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Saranno Famosi

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Saranno Famosi

New York era il centro del mondo, in particolare del nuovo mondo: quello della street art, dei blue jeans attillati, dei walkman e dei club in cui si ballava musica elettronica. Tutto succedeva là, per poi essere imitato (a scoppio ritardato) nel resto del pianeta. L’America era un sogno, per nulla a portata di mano come oggi; una dimensione talmente fantastica che a guardare la TV ti veniva davvero da credere che la gente ballasse e cantasse per la strada, vivendo una dopo l’altra le sequenze memorabili di una vita avventurosa.

Così, come in una favola pop, nel 1980 fece la sua apparizione nei cinema “Fame – Saranno Famosi”, film musicale diretto da Alan Parker che raccontava i provini di un gruppo di ragazzi per l’ammissione all’High School of Performing Arts di New York. Una scuola che non poteva esistere che là, a New York, ma che fece subito colpo su milioni di ragazzi in tutto il mondo: il successo della pellicola fu tale che due anni dopo lo sceneggiatore Christopher Gore ne trasse una omonima serie TV. E così Leroy, Coco, Danny, Doris, Bruno e Lisa entrarono definitivamente nella leggenda.

Molto prima dei talent show – fra tutti “Amici” di Maria De Filippi, che dovette rinunciare al nome iniziale, che era appunto “Saranno Famosi”, per una questione di diritti d’autore – e di serie fortunate come “Glee”, “Paso Adelante” e “High School Musical”, Fame – Saranno Famosi ha regalato un sogno agli adolescenti (e alle loro mamme) negli anni ’80.

Bruno Martelli usava il sintetizzatore quando nessuno sapeva ancora cosa fosse e si divertiva a rompere gli schemi del suo insegnante di musica Shorofsky; era talentuoso e caparbio, anche grazie a suo padre (un umile tassista) che credeva in lui più di chiunque altro. A Doris non importava di essere tra le più goffe e bruttine della scuola, perché sapeva che recitando in palcoscenico sarebbe diventata la ragazza più affascinante e magnetica in circolazione. Leroy, levandosi sulle punte, volteggiava leggero dimenticando i tormenti (la vita stentata e violenta della strada); la sua danza faceva piazza pulita dello squallore e comunicava solo gioia. Proprio come le canzoni intonate dalla dolce e solare Coco.

Credere in una passione, lottare strenuamente contro le difficoltà (ristrettezze economiche, scetticismo di amici e familiari, competizione malsana e colpi bassi), studiare e lavorare duro per raggiungere il proprio obiettivo: ecco cosa ha insegnato questo telefilm, che non fa che portare in un campo diverso l’essenza del classico American dream. Una “saga” che ancora oggi fa venire la pelle d’oca ai ragazzi di trent’anni fa, perché non li ha solo imbambolati davanti alla tele sfruttando il loro romanticismo edonista, ma gli ha offerto storie di tenacia e coraggio, di ambizione costruttiva, in cui identificarsi.

Non c’è adolescente della nostra generazione che non si sia immaginato a mensa, tra gli allievi della School of Art: anziché mangiare, ogni giorno loro approfittavano del break per improvvisare nuove musiche al pianoforte, coreografie e gag. Con la complicità divertita degli insegnanti: oltre al già citato Shorofsky, la prof di lettere Sherwood e quella di ballo Grant.

La serie è andata in onda dal 1982 al 1987: sei stagioni, interrotte in seguito a un inevitabile e fisiologico calo di ascolti. Chi ha vissuto quel periodo, però, registrando gli episodi in VHS o aspettando ogni estate le repliche, conserva il ricordo di occhi entusiasti e ottimisti sul domani. Lo slancio di giovani che alle lacrime preferivano il sudore, sognando il successo.

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