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Il nome della rosa: uno Sherlock Holmes Medioevale

Molte opere cinematografiche sono tratte da romanzi che sono dei Best sellers, la lista sarebbe lunghissima tra questi vi è sicuramente “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco, scrittore, filosofo, semiologo, uscito nel 1980 per la Casa Editrice Bompiani.

L’autore aveva iniziato a scriverlo nel 1978, tradotto in più di 24 lingue e che ebbe la sua produzione in pellicola uscita nel 1986, diretta da Jean- Jacques (Sette anni in Tibet, L’Amante, L’Ultimo Lupo), costato 32 miliardi di lire, approdato nelle sale cinematografiche italiane il 17 Ottobre 1986 in pompa magna: “Il Libro Italiano più venduto al Mondo è ora un film”.

Tra finzione e realtà

Il soggetto di Jean-Jacques venne attentamente analizzato e corretto da errori dal medioevalista Jacques Le Goff, professore alla Ecole des Hautes dea Sciences Sociales e scrittore di saggi come “La Civiltà dell’Occidente Medioevale”, “La nascita del Purgatorio”. Un custode puntiglioso della verità e per questo non si sono visti aspetti anacronistici come maiali grassi e rosa ma suini più piccoli e neri.

Poiché i protagonisti fossero il più veritieri possibili suggerì che la storia fosse inappuntabile a cominciare dagli strumenti della vita quotidiana (mobili, vestiti, suppellettili) e di tutte le usanze che caratterizzavano un monastero Benedettino italiano di inizio del XIV secolo dai gesti alle parole ai ritmi della giornata.

La Trama

Nell’ultima settimana di Novembre del 1327, Il frate intellettuale Guglielmo da Baskerville (Sean Connery) viene convocato presso l’abbazia dall’abate, insieme al novizio Adso de Malk (Christian Slater), per indagare su strani morti, tutti i deceduti avevano la lingua nera, avvenute all’interno del monastero, in quanto iniziano a girare voci che sia opera del diavolo. Guglielmo non è convinto e la tua tesi è avvallata dall’ostilità di alcuni monaci nei loro confronti….

Nell’opera, si racconta di eresie religiose, di metafisica, alle controversie teologiche e di una biblioteca che risulta un enorme labirinto ricco di libri contenente tutta la sapienza di quel periodo ma mantenuta inaccessibile, se non ad alcuni bibliotecari. Tra i vari manoscritti, inaccessibili, vi è la “Poetica” di Aristotele considerata peccaminosa, in quanto tratta di argomenti che porterebbe il lettore al riso e quindi ad allontanarsi dal timore di Dio. Il divertimento è portatore di caos e disordine, capace di far vacillare la fede..

Un titolo dalla struttura narrativa che ricorda un poliziesco in stile giallo medioevale, tra miscredenza, inquisizione, superstizioni e potere ecclesiastico che seduce lo spettatore, in una ambientazione cupa e misteriosa, fatta da intrighi operata da un vecchio cieco benedettino che non è favorevole ad un’apertura. Ritiene che la fede sia completamente sottoposto alle rigide regole e che l’essere umano debba sottostare fatta di sofferenza e ubbidienza, tanto che chi si ribella a questa dottrina viene bruciato come eretico come nel caso del monaco Remigio appartenente ai dolciniani, in quanto considerati dalla Chiesa Cattolica una setta.

Curiosità

Nella pellicola il regista omaggia la famosa frase, mai pronunciata ma diventata leggenda: “Elementare Adso” da parte di Guglielmo da Baskerville che Conan Doyle non mise mai in bocca all’investigatore inglese.

L’abbazia in cui si svolgono le vicende interne è l’Abbazia di Eberbach in Germania in stile gotico-romano.

Divertente fu la parodia realizzata da Gianfranco D’Angelo e Ezio Greggio nel programma di Antonio Ricci “Drive In”.

E oggi?

“Il Nome della Rosa”, continua ad essere un film emozionante, un titolo che non risente del tempo passato e che ogni volta che lo si guarda, permette di avere sempre una rilettura diversa che crea curiosità, verso un periodo storico ancora troppo spesso avvolto da leggende e misteri.

In tutti coloro che lo hanno visto, rimarrà sempre impressa come scena clou, la biblioteca in fuoco che crea un impatto di forte emotività.

 

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