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I bambini negli anni 80 rischiavano la pelle tutti i giorni

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I bambini negli anni 80 rischiavano la pelle tutti i giorni.
O forse no?

È vero, io avevo una mamma apprensiva. Tanto apprensiva che i miei amici mi prendevano in giro. Ma se penso a ciò che facevo io da bambino e a quello che oggi fanno le mie figlie, mi rendo conto che in trent’anni di acqua sotto i ponti ne è passata tanta.

Io non mi reputo particolarmente apprensivo, eppure non c’è paragone rispetto alla libertà che avevo io rispetto a quella che concedo alle mie figlie. Senza contare gli ambiti tutto sommato fuori dalla giurisdizione dei genitori, come i viaggi in macchina: le automobili oggi sono piene zeppe (grazie al cielo) di sistemi di sicurezza, oltre ai quali per le mie figlie ho dovuto spendere centinaia di euro per i seggiolini, che variano a seconda di peso e altezza, per i dispositivi antiabbandono e così via.

Sulla macchina di mio papà, per dire, non c’erano neppure le cinture di sicurezza, né anteriori né posteriori. Un giorno, lungo un tornante di montagna, rischiai di volare fuori dall’auto perché si aprì una portiera da sola, e meno male che mia sorella mi prese al volo. In motorino si andava senza casco, senza targa e senza assicurazione e le strade erano piene di bambini in bicicletta non accompagnati. Sembra un altro mondo, eppure non è passato poi così tanto tempo.

In prima elementare andavo a scuola da solo a piedi, in seconda potevo usare lo skateboard e dalla terza in poi andavo in bicicletta. A cinque anni giocavo in cortile con i miei amici e l’unico controllo era mia madre che mi urlava dal balcone che era pronto da mangiare, nonostante il cortile fosse pieno di macchine che entravano e uscivano.

E oggi come funziona? La settimana scorsa ho portato le bimbe a passeggiare in montagna e mi sembrava di essere un generale dell’esercito: ogni trenta secondi davo indicazioni su come e dove dovevano camminare, sulle piante e gli animali cui prestare attenzione, sullo stare all’ombra e non al sole. Ero assolutamente insopportabile.

Nelle mie passeggiate in montagna da bambino, su percorsi molto più impestati, io e i miei cuginetti andavamo per conto nostro mentre i nostri genitori ci seguivano a debita distanza. Mentre loro mangiavano nei rifugi, noi giocavamo fuori da soli ed esploravamo i dintorni, anche addentrandoci nei boschi in sentieri non segnati. Eravamo liberi di farci male, di perderci, di finire nelle ortiche, di cadere in un burrone. Eppure non ci succedeva, perché probabilmente la libertà ci aveva permesso di apprendere prima e più velocemente le tecniche di sopravvivenza basilari.

E chissà cosa pensò, la mia apprensiva madre, quando un giorno uscendo sul balcone mi vide mangiare una mela seduto con le gambe a penzoloni sul terrazzamento che vedete nella fotografia. Parliamo di un potenziale salto nel vuoto di almeno quindici metri! Ma lì c’erano degli alberi che producevano delle buonissime melette, e noi, dopo esserci arrampicati sui tetti dei garage, entravamo nel bosco per raggiungerli e per fare merenda.

Sia chiaro, non voglio mettere in dubbio l’utilità dei sistemi di sicurezza odierni oppure criticare i metodi educativi dei genitori, categoria di cui faccio parte. Però voglio fare una constatazione riguardo quanto sia cambiata la percezione del pericolo reale. Siamo stati abituati a pensare prima di tutto a ciò che può andare male.

Ad esempio, sui social si legge frequentemente che se vai nel bosco, è probabile che troverai un cinghiale che ti attaccherà. Quindi i genitori hanno paura di portare i figli nel bosco. Ora, a parte che tendenzialmente i cinghiali scappano e non attaccano, ma perché nessuno scrive che nel bosco si possono incontrare anche i cerbiatti?

Da una parte è utile la consapevolezza del pericolo rispetto all’incoscienza che ci contraddistingueva, ma dall’altra dobbiamo essere in grado di pesare la probabilità reale che qualcosa vada storto, perché la percezione che abbiamo la ingigantisce a dismisura, rischiando di far perdere ai nostri figli tante possibilità di conoscere, crescere e di godere della bellezza del mondo.

Una possibilità che a noi, negli anni 80, non è mai stata negata.
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