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I giorni felici con Fonzie e la famiglia Cunningham

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I giorni felici con Fonzie e la famiglia Cunningham.

Alzi la mano colui (o colei) che almeno per una volta, nella propria vita, non abbiano voluto indossare i panni (metaforici e non) del caro vecchio Arthur Fonzarelli. Sì, quell’Arthur Fonzarelli.

Quel “Don Giovanni” dal cuore tenero con il giubbotto di pelle ed il ciuffo cotonato. Il vero e proprio mattatore di “Happy Days”, in pratica.

Va da sé, naturalmente, che la situation comedy a stelle e strisce, per il cosiddetto vecchio stivale abbia rappresentato una sorta di valanga-pop in di cui innamorarsi ed in cui incappare perdutamente. Soprattutto negli Anni Ottanta.

Sebbene, infatti, sia andata in onda dal 1977 su Rai Uno (fino all’83), la Serie Televisiva che vede per protagonisti (tra gli altri) tutti o quasi i componenti della famiglia “Cunningham”, viene percepita nell’immaginario collettivo come uno dei telefilm di culto del decennio più bello che l’umanità ricordi.

Va anche detto, ad onore del vero, che dal 1984 al 1987, le vicende sgangherate di Fonzie e soci finirono dapprima su Canale 5 e poi di nuovo su Rai 1.

Per ciò che concerne la trama, “Happy Days” narra le storie (e le bizzarrie) di una famiglia medio-borghese degli anni Cinquanta (e in parte, Sessanta), che vive nella città di Milwaukee, nel Wisconsin. Al suo interno, vengono rappresentati valori eterni quali la vita, l’amicizia, l’amore, le feste, il cinema, la cultura, la musica, l’esilarante divertimento e lo stile di vita di quella generazione di adolescenti statunitensi che hanno vissuto il “sogno americano” nella luminosa e prospera epoca degli anni Cinquanta (un decennio assai mitizzato negli eighties).

Insomma, quella stessa epoca compresa fra la fine del coinvolgimento statunitense nella guerra di Corea e la vigilia di quello nella guerra del Vietnam.

Attraverso un mood forse un po’ (bonariamente) stereotipato, viene presentato il modello dell’American Way of Life nei suoi aspetti più positivi, nelle innumerevoli avventure di Richie, Potsie, Ralph, il sopraccitato Fonzie, i Cunningham ed una miriade di altri personaggi che compaiono con l’avanzare della serie.

“Happy Days” è entrato nelle case degli Italiani in punta di piedi per non uscirne più. Non solo.

Le storie proposte dal telefilm appaiono per lo più incentrate sulle problematiche riguardanti il passaggio dall’adolescenza ad un’età più matura.

Provando ad entrare ancor più nello specifico, sia i coniugi Cunningham che il caro vecchio Fonzie, anche se in maniera diametralmente opposta (e sovente all’opposto), sono per i personaggi più giovani gli esempi, il modello, la cui autorevolezza si basa sulla saggezza dell’esperienza. Pensare ad “Happy Days” significa immergersi in quei ricordi fatti di tranquille serate con i propri familiari e di un mondo in cui tutto sembrava a portata di mano, pur se impregnato di una semplicità atavica oggi difficilmente riscontrabile.

Fonzie, in definitiva, non è stato solo il fratello, l’amico, magari il padre, di chi vedeva in lui una sorta di stella cometa da seguire, ma anche e soprattutto il simbolo di una generazione.

Forse perché i suoi happy days erano anche i nostri.

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