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I 5 giochi da tavolo che forse ricordi

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giochi da tavolo

Quando la Sony ancora faceva le autoradio, cioè molto prima che la Sega e la Nintendo diventassero una potenza, se dicevi a qualcuno MB non gli veniva in mente la targa Monza e Brianza, ma i giochi da tavolo.

Nella mia ingenuità di allora pensavo che tutto fosse più o meno prodotto in Italia: ho scoperto solo molto dopo che MB non era italiana ma americana (Milton Bradley, altro che Monza e Brianza), e che persino la italianissima Editrice Giochi non faceva altro che realizzare edizioni italiane di giochi americani, come Monopoli e Scarabeo. In compenso la EG realizza in proprio giochi ispirati alla TV, cioè all’epoca Rischiatutto, poi la Ruota della Fortuna e adesso Affari Tuoi: ognuno ha i giochi che si merita.
Dato che uno dei non moltissimi flashback involontari della mia vita recente mi ha riportato in mente il gioco da tavolo di Pac-Man (che a Natale forse del 1984 ero riuscito a farmi regalare come triste ripiego rispetto alla console, tassativamente vietata), ho cercato nella memoria altri giochi più o meno scomparsi e come al solito è partita la gara a chi si ricorda i più stravaganti. Ecco la mia personalissima lista.

1. Pac-Man

pacman
Scusate ma per me è indetronizzabile. Chiunque abbia pensato di rispondere al dilagare delle Sale Giochi e delle console domestiche con una versione da tavolo di Pac-Man era un genio assoluto, o un deficiente totale, o tutte e due le cose.
Comunque di Pac-Man secondo me se ne vendettero, perché la pubblicità TV era veramente asfissiante e il simulacro di Pac in plastica che mangiava le biglie (in vetro) lungo il percorso mentre il giocatore (in assenza di colonna sonora MIDI) declamava “Gabo-Gabo-Gabo!” divenne subito un vero e proprio must.
Perlomeno nella mia classe, dove esclamando “Gabo-Gabo-Gabo!” i più intraprendenti si sentivano autorizzati a mangiare, simulando Pac con una mano, le biglie collocate al di sotto del pisello degli amici più cari. La cosa andò avanti per un bel po’, e ancora mi meraviglio che nessuno abbia accusato problemi di sterilità (ma forse invece è così e non ne sono al corrente). Castrante.

2. Marco Polo

Marco Polo
Che? Sì, Marco Polo. Io giocavo fondamentalmente d’estate a casa di un vicino i cui nipotini venivano a passare le vacanze estive lì, per cui la mia cultura in materia dipendeva esclusivamente dalla loro. E dopo aver consumato il Risiko! e tutte le sue varianti, tutto sommato ripetitive, ricordo benissimo la volta in cui comparve Marco Polo, un gioco di viaggi complicatissimo, lunghissimo e affascinante, nel quale in un pomeriggio arrivammo a malapena a Samarcanda prima di sospendere la partita. Partita che, per quanto mi riguarda, non fu più ripresa perché Marco Polo comparve non durante una vacanza estiva ma durante uno sciaguratamente breve ponte del 1° novembre, per non ritornare mai più. Kublai Khan se l’era tenuto per sempre. Intrigante.

3. Il pozzo e il pendolo

il-pozzo-e-ilpendolo
A proposito di ingenuità: ricordo che in TV mi era sembrato terrificante, mentre quando ci giocai mi scocciò dopo poco.
Era uno shangai dei poveri, bisognava sfilare delle tibie da una torre mentre il pendolo insanguinato andava avanti e indietro: praticamente una boiata. Ma anziché da Gerry Scotti, traeva ispirazione da Edgar Allan Poe e così alle medie mi spinse a leggere i suoi racconti. Per cui in un colpo solo mi fece rendere conto di quanto falsa fosse la televisione e di quanto affascinante fosse la letteratura. Illuminante.

Trabocchetto

4. Il trabocchetto
Altra grandissima boiata, basata su un po’ di plastica e biglie di vetro, notoriamente due dei feticci per qualunque bambino degli anni 80 (l’altro erano le lucette colorate).
E anche in questo caso una variante dello shangai: tirando le linguette si spalancavano voragini che inghiottivano le biglie, ma essendo le linguette intrecciate a 90°, ognuno poteva influire anche sulle biglie dell’altro.
In teoria carino, ma affetto da due problemi congeniti:
1) le biglie pesavano troppo rispetto alle linguette e dopo un po’ non funzionava più;
2) si fondava sull’ipotesi di quattro bambini seduti, calmi, ciascuno in attesa ordinata del proprio turno mentre il vicino faceva cadere nel vuoto le sue biglie, un’ipotesi praticamente mai verificata come ci insegna la pedagogia più spicciola.
In pratica finiva sempre a cazzotti negli occhi, però ho un bel ricordo di quella volta che il mio amico propose di risolverla con il gioco della bottiglia: eravamo io, lui e due belle bambine, e imparai di più in quel pomeriggio da quel Fonzarelli della bassa che in tutta la vita dagli strateghi della MB e della EG. Traboccante.

5. Il gioco del West

Il gioco del west Il mio preferito.
Giuro, all’epoca mi fece impazzire, come del resto qualunque cosa avesse a che fare col West. Ci giocai senza stancarmi per almeno un anno o due, con quella frequenza che solo da bambino riesci ad avere (tipo due volte al giorno) e stracciando i maròni a tutti i familiari fino al quarto o quinto grado per tenermi compagnia. Eppure non ricordo minimamente come funzionasse. Anche vedere la scatola non mi aiuta, se non vagamente: solo che a un certo punto poteva capitare un duello: tiravi il dado e sparavi con le pistole, il cui “grilletto” faceva muovere un disco sotto che prima o poi faceva cadere il tuo segnaposto, ferito a morte. Un gioco in cui imparavi che i soldi nella vita sono tutto, e per ottenerli è necessario, forse addirittura raccomandabile, uccidere. Edificante.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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