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Gli anni 80 intervistano Den Harrow (Stefano Zandri)

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Den Harrow

A un certo punto degli anni 80 era popolare come Madonna e i Duran Duran.
Sembrava americano, ma era ed è italianissimo e resta ancora oggi uno dei personaggi simbolo della italo disco.
Parliamo naturalmente di Den Harrow, che abbiamo incontrato in discoteca per una lunghissima chiacchierata in cui parliamo di tutto – ma proprio tutto – quello che è successo in quel periodo.

Ciao Den. Partiamo da questa tua fotografia tua che scattai io ai tempi.

den harrow
Io mi ricordo così.
Qui siamo nel 1985, ricordo che usavo quella tuta ai tempi, il periodo di “Future Brain“.

Eri bello nudo, eh!
Sì, mi strappavo sempre i vestiti, anzi poi divenne il mio marchio di fabbrica…
Ero il Justin Bieber degli anni Ottanta, per 5 anni sono stato nei 5 personaggi più amati dalle teenager di tutta Europa.
Ero in buona compagnia: con George Michael, Simon Le Bon, A-Ha e Spandau Ballet.

Den HarrowTorniamo agli inizi del decennio, quando ancora non era nato Den Harrow. Cosa volevi fare nella vita?
Beh, allora ero solo un ragazzino molto carino.
Sentivo che sarei diventato qualcuno, ma all’inizio pensavo che avrei fatto il ballerino o lo stilista. In quel periodo frequentavo la discoteca più bella di Milano, l’American Disaster.
Ci andavo sia il sabato che la domenica pomeriggio e in pista quando ballavo io si formavano capannelli di gente a guardarmi.
Ad un certo punto provai anche a fare danza, perché era quello che volevo veramente fare.
Poi però le cose andarono in modo diverso, perché all’American Disaster lavorava come dj Roberto Turatti, che mi notò.

Den a inizio carriera
Den Harrow a inizio carriera

Quindi ti vide in azione e…
E pensò “Se questo ragazzo riesce ad attirare l’attenzione di tutti, vuol dire che funziona.” E da quel gran volpone che è, decise di produrmi.
Lui e Chieregato mi diedero un appuntamento e mi fecero la proposta: avrei dovuto chiamarmi Funny Marvin e dipingermi il volto di nero.
Io avevo 17 anni, ma ero già bello tosto: gli risposi “Voi due siete matti” e me ne andai.

E poi?
E poi mi richiamò Turatti per dirmi “No guarda, va bene, facciamo come vuoi tu,” e mi proposero “To meet me“.

“To meet me” è uno dei miei pezzi preferiti della tua discografia.
Lo è anche per me.
Era cantato da Chuck Rolando, all’epoca il cantante dei Passengers, che poi divenne mio amico.

Chuck Rolando
Chuck Rolando

Io mi sarei dovuto occupare di “interpretarla” e presi la cosa sul serio… anche perché non lavoravo.
Tutte le sere costringevo il mio caro amico Franco Donadio a fingersi mio autista. Giravamo su una Giulietta 1.600 amaranto, lui guidava e io dietro facevo la star con la pelliccia e tutti i miei dischi.
Lui aveva istruzioni di andare davanti alle discoteche e dire al buttafuori di chiamare il proprietario, perché lui aveva un grande artista in macchina. Questi ci credevano tutti e mi accompagnavano all’interno del locale, mi davano il tavolo, mi offrivano da bere e mettevano il disco che portavo io, che chiaramente era “To meet me”.

E quindi era questa la “promozione”, un po’ come nel telefilm “Vinyl”?
Si vede che si sono ispirati alla mia storia! (ride). Andai avanti per qualche mese, e a Milano diventai una piccola star.
Questo Den Harrow, sconosciuto nel resto d’Italia, in tutte le discoteche dell’hinterland milanese era un figo, con l’autista che gli apriva la porta e lo accompagnava. Io facevo finta di essere americano, la gente mi offriva bottiglie, andavo sul banco dj e cantavo il brano in playback. Nessuno capiva bene chi fossi, ma funzionavo e dopo poco tutti mi facevano la corte e mi chiedevano di andare al loro tavolo, mi offrivano champagne, mi facevano proposte di lavoro. Così iniziò la storia di Den Harrow. Allora la fama era così, si costruiva poco alla volta. Pensa che una volta incontrai Madonna senza riconoscerla.

Madonna?
Sì, era una serata alle Rotonde di Garlasco a Pavia. Turatti ci scarozzava. Eravamo io, Jo Yellow, Jack Hattle e Judy. Io, tra l’altro, ero il truccatore di tutti. Mi truccavo molto e pretendevo che anche gli altri si truccassero. Anche ad Albert One facevo due guance rosse così, ancora rido a pensarci. Sembravamo… diciamo un po’ equivoci: tanto che un giorno Turatti scese dalla macchina gridando “Io con questi qua non ci esco più!”. Eravamo come sempre molto stravaganti, vestiti da donna, unghie laccate eccetera, e a un certo punto vediamo una vestita peggio di noi. Al che incominciamo a fare battute tipo “Guarda che ………”, “Ma come sei vestita?” Ed era Madonna, che era in Italia per girare il video di “Like a Virgin”. Ma ancora era sconosciuta a tutti, noi compresi.

In quel momento eri più famoso tu di lei.
Sì, in Germania ero davanti a gente tipo gli Europe e i Duran Duran.
Ero su un sacco di copertine, penso di averne fatte oltre 100 all’epoca in Germania.
A dominare la scena tedesca eravamo io, Falco, i Modern Talking e Samantha Fox.
Per dirti, ho fatto diversi concerti dove il giorno prima a cantare c’erano i Duran Duran, e io facevo minimo 3 o 4mila persone in più.
Ero corteggiato e sponsorizzato dalle aziende più importanti del mondo, dalla Adidas alla Coca-Cola.
In quegli anni il mio cachet era di 25 milioni di lire a sera, i soldi venivano divisi in modo diciamo discutibile: dopo aver pagato le percentuali a tutti, per me rimanevano al massimo un paio di milioni.
Lavoravo come un pazzo per arricchire persone che dicevano di volermi bene: in primis il mio manager, un vero farabutto che mi rubò centinaia di milioni di lire confidando sul fatto che per me era come un padre.
Mio padre morì che avevo 11 anni e lui per me lo rappresentava, mi fidavo ciecamente di lui.
Anche quando, arrivato al primo posto in classifica, gli chiesi quando avremmo guadagnato di più, lui rispose di non avere fretta. Ero troppo ingenuo: considera che con 22 milioni di lire in quegli anni ti compravi una Mercedes 200.
Facevo 200/250 concerti l’anno, e nel poco tempo che rimaneva centinaia di servizi fotografici e interviste.
Erano ritmi pazzeschi, prendevo anche 3 aerei al giorno: la mattina ero in Francia per una tv, il pomeriggio in Germania per un concerto… a un certo punto arrivai a sperare che l’aereo precipitasse per fermare tutto.
Lavoravo a Natale, a Pasqua… per 10 anni non ricordo di aver mai festeggiato un avvenimento importante con la mia famiglia. Ero stanco e depresso, ma a nessuno la cosa sembrava interessare. La cosa importante era che gli riempissi di soldi le tasche.

Una rarità per un italiano.
Io in cinque anni avevo venduto il doppio di quello che avevano venduto Vasco Rossi e Baglioni messi insieme, proprio perché io sfondai anche all’estero. Del resto ero molto tedesco come colori, come fisicità…ma la cosa che mi rese imbattibile erano le mie fans che erano tantissime e tutte innamorate di Den Harrow.
Il mio fans club riceveva 5000 lettere al giorno, i postini arrivavano con i sacchi di babbo natale per consegnarmele. Io inizialmente provai a rispondere a tutti, ma dopo un po’ non ebbi più la possibilità di farlo e pagai delle persone per rispondere al posto mio, era impossibile farlo da solo.
Ero entrato nella famosa tempesta perfetta, dove qualsiasi cosa facessi, era un successo: sono arrivato al momento giusto, se fossi arrivato magari il giorno dopo o il giorno prima, non sarebbe successo nulla. Le cose vanno come devono andare, ognuno di noi ha il suo destino, il mio era questo… purtroppo, perché dico purtroppo? perché Den mi ha dato tantissimo, ma a causa sua ho anche perso tantissimo.
A causa sua non so e mai saprò se ho avuto degli amici e non saprò mai chi mi ha amato per quello che ero. Capisco possa essere un pensiero banale ma con il tempo ti rendi conto che la maggior parte delle persone sono al tuo fianco solo per racimolare qualcosa, le delusioni che ho ricevuto professionalmente e personalmente sono state tantissime, molte di più di quanto una persona possa sopportare, ma alla fine ci si abitua a tutto.

In Italia ….. come hai vissuto la tua popolarita .
Ero molto popolare anche in Italia, ho fatto centinaia di spettacoli, ho partecipato a 7 festivalbar, ne ho vinto uno nella sezione giovani nel 1985, ho vinto vota la voce, ero sempre in tv tra superclassifica show e discoring, non potevo neanche girare per le strade senza essere assalito.

Sotto casa avevo tutti i giorni decine di ragazzine che bivaccavano sperando di incontrarmi…mia mamma era disperata, citofonavano a qualsiasi ora. Giravo in moto con il casco, ma se incrociavano il mio sguardo, mi riconoscevano anche cosi e mi inseguivano in macchina.

Per anni non sono andato in un ristorante per non farmi rompere le palle, malgrado il lavoro che ho fatto non ho mai amato la folla, non ho mai amato esibirmi al di fuori di un palcoscenico. Un fatto che ricordo fu il pregiudizio musicale, erano ancora gli anni in cui il gusto nazionale era quello di Sanremo…
Ricordo che a una Domenica In, Pippo Baudo non mi volle, anche se ero al secondo posto in classifica con Bad Boy, perché mi riteneva un cantante di serie B, come riteneva di serie B chiunque facesse dance .

Ma dalla nostra parte avevamo un vero Titano, un settimanale che vendeva 2 milioni e mezzo di copie alla settimana e che dava il passo alla musica in Italia -SORRISI & CANZONI TV… ed anche le radio private più forti del momento, come 105 e tante altre. Freddy Naggiar, il mio discografico, spese sempre moltissimo DENARO per DEN HARROW … i miei videoclip costavano parecchi milioni, mi mandò anche a studiare ballo a Londra e spendeva tantissimo in pubblicità.

Mettici anche che le mie fans mi adoravano… mettici che Turatti & Chieregato non sbagliavano un colpo… il gioco fu semplice.
E poi comunque i dischi li vendevo, anche tanti. Ricordo addirittura che quando uscì “Charleston”, in Francia volevano ritirarlo dal mercato perché vendeva “solo” 70.000 copie al giorno e non era nei target di Den Harrow!
Vendevamo davvero tanti dischi.

DIsco d'oro album "Overpower"
Disco d’oro album “Overpower”

Per molti gli anni 80 furono “musica di plastica”.
Gli anni 80 furono anni strepitosi dove il talento si esprimeva in ogni dove, quel decennio sfornò geni ovunque in tutti i settori.

Va bene, togliamo la italo disco: cosa ti piace oggi degli anni 80?
Beh, da lì è partito tutto. Tutto quello che di grande esiste oggi c’è perché è esistito quel decennio. I grandi stilisti di oggi sono quelli allora. Madonna, Bruce Springsteen, Elton John, i compianti Prince, Michael Jackson, George Michael, li ascoltiamo ancora.
Gli anni 90 e gli anni 2000 hanno creato ben poco, tutto quello che ancora esiste e resiste arriva dagli anni 80.
Se tu togli quel decennio oggi avremmo solo qualche canzone di Elvis e dei Beatles.


Anni di eccessi?

Sì, tantissimi. Mi sono trovato in mezzo a situazioni in cui mi sono chiesto come cazzo fossi finito lì.
Tanta droga, tanto di tutto. Mi sono trovato a feste private di gente potentissima, un casino totale.
Tanti soldi e tanto di tutto, negli anni 80 sembravano tutti ricchi e felici.

Tu invece ricco lo sei diventato davvero.
Sì, mi sono davvero dato moltissimo, Addirittura comprarono un aereo privato per farmi lavorare di più. Poi per tenermi buono mi davano i contentini: quando dopo “Catch the fox” andai da Freddy Naggiar (patron della Baby Records, ndr) minacciando di andarmene perché ero stufo di farmi prestare la voce, lui mi disse “Dai, non rompere le balle! Toh, vatti a comprare una Porsche” e mi diede 95 milioni in contanti.

Federico "Freddy" Naggiar
Federico “Freddy” Naggiar

Il problema di tutti noi è che siamo stati fortunati e nello stesso momento anche sfortunati, perché eravamo molto giovani e quando da ragazzino ti viene prospettata una vita di lusso, soldi e successo, ti va bene tutto e firmi tutto. Il problema viene dopo, quando sei più consapevole ma paghi le conseguenze delle scelte che hai fatto quando eri così giovane e diventa complicato.
Tanto da pagarne ancora oggi le conseguenze.

Eri il pupillo di Naggiar, quindi?
Per niente. Io ero molto naturale, non gli piacevo come personaggio perché lui arrivava da Gazebo, che era un dandy, aveva lo smoking, era un bel tenebroso. Purtroppo Gazebo fu chiamato al servizio militare e Freddy rimase senza il suo personaggio internazionale di punta. Arrivai io, tutto truccato e si spaventò. La differenza tra me e il mio amico Gazebo era enorme, lui tutto figo, io un misto tra David Bowie, Ivan Cattaneo e la Rettore ( ride). Mi mandò a Londra per imparare le coreografie e come muovermi sul palco, perché secondo lui mi agitavo troppo. Poi smise, visto che io andavo in tv e facevo quello che mi pareva. Mi chiamava “il saltimbanco”, però questo saltimbanco gli ha fatto guadagnare 100 miliardi delle vecchie lire.

Den HarrowAi tempi Freddy e Claudio Cecchetto erano le persone più influenti della scena musicale.
Cecchetto è un genio.
Lui è stato un eccessivo, uno che ha cambiato le regole del divertimento. Lui era potente, il più forte di tutti.
Ma se mettevi Sandy Marton e Den Harrow in due locali diversi a 100 metri di distanza, era sempre uno scontro all’ ultima fan e finiva sempre che riempivamo entrambi ovunque e dovunque.
In quel periodo io, Sandy Marton e Scialpi eravamo gli idoli indiscussi per tutte le ragazzine italiane.

Quello della voce in prestito è un tema che ti ha perseguitato.
È sempre stato pieno di cantanti con la voce prestata, prima e dopo. Io non ho mai fatto i nomi perché sarebbe da stronzi ma ne sono esistiti a decine anche tra gli insospettabili. Io sapevo cantare, ma non padroneggiavo la lingua e la pronuncia inglese e ai tempi i dischi si facevano in catena di montaggio: ogni mese serviva un singolo nuovo e con me ci sarebbe voluto tempo, per il business ero lento.
Tom Hooker invece era perfetto: era americano e scriveva i testi, quindi lo misero sotto contratto e iniziò a cantare i pezzi per me. Io avevo un contratto con Freddy Naggiar, ero pagato da lui e non prendevo i soldi dalla Siae.
Quindi non c’è stata malafede. Sicuramente non da parte mia, questo “progetto”, come tanti amano definirlo, non è stato architettato da me ma da altri… non voglio ferire e offendere nessuno ma è stato studiato e organizzato dai miei produttori e dalla mia casa discografica.

Come arrivò Tom da voi?
Dopo “To meet me” Chuck Rolando non aveva più voglia di cantare per noi e chiamarono Silvio Pozzoli. Anche lui durò pochissimo: cantò “Mad Desire”, il brano funzionò, lui chiese più soldi e lo mandarono a quel paese.

Chieregato disse che aveva un amico americano che cantava, era appunto Tom Hooker. Lo chiamarono e lui arrivò. Aveva già i biglietti in tasca per tornare in America, perché la sua carriera in Italia era stata un fallimento: aveva fatto qualche film e poi aveva finito per andare a Sanremo sui pattini, vestito come Mork. Andava in giro con una Vespa 50, dipinta a mano con i colori dell’Ape Maia… Lo presentarono a Naggiar che gli propose 200 milioni di lire all’anno per scrivere e dare la voce a Den Harrow, più il 3% sulle vendite, la Siae e un milione e mezzo o due milioni di lire sulle mie serate. Alla fine era quello che lavorava meno e guadagnava più di tutti: nel giro di un anno, dal Vespino era passato ad avere due attici e la Porsche, tutto comprato con i soldi del progetto Den Harrow. E dopo ha raccontato al mondo la storia che la voce non era la mia! Come dire: prima ha venduto la sua voce e poi ha perso l’onore tradendo gli impegni presi con l’etichetta e con i suoi soci.

In effetti nessun’altra “voce” ha mai alzato la mano per rivendicare diritti.
Il problema è che Tom era bello, era americano, cantava e i testi li scriveva lui.
E probabilmente si chiedeva: “Com’è dando la voce a Den Harrow faccio successo e con le stesse canzoni fatte da solo no?” Te lo dico io: perché non aveva carisma e non piaceva alle ragazzine.

Comunque alla fine sei riuscito a cantare.
Sì, nel 1987 andai al Festivalbar presentando “Born to love” che cantavo io.
Nel 90 feci causa alla Baby Records e la vinsi anche.
Da quell’anno iniziai a cantare con la mia voce per la Polydor: mi ero veramente stancato, avevo continue richieste per concerti e programmi televisivi in Francia e Germania dove avrei dovuto cantare dal vivo, e per anni avevo dovuto rinunciare.
Anche se, per dirti la verità, io non mi sono mai considerato un cantante ma un artista.
Un artista deve saper tenere il palco, non per forza avere una gran voce, e non penso neanche che Tom avesse una bella voce… era una voce adatta alla mia faccia, le voci belle sono altre: Tony Hadley, George Michael, Freddy Mercury… Tom, secondo me, non è tra questi.

Dei reality cosa mi dici?
Mah, i reality funzionano perché non c’è più niente. Una volta una vera star non si sarebbe mai sognata di andare a un reality nemmeno per fare il giudice, sarebbe stato disonorare il proprio status. Ma i cantanti oggi non vendono niente, muoiono di fame. Ti cliccano sul video un milione di volte, cosa hai guadagnato? Tremila euro! I pochi fortunati, come Fedez, prendono soldi facendo il giudice dei Talent e tante altre cose in tv, con i concerti escono a 7, 8, 10.000 euro, ma mai quanto guadagnavamo noi. Se io e miei produttori avessimo guadagnato il giusto dai nostri quasi 19.000.000 di dischi venduti, probabilmente saremmo proprietari di tre o quattro isole.

Quindi sei contro.
In questi ultimi tre anni mi hanno proposto nuovi reality, partecipazioni televisive, talent scout etc, ma non mi interessa, non ho più intenzione di fare televisione, mi ha deluso troppo… ma sono sicuro che vivrà serenamente anche senza il mio contributo. Ci sono quelli che dicono “vado al reality perché è una nuova esperienza…” ma ci vai perché ti pagano, perché quando esci di lì torni a fare le serate, non raccontiamoci balle! Se vuoi fare un’esperienza vai per i fatti tuoi sull’Himalaya, senza nessuno che ti riprenda.

Hai incontrato il papà della tv di allora, Silvio Berlusconi?
Non l’ho mai incontrato, ma era già fighissimo. Se fosse nato negli Stati Uniti sarebbe diventato presidente anche lì, altro che Trump… Di uomini come Berlusconi ne nasce uno ogni 2.000 anni. Chi lo critica è come quelli che nel calcio criticano Baggio o Del Piero, dei fuoriclasse. Silvio ai tempi della nascita delle tv libere ha visto le potenzialità delle persone, le ha lasciate fare e ci ha azzeccato.

Oggi non è più possibile?
Quei tempi non ci sono più e non tornano. La nuova generazione è stata tirata su dai genitori in modo diverso. Sono senza meta, senza ideali, senza voglia di sacrificarsi per arrivare da qualche parte. Oggi se tu chiedi a un ragazzo cosa vuol fare, uno vuol fare il tronista, uno vuole andare all’Isola dei famosi, non è che ti dicono “Voglio diventare un grande ballerino”. Ma qualcosa per andare all’isola dei famosi devi aver pur fatto nella tua vita, se no si chiamerebbe “L’isola degli sfigati”! Infatti e ciò che è diventata .

Den Harrow all'isola dei famosi
Den Harrow all’isola dei famosi

Abbiamo saputo che sarai il protagonista di un documentario sulla italo Disco…
Sì, è vero. Sono molto orgoglioso che dagli Stati Uniti un celebre documentarista abbia deciso di girare un film su come la italo disco abbia influenzato la musica di oggi ed abbia scelto Den Harrow come unico protagonista e come personaggio più rappresentativo di quel periodo.
Le riprese sono finite da pochi giorni e sono state fatte tra Viareggio, dove vivo, e la Germania, dove mi trovavo per un concerto.
Sono anche fiero di annunciarvi che probabilmente sarà in concorso al festival del cinema di Berlino o di Venezia.

Ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di raccontare come veramente siano andate le cose… ciao e a presto!

L'autografo di Den Harrow dedicato al nostro sito
L’autografo di Den Harrow dedicato al nostro sito

 

Nota: non ci prendiamo responsabilità per le affermazioni su terzi contenute nel testo.

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