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Peter Pan o Peter Son?

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Anche negli anni 80 non è che gli americani in Italia fossero poi una novità, perlomeno dai tempi dello sbarco in Sicilia nel 1943.
Soprattutto gli oriundi, i figli di emigrati che facevano ritorno in patria per liberare lo Stivale dalle arretratezze del feudalesimo, della tarantella e dei pantaloni di velluto.
Un Mike Bongiorno che insegnasse come si faceva la TV, un Don Lurio e una Heather Parisi che insegnassero come si ballava (con grande scorno delle gemelle Kessler, che dopotutto avevano perso la guerra) c’erano già. In cambio, noi avevamo dato all’America il tenente Colombo e Arthur Fonzarelli detto Fonzie, e fa niente che fossero entrambi interpretati da attori senza una goccia di sangue italiano.

Tolti gli oriundi, però, gli americani in Italia si riducevano a poca cosa.
Perché avrebbero dovuto venire, del resto?
C’era qualche giocatore di basket a fine carriera e qualche cantante di secondo piano, arrivati con la prospettiva di esportare un po’ di civiltà nel Terzo Mondo dello show business.
E dato che nell’Italia di allora essere americani era già in partenza un merito, non facevano molto per adeguarsi al nostro stile di vita o, se è per questo, alla nostra lingua.
Continuavano a pensare, parlare e mangiare da americani, e in fondo è per questo che li ammiravamo.

Il prototipo di questo genere di personaggi è sicuramente Dan Peterson. Arrivato in Italia come allenatore di basket – ruolo in cui eccelse pur essendo alto un metro e una spanna e non avendo mai giocato a basket – aveva un carisma micidiale che gli permetteva di addomesticare, come un Napoleone in ritardo di due secoli, dei marcantoni alti e pesanti il doppio di lui.
Dopo una breve carriera da allenatore di squadre universitarie, arrivò in Italia nel 1973 facendo incetta di coppe e scudetti fino al 1987.

Ma la carriera di Peterson nel basket, per quanto prestigiosa, è stata poca cosa in confronto al suo impatto sulla cultura popolare, cementato negli anni in cui commentò il campionato NBA su Canale 5 e il Wrestling su Italia1.
Dan divenne a tal punto la quintessenza degli Stati Uniti da venire assoldato per reclamizzare il tè freddo Lipton (“Mm-mm: magico Lipton!”) da Chattanooga, Tennessee. Un posto che non c’entrava una mazza con Dan (che essendo dell’Illinois era praticamente canadese) e dove il tè freddo, probabilmente, non era nemmeno mai arrivato.
Ai tempi però il profumo di America faceva vendere qualsiasi cosa: e più americano di Dan Peterson, negli anni 80, non c’era nemmeno Ronald Reagan.

Il massimo per me fu proprio averlo a commentare il Wrestling.
Non mi sarei perso una puntata neppure se fossi stato cieco, che sarebbe stato un peccato visto che il Wrestling stava al pugilato come un film di Sergio Leone sta al West. Era un distillato di puro spettacolo, con combattimenti veri come una pistola di Clint Eastwood o un fucile di Lee Van Cliff.
La cosa spettacolare è che Dan accettò di commentarlo appena dopo aver mollato la carriera da allenatore: come se Claudio Lippi dopo il Mondiale del 2006 fosse andato a Mai dire Gol!, anziché candidarsi a Presidente della Repubblica e successivamente a Papa.

Il Wrestling era lo sport (chiamiamolo così) più demenziale che fosse mai approdato alla TV italiana. Era a modo suo un grande spettacolo, con trame che andavano avanti per mesi, personaggi improbabili, minacce roboanti, colpi proibiti, fidanzate rapite, conduttori presi in ostaggio e altre amenità.
Ma il vero valore aggiunto era Dan, che se ne usciva con commenti memorabili del tipo “Mai sanguinare davanti agli squali” o “Non fare qualcosa di stupido è come fare qualcosa di intelligente”.

E Dan resterà per sempre scolpito nella mia memoria per il modo in cui introdusse Kamala, un colosso proveniente da Tonga o qualcosa del genere, che si presentava uscendo dal mare e addentando giganteschi pesci vivi catturati a mani nude.
Mentre scorrevano queste immagini, Dan nel suo tipico misto di italiano e inglese commentò:
“Oh, Kamala, io sarò sempre tuo grande amico.
Tu puoi chiedi me quello che vuoi. Vuoi la mia macchina?
Io dò te mia macchina.
Vuoi dormire da me?
Io dò te chiavi mia casa.
Solo una cosa non chiedere mai me, Kamala.
Tu non chiedi mai me di uscire con mia figlia.
La risposta è no.”

Da allora ho avuto un solo obiettivo nella vita: uscire con la figlia di Dan, e far fesso Kamala.
Ma non ci sono riuscito.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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