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STALLONE 80’s, IL DECENNIO MAGICO DI SLY

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Pensare agli Anni Ottanta significa associare un film, un disco, un libro, un volto, a quel decennio unico ed inimitabile.

Da Michael Jackson a Madonna, dalla trilogia di “Ritorno Al Futuro” ai “Goonies”, dai capolavori di Stephen King alle opere d’arte di Hearing, ognuno di noi porta dentro di sé la propria icona Eighties. E nel novero di coloro che hanno reso ancor più epico quel periodo, non può non esserci il grande Sylvester Stallone.

Già, proprio lui. Il deus ex machina di “Rocky”, una delle celebrità più amate e riconoscibili di sempre. Uno che partendo dalla gavetta (quella vera) è arrivato a diventare un totem del Cinema Hollywoodiano. Nessuno, infatti, ha saputo identificarsi – e venire identificato – con i propri personaggi così come ha fatto l’attore americano.

Gli 80s di Sly iniziano con “I Falchi Della Notte”, movie del 1981 diretto da Bruce Malmuth. Non proprio un capolavoro, ma una sorta di passaggio transitorio dai primi due “Rocky” (1976, 1979) ai blockbuster di qualche anno dopo.

Nel 1981, invece, Stallone è uno dei protagonisti di “Fuga Per La Vittoria”, film strepitoso (regia di John Huston) che nel corso del tempo è diventato un vero e proprio cult. Basti pensare che nell’agosto del 2015, Rolling Stone lo ha piazzato al venticinquesimo posto nella classifica dei migliori film sportivi della storia del Cinema.

In quell’occasione, oltre a recitare con (tra gli altri) il grande Pelè, il vecchio Sly, tra una ripresa e l’altra, ha scoperto un’inaspettata passione per il mondo del Calcio e, soprattutto, per il ruolo del portiere (ruolo che, come tutti sappiamo, interpreta pure nella pellicola).

Il 1982 è l’anno di “Rocky III” e, soprattutto, del primo “Rambo”. La storia del sanguinario veterano della guerra in Vietnam (che all’epoca è ancora una ferita aperta per gli Stati Uniti) diviene un successo immediato. E pensare che il regista del film, Ted Kotcheff, inizialmente aveva sondato anche altri nomi per il ruolo del protagonista.

E se “Nick Lo Scatenato” (per la regia di Bob Clark) passa quasi inosservato (e la rima, ve lo assicuro, non era voluta), “Rocky IV”, del 1985, rappresenta il solito successo(ne) al botteghino. Quello della morte di Apollo Creed e dell’oramai celeberrimo refrain di “Ti spiezzo in due!”, tanto per intenderci.

Insomma, nella prima metà degli Anni Ottanta, l’America di Reagan è anche l’America di Sylvester Stallone. “Cobra”, del 1986 (di George Pan Cosmatos), è una delle interpretazioni più sottovalutate (nonché la preferita in assoluto di chi vi scrive) dell’intera carriera di Sly. Il film, basato sul romanzo di Paula Gosling, “Facile Preda”, racconta le vicende del tenente Marion Cobretti, ambientate in una Los Angeles tetra e retrofuturistica.

Lo stesso personaggio di Ken Shiro (“Ken Il Guerriero”), nei disegni, attraverso la matita sfavillante del grande Tetsuo Hara, si rifarà molto allo Stallone di “Cobra”. E cosa dire di “Over The Top” e “Sorvegliato Speciale”? Ci limitiamo a sottolineare la bellezza di quelle atmosfere ancora pienamente Anni Ottanta e l’incisività delle interpretazioni di Stallone, al netto di due sceneggiature (soprattutto quella di “Over The Top”), figlie di un periodo storico in cui semplicità e valori avevano tutt’altro sapore rispetto a quello che hanno oggi.

Gli 80s di Sly sono stati anche i nostri. Guardando i suoi film, ascoltando il doppiaggio di quel fuoriclasse che era Ferruccio Amendola, ritroviamo una parte di noi.

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