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El pibe de oro, el diez, el barrilete cosmico, D10s, pelusa, Maradò, el genio, l’artista, el fenomenal, Diego Armando Maradona.
Oggi non c’è più. Si è spento per sempre un cuore debole in un corpo martoriato dai vizi e dalle debolezze.

Ma la sua “Arte” rimarrà per sempre.

Come in uso parlerò di ciò che Maradona ha rappresentato per me e per la decade che amiamo.

Da quando ho memoria del calcio, Maradona è sempre stato presente.
Innanzitutto da tifoso argentino, perché nel calcio nazionale il mio tifo è sempre stato caldo nella mia metà argentina. Da tifoso del Boca Juniors e del Barcellona.

E da simpatizzante (non tifoso) del Napoli.
A seguire, gli anni 80 sono marchiati a fuoco della sua presenza calcistica, assieme a tanti altri campioni assolutamente. Ma lui era.

Quando nel 1984 fece il suo primo ingresso al San Paolo di Napoli, Maradona era una promessa ed un talento unico che, però, non era ancora esploso in pieno.
Da lì a poco avrebbe vinto un Mondiale, ma soprattutto due scudetti e una coppa uefa con una squadra di una città considerata sempre di seconda fascia e che grazie a lui, e ai giocatori che lui aveva voluto, portò prima sulle vette nazionali e poi in quelle europee.

Il mondiale messicano del 1986 lo avevo registrato tutto in vhs da mamma rai, videocassette che ancora posseggo e custodisco gelosamente.
Un mondiale che ho vissuto con la consapevolezza di un bimbo delle scuole medie tifoso albiceleste, il solo a tifare l’Argentina fra i miei amici. Ad urlare di gioia in quella domenica sera del 29 giugno abbracciando mio padre per poi correre in strada con la bandiera. Felice.

Quelle videocassette le ho consumate, decine di volte mi “caricavo” guardando i goal contro l’Inghilterra (anche la mano de dios, certo) e contro il Belgio (doppietta anche lì, tutte di piede) prima di andare al campetto a tirare calci al pallone con tutti gli amici in eterne sfide sul manto erboso dietro casa.

Quelle immagini erano pura adrenalina, erano gioia ed orgoglio che mi rimanevano dentro e che mi riportano a quei pomeriggi indimenticabili, al sole cocente estivo e all’aria frizzante autunnale ed invernale.

Perché il piacere del calcio giocato era più forte delle intemperie e degli eventuali malanni stagionali che, immancabilmente, ci avrebbero poi tenuto compagnia. E quel piacere era dovuto anche a ciò che “el pibe de oro” ci regalava ad ogni partita.

Maradona è stato più di un giocatore, non si può non pensare a lui e non sentire il profumo degli anni 80.

E’ un’autentica icona, un marchio, un nome incancellabile e legato indissolubilmente a questa decade come lo sono stati Madonna, Michael Jackson, Rambo, Indiana Jones, Terminator, i Ghostbusters, Marty McFly, i Duran Duran, il Live Aid, i paninari, i capelli cotonati, le spalline dei vestiti, Deejay television, Van Halen, “The Final Countdown” degli Europe, Carl Lewis, Gorbaciov.

E’ andato oltre al semplice calcio giocato.
Nonostante fossero passati oltre venti anni dal suo addio al calcio giocato era ancora capace di radunare folle di persone al suo arrivo da qualche parte. L’unico a farlo. L’unico giocatore non più in attività che riusciva ad essere ancora in prima pagina e a far discutere.

Nel bene e nel male, certamente.
Ma era ancora in grado di farlo.

Ed anche oggi, che non c’è più, l’attenzione a lui riservata è gigantesca, perché la sua figura era e rimarrà tale.
Trascende l’atleta e assurge a mito.

Oggi come non mai ringrazio il giocatore, il piccolo riccioluto, la “faccia da schiaffi” e il suo essere borderline (nel bene e nel male, come sopra).
Per tutto ciò che mi ha regalato.
Per tutto ciò che ha regalato a tutti noi.
Per tutto ciò che ha regalato agli anni 80.

AD10S.

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