Home Tv “We Are The World” è il docu-eighties per eccellenza

“We Are The World” è il docu-eighties per eccellenza

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Una squintalata di Anni Ottanta servita sul vassoio patinato di Netflix. Già. Perché “We Are The World” non è altro che l’ennesima, bonaria scusa per parlare di un decennio che sta all’umanità come la kryptonite a Superman.

Non che ci dispiaccia, ovviamente. Anche perché il documentario realizzato e diretto magistralmente da Bao Nguyen è uno spaccato glitteratissimo di quello che era il mainstream musicale (americano soprattutto) nel corso della nostra decade preferita.

Sì. Perché è la musica la vera protagonista della trama raccontata con garbo e magnetismo da Mr. Lionel Richie (che di “We Are The World” è anche co-produttore). Poco da dire. Basti pensare alla super-mega-carrellata di star che si succedono l’una dopo l’altra nelle immagini di repertorio proposte dal documentario.

Dal “Boss” a Cindy Lauper, da Stevie Wonder a Bob Dylan, passando per Dan Aykroyd e Kim Carnes, sono stati tanti (ben quarantacinque) i volti noti che quella notte del 28 gennaio 1985 si sono recati negli “Hollywood’s A&M Studios” di Los Angeles – subito dopo gli “American Music Awards” di quell’anno – per registrare uno dei pezzi più iconici che l’umanità ricordi.

Oltre ad essere un mero brano musicale, però, “We Are The World” rappresenta anche e soprattutto il simbolo di una nobile iniziativa benefica (sulla falsa riga di “Band Aid”, in pratica) a favore dell’Etiopia, che proprio in quel periodo stava attraversando una disastrosa carestia.

L’idea del brano, in principio, fu partorita dalle menti Michael Jackson, Quincy Jones – i due all’epoca erano reduci dal successo di un certo “Thriller” – e del già citato, Lionel Richie. Proprio quest’ultimo, durante il documentario, sarà il narratore principale dei vari momenti vissuti dai Nostri prima di concretizzare finalmente il progetto in questione. Del resto, il fascino recondito di un’opera come “We Are The World”, sta tutto lì, tra gli aneddoti divertenti (e non) raccontati da Richie con innata simpatia e dagli eighties che restano sempre sullo sfondo come un tramonto colorato a Beverly Hills.

Probabilmente, oggi, ai tempi dei Social e dell’iper-connessione globale, un’operazione del genere, non solo non avrebbe senso, ma non sarebbe neanche di facile realizzazione. Paradossi della vita e di un millennio ancestralmente vuoto come quello attuale, che fagocita tutto, anche la condivisione di una giusta causa.

Ciò detto, “We Are The World” è la vivida testimonianza di un’epoca che, ahinoi, è andata via via disintegrandosi, estinguendosi, come un T-Rex di circa sessantacinque milioni di anni fa. Va da sè, naturalmente che il docu-Netflix realizzato in maniera impeccabile da Nguyen resta un ottimo volano per ricollegarsi – anche solo per un’oretta – con quei giorni così magici e irripetibili.

È chiaro che quando si ha l’occasione di vedere all’opera personaggi straordinari quali Jackson, Quincy Jones, o lo stesso Bruce Springsteen, non è mai un’occasione sprecata.

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