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La moda prima delle mode

Dizionario essenziale per leggere e capire la moda di inizio anni 80.

E se oggi il vostro corrispondente dal mondo anni Ottanta vi parlasse di…. spalline, calze di spugna color giallo fluo, spille dei Doors e colpi di lacca pre-ossessione per il buco dell’ozono?

Gli anni 80 hanno spalancato le porte dell’eccesso, della libertà di espressione, della amplificazione dell’io! Un decennio che ha segnato un prima ed un dopo… e non poteva essere diversamente per il mondo del fashion!

Versace, Velenino, Ferré, Krizia, Armani. Nomi che negli Ottanta hanno reso il design di moda italiano epicentro della moda e del lusso. E Milano la capitale della moda.

Ma l’eccesso, la sperimentazione, la voglia di urlare ciascuno il proprio stile, non si fermava alle grandi firme.
Gli ottanta si aprivano ad una ricerca unica ed audace della estetica. Colori fluo, sorprendenti, tessuti che mescolavano forme e colori urlati.

Si trattava però ancora di un percorso individuale, non codificato. Libero anarchico e divertito oltre che divertente. Una specie di “moda prima delle mode“.
E le due parole che fotografano i primi passi della moda prima delle mode sono: eccesso e sperimentazione. Rappresentando ancora oggi una inesauribile fonte di ispirazione per le grandi griffe.

Quello che abbiamo confezionato è un dizionario, non esaustivo, per capire, leggere, interpretare l’esplosione cromatica e di fantasia che aveva colorato i primi anni Ottanta.

Accessori

Gli accessori moda, specie per le ragazze, non potevano non essere come tutto il movimento moda di inizio anni Ottanta: esagerati. Esagerato nelle forme e nei colori. Braccialetti di plastica, croci, scaldamuscoli, collane, cinture fluorescenti, orecchini arcobaleno ed esageratamente grandi. Così come gli occhiali da sole anch’essi enormi. Anch’essi un accessorio imprescindibile per uscire ed immergersi nella jungla urbana.

Acconciature

Gel fissante e molta molta molta lacca per disegnare curve, ciuffi, onde. Audacemente naif, con il dichiarato intento di sfidare la legge di gravità. Frisé che sfidavano morigeratezza e code di cavallo spumose come chiome leonine.
Ciuffi e gadget colorati a disegnare arditi sogni del parrucchiere. Forme uniche; ispirate alle icone della pop music che venivano diffuse in tutto il pianeta dai video di MTV.

Colori

Dovevano essere fluo, o comunque vivaci; dai blu elettrici ai verdi lime i fucsia. E poi ancora il Rosa Big Babol.
Per colorare giacche, maglioni e tute da ballo.
I colori elettrici della disco music, dell’elettronica. Per vivere le scariche elettriche di un decennio a 1000 volts.

Jeans

Lo sappiamo; il jeans è un tessuto che ha radici profonde ed antiche. Ed è un capo di abbigliamento che aveva iniziato sin dagli anni 50 ad attraversare mode e tendenza.
Ma dagli ottanta, iniziò l’esplosione della “tela Genova“ in tutte le sue forme. Sublimata dallo stile “denim on denim” ossia jeans combinato con altro jeans.
La tela blu, declinata in forma di pantalone, giacca, giubbotto, smanicato, mixato con altri tessuti o con cuoio. Una seconda pelle dove “tatuare” disegni, borchie, spille, catene, croci, per affermare la propria individualità.

Let’s get Physical

La moda non era rimasta indifferente alle movenze, alla energia, alla guerra all’adipe della stupenda Olivia Newton John ed il suo Let’s get Physical.
La danza aerobica ed il suo stile inconfondibile si imponeva anche fuori dalle palestre; i fuseaux colorati, le magliettine annodate in vita, fascette di sugna per la fronte e scaldamuscoli. Oltre che le iconiche Reebok da aerobica.

Maglioni e maglioncini

Neppure il classico maglione di lana o di cotone era stato risparmiato dalla esplosione di colori anni Ottanta.
Colorato, ostentato, spavaldo.

Nike (e non solo).

Loghi e marchi sportivi venivano mostrati ed ostentati con orgoglio. Iniziavamo ad identificarci con i marchi. La pubblicità era riuscita a creare clienti che cercavano una affermazione attraverso un baffo o tre strisce parallele o un puma che spicca un salto.
I campioni dello sport erano diventati delle vere e proprie aziende, e come ogni azienda aveva bisogno di canali di promozione. Il logo sulla maglietta, sulla tuta o sulle scarpe sportive il modo più diretto per creare il link tra prodotto e marchio!

Pailettes

Il glamour, l’ostentazione, il lusso eccentrico, l’eccesso è riassunto in abiti scintillanti. Come avere addosso una coppa di Champagne.
Detto così sembra semplice… ma per indossare le pailettes facendole sembrare quasi un abito normale, e non un costume di scena, occorreva una personalità ed un carisma speciale. Per esempio… Raffa.

Post Punk – gothic

La maglietta rigorosamente nera. Ma anche la giacca, il pantalone, le DocMartens, gli accessori. Il nero come elemento distintivo.
E le spille… sia quelle colorate, con i nomi delle band punk, gotiche, che quelle da balia. Le borchie e le A di anarchia alla Syd Vicious di God Save the Queen.
Una ispirazione che influenzò anche la moda e le mode meno legate alla musica di tendenza punk; specie negli accessori di “madonniana” memoria.

Spalline

Forse l’immagine più iconica, più immediatamente identificabile con la moda degli anni Ottanta.
Erano esagerate, ed esageratamente prominenti. Ostentavano volumi impossibili, sovradimensionati.
Presenze statuarie che definivano i contorni di giacche e blazers ma poi anche maglie e maglioni. Perfino delle magliette.
Le spalle anni Ottanta dovevano essere esagerate, squadrate, rigide per sentirsi tutti, più o meno, come modelli appena usciti da una passerella di Valentino, di Versace o di Armani.

Spille (e toppe di stoffa)

Il colore, gli accessori, gli orecchini, i ciuffi e le collane non erano sufficienti. Occorreva esprimere sé stessi ed i propri gusti, anche con degli slogan brevi ma efficaci: le spille.
Si poteva essere seguaci di un gruppo rock, di un cantante o di una cantante. Di uno stile di vita. Di una passione.
La spilla era tutto questo. Pochi centimetri di diametro per affermare un gusto una identità; da appuntare come medaglie al valore, un vicino all’altra … perché una sola spilla non era sufficiente a proclamare sé stessi. Eravamo un contenitore pieno di sogni e passioni… ed era indispensabile personalizzare giacche, giubbotti ma anche zaini e pantaloni con una collezione di spille che raccontavano chi eravamo, la musica che ascoltavamo, i fumetti che leggevamo.
Le toppe avevano la stessa funzione ma erano di stoffa, erano più grandi e quindi erano un urlo più forte di ciò che ci piaceva o ci appassionava; che fosse una bandiera giamaicana o a stelle e strisce, un gruppo rock, la linguaccia dei Rolling Stone o un simpatico Snoopy.

Sport

Aveva iniziato Jane Fonda ad apparire in tenuta da allenamento anche fuori dalla palestra. Proseguirono poi atleti, attori e musicisti, specie rappers. Che con tute da ginnastica variopinte, facevano vibrare le loro note musicali anche quando non suonavano!
E diventarono parte imprescindibile del guardaroba di tutti
Nota speciale per le scarpe sportive. Che non erano più le “scarpe da tennis” di Jannacciana memoria ma una ulteriore affermazione di se stessi. Chi “era” Nike, chi “era Adidas” (“My Adidas” di RUN DMC!)… marchi sportivi che entravano nell’immaginario collettivo grazie a campagne di comunicazione miliardarie; sponsorizzando atleti, tornei, squadre e perfino le manifestazioni olimpiche o i mondiali di calcio.

Presto, però, dalla voglia di esplorare, dalla curiosità e l’autoironia, si passò ad una stagione alla ossessiva ricerca del marchio come elemento di “protezione”, di “identità”. Si passò alle mode.
L’individualità aveva lasciato il posto alla identificazione in un gruppo ben specifico, chiaramente identificato ed identificabile attraverso indumenti, loghi ed elementi distintivi rigidi e dogmatici.
Comandamenti estetici ai quali obbedire per poter essere inclusi in una tribù piuttosto che un’altra.

Era tramontato il tempo della moda come sinonimo di fantasia e di esibizione di sé stessi; era il tempo della affermazione di una appartenenza.
Ed allora la scarpa, lo stivale, il jeans, la marca, il giubbotto, lo zaino, l’accessorio era diventato una uniforme. Per altro, autoimposta.

Peccato.

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