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Per molti, ma non per tutti: l’ascesa degli spumanti negli anni Ottanta

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Oggi tutti i brindisi si fanno con lo spumante, quelli più raffinati con lo champagne. Sembra impossibile fare senza, eppure c’è stato un tempo in cui era perfettamente naturale brindare con quello che si era sempre bevuto: vino bianco o rosso più o meno dolce, e di solito non frizzante. Quel tempo era fino agli anni Ottanta.

Certo, il vino frizzante è vecchio come il mondo e qualche nostra regione lo ha sempre frequentato: dalle mie parti si bene gutturnio, un po’ più in là c’è il lambrusco; ma se negli anni Settanta prendevi un francese o un siciliano e gliene facevi bere un bicchiere, ti chiedevano se ci avevi messo dentro l’acqua frizzante.

La norma per il vino è che sia “fermo”, e quello frizzante era considerato un errore. Persino i primi champagne pare facessero disperare i monaci, che li volevano fermi e li ottenevano con le bollicine senza sapere perché. Una volta messo a punto il “metodo classico”, a metà Settecento in Francia, lo si usa per produrre solo champagne dolce, e perché prenda piede quello secco (che oggi è diventato la regola) servono decenni.

Addirittura un secolo occorre perché in Italia qualcuno riesca a produrre spumante simile a quello francese adattando il metodo alle nostre uve e al nostro territorio: è l’astigiano Carlo Gancia, che inizia la produzione in piccola serie verso il 1865.

Anche così, comunque, non è che lo spumante diventi un vino popolare. Anzi, non lo diventa per niente. La circolazione delle idee e dei gusti rimane una faccenda ristretta e lenta per un altro secolo, precisamente fino al nostro decennio preferito quando l’esplosione delle TV private, della pubblicità e della voglia degli italiani di sperimentare cose nuove permette all’intraprendenza di alcune aziende piemontesi di imporre la bollicina come indispensabile, l’unico vino da tutto pasto, il vino che piace alla gente che piace eccetera, e si inizia a stappare.

Il marketing si scatena, con claim che nemmeno Jerry Calà in Yuppies: “Domenica si pranza col President”, “Maximilian I: secondo a nessuno”, per non parlare dell’indimenticabile jingle “Oh happy day” di Asti Cinzano, che impone il gesto di stappare lo spumante come “il segno della festa”, o del proverbiale attributo del Pinot Chardonnay Cinzano: “per molti… ma non per tutti”.

E invece lo spumante diventa proprio per tutti, visto che la pubblicità riguarda sempre desideri accessibili: e a imporsi non sono quelli da centomila lire a bottiglia, bensì i prodotti da supermercato di qualità media, come appunto il Pinot di Pinot, il Cinzano, Gancia, il President Reserve Riccadonna eccetera. Come sempre, la quantità vince sulla qualità. Ma è anche vero che la quantità trascina la qualità, e così oggi abbiamo vini spumanti fra i migliori del mondo, con esportazioni in continua ascesa.

Ma questo risultato a cosa lo dobbiamo, se non agli anni Ottanta con la loro curiosità e il loro yuppismo?

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