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A.A.A. Offresi – il documentario perduto sulla prostituzione negli anni Ottanta

Scandalo in Rai

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A.A.A. Offresi

Sei le autrici: Loredana Rotondo, Annabella Miscuglio, Paola De Martiis, Rony Daopoulo, Anna Carini e Maria Grazia Belmonti.
Sono le stesse di “Processo per stupro“, che nel 1979 aveva squadernato nei tinelli di tutta Italia l’orrore e lo squallore delle aule di giustizia quando alla sbarra siedono maschi violentatori.
E dove in realtà a finire sotto accusa sono invece le loro vittime. Va in onda la sera del 26 aprile, alle 22.
Prefigurando il futuro format di “Un giorno in pretura”, è la cronaca senza filtri delle udienze che dovrebbero restituire giustizia a Fiorella, stuprata la notte del 7 ottobre del ’77 da quattro uomini, che la attirano in una villa di Nettuno con il miraggio di un’offerta di lavoro.

Scriverà Giovanni Cesareo sull’Unità: «Processo per stupro è una di quelle trasmissioni che qualificano l’intera programmazione di una rete televisiva. Con l’efficacia del racconto di vita, con l’evidenza del fatto colto nel suo contesto reale e nel suo farsi, la tv sprigiona finalmente tutto il suo potenziale. Ascoltare dalla viva voce degli avvocati della difesa le aberranti argomentazioni secondo le quali una ragazza violentata non può che essere responsabile lei delle voglie dei violentatori, e seguire parola per parola la descrizione lirica di atti sessuali da parti di uomini togati nel cui sguardo tralucevano i fantasmi di antiche case di tolleranza… è stata un’esperienza sconvolgente». Vince il Premio Italia, “Processo per stupro”, viene presentato al festival di Berlino, negli Stati Uniti ottiene addirittura una nomination all’Emmy Award, l’Oscar della televisione.
E ancora oggi una copia è custodita negli archivi del Moma di New York.

Le sei registe entrano negli anni Ottanta con un nuovo documentario che si intitola “A.A.A. Offresi”. Racconta di Véronique La Croix, 27 anni, parigina di origini cecoslovacche, madre di una bambina ma soprattutto prostituta. Di stanza a Roma, riceve al civico 50 di via San Martino ai Monti, quartiere Esquilino: i clienti le telefonano dopo aver letto su un giornale il suo annuncio (già, A.A.A. offresi…). Telecamere e registratori? La donna è d’accordo, benché ben poco condivida le istanze femministe alla base dell’iniziativa: «I passi che le donne dovevano fare li hanno già fatti ed è giusto che lavino i piatti e pensino ai bambini: è il loro ruolo», dice in quei giorni alla rivista Quotidiano Donna.

Véronique La Croix (Foto Roberto Rocchi/Playboy)
Véronique La Croix (Foto Roberto Rocchi/Playboy)

E con tanto di eleganti scatti di Roberto Rocchi, il fotografo delle dive, Véronique finisce anche su Playboy. Dove Giulia Massari la descrive così: «Un po’ sul tondo, ma molto ben modellata, con la faccia larga, la bocca sensuale, i capelli lisci con la frangetta, impoveriti dai vari cambiamenti di colore: Véronique deve sicuramente attrarre gli uomini, o almeno quel tipo che ama sentirsi tranquillo». Del tutto inconsapevoli di essere ripresi sono invece i clienti, peraltro resi irriconoscibili: e proprio il fattore “candid camera” contribuirà ad attirare l’attenzione della magistratura. Una quindicina di ore il materiale girato, un’ora la durata del documentario in cui sfilano, nell’ordine: un cliente che contratta (lei chiede 30mila lire, lui ne offre 15, poi rilancia a 17, ma niente), un secondo che consuma, un terzo che telefona per sapere se Véronique è, come dire, bionda naturale, un quarto che, nudo, chiede di farsi frustare con la propria cintura («sì, sì, sono uno schiavo…»). Poi un poliziotto, che sventolando il proprio tesserino ottiene una prestazione gratuita, un anziano, che pretende di pagare dopo (ma lei rifiuta, lui si riveste e se ne va), ancora uno studente le cui 10mila lire non bastano, e Véronique lo spinge fuori dalla porta. Infine l’ultimo, di cui si sente soltanto la voce. E che vuol farsi vedere da Véronique mentre fa pipì: »Vedi mamma come sono bravo?».

Véronique La Croix (Foto Roberto Rocchi/Playboy)
Véronique La Croix (Foto Roberto Rocchi/Playboy)

L’elenco dei puttanieri lo fanno quei pochi giornalisti invitati dalla Rai ad assistere alla trasmissione in anteprima. E che resteranno gli unici a vederla. «Una fila – scrive Anna Maria Mori su Repubblica – persino noiosa per quanto è ripetitiva, di uomini piccoli piccoli che cercano e pagano finalmente un rapporto in cui farsi vedere come sono: piccoli, appunto. Che sia questo, o soprattutto questo, che gli uomini non vogliono e le donne non debbono vedere?».

È giovedì 12 marzo 1981 quando alle 21.30, sugli schermi di Rete 2, compare l’annunciatrice Marina Morgan. Che così informa milioni di telespettatori: «Signore e signori buonasera. La trasmissione “A.A.A. Offresi”, su invito formale del presidente della Commissione di vigilanza non andrà in onda. Trasmetteremo il film Grisbì con Jean Gabin. Buon divertimento». Firmato dal democristiano Mauro Bubbico, il telegramma indirizzato al consiglio d’amministrazione della Rai recitava: «Invito la concessionaria alla sospensione della messa in onda della trasmissione in attesa dell’esame e della definizione degli indirizzi generali della programmazione del servizio pubblico». Un ingorgo di genitivi che però nulla spiega delle ragioni della richiesta. Tanto basta comunque per far scattare la censura.

Certo, nel rispetto delle forme: con il cda che riceve il messaggio durante una riunione ordinaria già fissata – e sono quasi le 19, a meno di tre ore dall’inizio del programma – e che rimette la decisione alla direzione generale. Presidiata da Willy De Luca, altro uomo Dc. Che a sua volta prospetta l’invito di Bubbico al direttore di Rete 2, il socialista Pio De Berti Gambini. Che gli rispedisce il pallone: «Penso che debba essere tu a decidere». Qui il cerchio si chiude. E via dunque con l’immortale Jean Gabin, Véronique può aspettare. E sta ancora aspettando: la “sospensione della messa in onda” nel frattempo è diventata cancellazione. E la bobina di A.A.A. Offresi oggi, quasi 40 anni dopo, giace ancora dimenticata su qualche scaffale del Tribunale di Roma, tra gli oggetti sequestrati in quanto corpo di reato. Benché il reato, per la giustizia italiana, non si sia mai consumato e i palati dei telespettatori si siano nel frattempo assuefatti a contenuti ben più forti.

Véronique La Croix (Foto Roberto Rocchi/Playboy)

Ma quant’erano zelanti, allora, i democristiani. E il plurale nulla c’entra con la maiestas (invero pochina) di Bubbico. Ci mettono infatti lo zampino altri pezzi grossi dello scudocrociato: da Maria Eletta Martini, vicepresidente della Camera, al capogruppo in Senato Giorgio De Giuseppe. La prima inviando una lettera al presidente della Vigilanza Rai, sollecitandone l’intervento: «Caro Bubbico, la trasmissione “A.A.A. Offresi” rappresenta un’ennesima dimostrazione di potere maschilista sulle donne. Siamo a pochi giorni dall’8 marzo e stasera la tv di Stato ci fornirà il vecchio modello di donna-oggetto, contraddicendo i fiumi di parole, ufficiali e no, di considerazione per le donne. E tu, caro Bubbico, con la tua commissione, non hai niente da dire alla tv e alle donne italiane?». Il secondo presentando assieme a tre colleghi di partito una interrogazione urgente al ministro delle Poste e Telecomunicazioni, il socialdemocratico Michele Di Giesi, per chiedere la sospensione di un programma «sia pur artatamente camuffato da intendimenti culturali, la cui arditezza gareggia con i cinema a luce rossa». Programma che ovviamente né De Giuseppe né la Martini hanno visto. Scriveranno le autrici, dopo giorni di polemiche:

Il nostro precedente lavoro “Processo per stupro” aveva rimandato automaticamente al problema della sessualità maschile e ricordiamo che, in esso, gli stessi avvocati difensori degli stupratori facevano una sorta di apologia della prostituzione. In “A.A.A. Offresi” l’’ggetto della nostra analisi non è solo la prostituzione ma la sessualità maschile o, almeno, un aspetto di essa strettamente connesso al rapporto uomo-donna che vive nel momento dell’incontro mercenario. Questo non ha comportato tuttavia la ripresa dettagliata dell’atto sessuale, che non era in sé particolarmente rilevante ai fini della nostra ipotesi di lavoro e che, d’altra parte, la nostra coscienza di donne non avrebbe consentito. Ci interessava piuttosto rilevare un insieme di comportamenti spersonalizzati e non identificabili, senza per questo pretendere di fare una interpretazione generalizzata del fenomeno. Ci è stato imputato di aver “guardato” in “privato” esseri umani “inconsapevoli”. Di quale privato si tratta? Il “privato” con una donna che viene considerata “pubblica”? Si intende forse difendere la privatezza del commercio di carne umana, mentre all’orizzonte si intravede una campagna per il ripristino delle case chiuse? La prostituzione è un’attività sessuale mercificata fra adulti consenzienti e non è considerata un reato. Se è lecita, se è una parte, seppur triste, della condizione umana, se è una pratica sociale ammessa perché allora non è documentabile? Se invece la si considera vergognosa, perché non è denunciabile? Noi crediamo di aver correttamente posto un problema che la gente deve conoscere e capire perché vi possa essere un mutamento, convinte che se si vuole cambiare una realtà si deve avere prima il coraggio di guardarla.

Alla fine la penseranno così anche i magistrati, dopo che le sei registe (e con loro anche cinque alti dirigenti Rai) vengono incriminate con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione e violazione del diritto alla riservatezza del cittadino. Tutti assolti, in primo grado il 10 novembre del 1985 e in appello addirittura dieci anni dopo. Magra consolazione, perché il risultato perseguito da Bubbico e amici alla fine è stato raggiunto: “A.A.A. Offresi” in tv non è mai passato. Alla faccia degli anni ’80 della libertà ritrovata.

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