e pesantissimo, che riceve il secondo frazionista del team U2 è: l’amore.
Un testimone così pesante che i 4 di Dublino avranno bisogno di un amico, un grande amico, un peso massimo del blues per sorreggerlo. L’amico si chiama B.B. King e la canzone è When Love comes to town, contenuta nell’album del 1988 Rattle and Hum. Si tratta di un album particolare, ibrido, itinerante, e diventato poi anche un film. Suonato, scritto, registrato tra Dublino, Los Angeles, Hollywood e Memphis.
Un album che, nel solco di quanto fatto con Joshua Tree, è una ricerca delle radici più profonde della musica americana, il folk rock. Tuffandosi peró anche nella sua anima mistica e spirituale: quella del blues e del gospel.
E dove farlo? Dove potrebbe iniziare questa ricerca, se non nella Mecca della Musica? L’Alfa e l’Omega del Rock and Roll: a Memphis, Tennessee!
Non sarebbe sufficiente un articolo, e probabilmente neppure un libro per elencare gli artisti associati alla città culla del blues, del soul, del rock and roll. Elvis, Johnny Cash, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, e poi Aretha Franklin, Otis Redding ed, appunto, B.B.King.
When Love Comes to town è la fotografia in musica di un incontro; tra il rock europeo degli U2 ed il soul di Mr. King.
Due anime religiose che si incontrano e che raccontano, come tasselli di un mosaico di riferimenti biblici, tenuti insieme dalla struttura blues della canzone. La fragilità dell’uomo, la grazia redentrice divina…
“I was a sailor,
I was lost at sea
I was under the wave
Before love rescued me“
Ma la corsa prosegue. È tempo di passare la staffetta al prossimo frazionista.

Nella terza frazione, il corridore affronta la seconda curva. Non può permettersi di perdere velocità, per mettere nelle condizioni migliori possibili l’ultimo atleta, quello che affronterà il rettilineo finale.
Anche qui, tecnica, velocità e precisione nel cambio sono fondamentali.

Il terzo frazionista per il team Springsteen, ovvero la terza canzone in gara: Tougher than the rest

In un decennio ricco di grandi album del Boss, la terza canzone della nostra staffetta, Tougher than the rest, proviene da un disco “minore” di Springsteen, Tunnel of Love del 1987, che sicuramente non è all’altezza dei 3 grandi album che lo avevano preceduto, ma oggi darebbe tranquillamente i punti a gran parte della musica in circolazione ai nostri giorni. Eppure, Tougher than the rest è una grandissima canzone che celebra l’amore maturo, in un momento esistenziale in cui Springsteen, raggiunti fama e successo su scala mondiale, curati i demoni del passato, cerca una nuova stabilità sentimentale che il matrimonio con Julianne Phillips, fresco di soli 2 anni, non era riuscito ad assicurargli. Infatti, sono molti coloro che leggono nei versi della canzone le avvisaglie dell’incipiente storia d’amore con la corista Patti Scialfa che di lì a poco avrebbe occupato stabilmente e ancora nei nostri giorni il cuore del Boss diventandone moglie e madre di tre figli. Il brano racconta la storia di una coppia di innamorati in un sabato sera alla ricerca di una nuova esperienza dopo le delusioni di loro storie precedenti. “Maybe your other boyfriends / Couldn’t pass the test /Well, if you’re rough and ready for love / Honey, I’m tougher than the rest”. Il Boss è un duro sui generis, non il classico macho, un po’ bullo, ma un uomo temprato da mille traversie, il cui cuore è stato segnato da innumerevoli cicatrici. Chissà se Lucio Corsi ha mai pensato a questi versi quando ha composto la sua deliziosa “Volevo essere un duro”… Musicalmente, è uno dei brani più belli e completi del canzoniere di Springsteen, introdotta da una batteria cupa e minacciosa e dall’effetto twangy della chitarra sullo stile di Duane Eddy il cui suono si stende su un tappeto di tastiere in cui domina l’organo maestoso di Danny Federici. L’assolo di chitarra sempre con l’effetto twangy e la chiusura con l’armonica di sapore folk che rimanda direttamente a The River aggiungono valore alla composizione che è diventata nel tempo un inno cantato coralmente ai concerti del Boss.

Qualcosa di forte legava i ragazzi di Dublino alla città di Memphis. Ancora prima che intraprendessero il viaggio attraverso le radici del rock.
La staffetta che riceve il terzo frazionista è di nuovo legata profondamente alla città capitale del Tennessee.
Ma non è una canzone che vuole rievocare le sonorità del blues o del soul tipiche del profondo sud degli Stati Uniti; bensì una storia ambientata in un pomeriggio del 4 luglio del 1968, giorno della Indipendenza Americana.
È del 1984 la canzone che racconta questa storia di violenza e di odio: Pride (in the name of Love).
Pride, orgoglio. Che però non è declinato come ottusità o testardaggine; è l’orgoglio di chi ha dedicato la propria vita al tentativo di cambiare le cose ed a cambiare i cuori delle persone: Rev. Martin Luther King Jr.
È la storia di un colpo di pistola che ha creduto di poter spegnere il sogno di milioni di persone. Senza però riuscirci.
“free at last, they took your life
they could not take your pride“
“Puoi uccidere un uomo, ma non puoi uccidere una idea“ ebbe a scrivere Medgar Evers.
Il riff delay galoppante di The Edge (la stessa tecnica di Walking on the Moon dei Police, di Run Like Hell dei Floyd… e che gli U2 riprenderanno in Where the Streets have no name) aggiunge pathos ed emozione ad un testo già forte ed intenso.
La voce di Bono alterna parti quasi sussurrate a grida di rabbia. Una altalena bergmaniana di sussurri e grida, che saranno la staffetta ideale per affrontare l’ultima frazione della gara.

Siamo arrivati all’ultimo cambio ed alla rettilinea finale. L’ultimo frazionista è spesso il più veloce del gruppo. Quello che in genere corre anche nella regina delle gare di atletica – la 100mt piani. È l’atleta che accarezza il vento. È Carl Lewis, è Usain Bolt, è Lamont Marcell Jacobs.
Nella nostra fantasia atletico musicale, è il pezzo “più immortale“ di tutti. Quello che riceve il testimone e che corre gli ultimi 100 metri finali. Solitamente in un testa a testa entusiasmante fino alla linea del traguardo.

Bruce corre questa ultima frazione con la pazzesca: Born in the USA.

L’ultima frazione non poteva che essere affidata al brano simbolo di Springsteen negli anni 80, quella Born in the USA che, pur essendo un brano tutt’altro che patriottico (dal momento che raccontava degli effetti della guerra del Vietnam su tanti giovani americani), fu scambiata per un inno all’America reaganiana. Lo stesso presidente repubblicano Reagan provò a far della canzone la colonna sonora della campagna per la sua rielezione nell’autunno del 1984, ricevendo in cambio un netto rifiuto da Springsteen, uomo della working class tradizionalmente legata ai democratici. Born in the USA, che apre l’omonimo album del 1984, è un’esplosione di suoni caratterizzata da un riff inconfondibile scandito dalla potente batteria di Max Weinberg in cui il suono della chitarra è “doppiato” da quello di organo e sintetizzatore, con un effetto vagamente “wall of sound” che regala vigore e fascino alla canzone. Il brano era stato composto già nel 1981 come Vietnam ed era stata pensato per fare da tema principale di un film (mai poi realizzato) di Paul Schrader dal titolo di Born in the USA. Registrata in versione acustica durante il volontario esilio creativo di Colts Neck che avrebbe prodotto Nebraska, fu poi scartata dalla scaletta definitiva di quell’album. Venne “ripescata” qualche mese dopo ed eseguita nella versione elettrica che conosciamo tutti nelle sessioni con la E Street Band che portarono al nuovo, bellissimo album Born in the USA. Pubblicato il 4 giugno 1984, l’album, una raccolta di canzoni di successo assoluto (da Dancing in the Dark a I’m On Fire da Glory Days a My Hometown) avrebbe scalato rapidamente le classifiche di mezzo mondo raggiungendo la vetta delle classifiche in ben 13 paesi e proiettando Springsteen alla dimensione di icona del rock mondiale Negli anni a venire, il Boss non avrebbe mai più ripetuto l’exploit commerciale di questo album, ma i brani che lo componevano popolarono costantemente la scaletta dei suoi concerti. Quanto alla canzone Born in the USA, per rimarcarne il significato profondo come amarissimo ma sentito tributo ai tanti amici che avevano perso la vita in Vietnam (“I had a brother at Khe Sahn fighting off the Viet Cong / They’re still there, he’s all gone / He had a woman he loved in Saigon / I got a picture of him in her arms now”), Springsteen continuò ad eseguirla dal vivo ma sempre in versione rigorosamente acustica.

Come in una vera 4×100, l’ultima frazione è quella nella quale non è più possibile fare calcoli. Nessuna strategia. Il tutto o il nulla. Il bianco o il nero… con te o senza di te.
With or without you.
41 passi, o appoggi, sono quelli che separano il corridore dal traguardo. Da correre dando tutto quello che si ha nei muscoli nelle gambe nei polmoni… senza pensare a nulla. Dai tutto, anche se a volte non sembra essere sufficiente.
You give it all, but i want more…
Vincere ed essere ricordati o perdere ed essere dimenticati.
Nothing to win and nothing left to lose…
Il pezzo è del 1987; ed è una delle perle incastonate nell’album the Joshua Tree. il viaggio di Bono e dei suoi alla scoperta dei posti della musica, della letteratura, del cinema, e della spiritualità americana. L’America di Bullet the Blue Sky, di Where the Streets have no name, di I still haven´t found what I am looking for.
With or without you mette a nudo le emozioni più profonde di Bono Vox. Il video musicale alterna parti a colori a parti in bianco e nero, fotografando la inquietudine di una persona che ancora non ha deciso, che non sa decidere, se essere marito e family man, o rock star internazionale.
My hands are tied, my body bruised…
L’intensità emotiva della canzone si legge nel testo, si sente nella voce di Bono che inizia sussurrando e termina gridando la sua sofferenza. Accompagnato dal crescendo strumentale della atmospheric guitar di The Edge, che metaforicamente abbraccia e sorregge il suo amico di tutta la vita.

A questo punto, non resta che affidarci al fotofinish per sapere a chi spetta la corona di Re degli Ottanta.
Bruce o i Quattro Dubliners? A chi lo scettro?

Un momento! Colpo di scena!

Se la vera domanda non fosse “chi ha vinto “?
Se la vera domanda che dobbiamo porci di fronte ad artisti sublimi, come Springsteen e gli U2, fosse (come direbbe il Don McLean di American Pie):
now, do you believe in Rock and roll?
Can music save your mortal soul?

Allora sul trono ci sarebbe spazio per entrambi.
Due artisti, due re del rock and roll, due creatori di musica in grado di salvare le nostre anime mortali.

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