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The Smiths

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The Smiths

Per rendere giustizia allo sconfinato talento del paroliere e cantante Morrissey e del chitarrista e compositore Johnny Marr, le anime degli Smiths, bisognerebbe passare al setaccio ogni loro disco, canzone per canzone.

Mi limiterò a spiegare i motivi per cui la band di Manchester, di cui facevano parte anche il bassista Andy Rourke e il batterista Mike Joyce, viene considerata da molti addetti ai lavori la migliore degli anni Ottanta.

Partiamo dai testi.

Spesso si tratta di brevissime “sceneggiature” in cui il protagonista racconta delle proprie schermaglie amorose mescolando ironia e vittimismo, dubbi adolescenziali e vivide descrizioni di una periferia industriale in cui non smette di piovere (“Willliam, it was really nothing?”) e ci si bacia sotto ponti di ferro (“Still ill”).

Così nel disco d’esordio, The Smiths, e nel successivo Hatful of Hollow, entrambi del 1984.

Liriche intimiste che nell’opera successiva, Meat is Murder, si sono fuse con strali lanciati contro istituzioni come la scuola e la famiglia, oltre che contro il consumo di carne (in grande anticipo sui tempi, nel 1985). Un cocktail esplosivo di rivendicazioni per sé e per la società che è poi sfociato nel capolavoro del gruppo, ovvero “The Queen is Dead”.

Si tratta di una raccolta di brani praticamente perfetti in cui Morrissey dà voce a chiunque, anche solo una volta nella vita, si sia sentito “il ragazzo con la spina nel fianco”. Raccontando con una vulnerabilità estrema, ai limiti dell’autolesionismo, di amori finiti prima che potessero veramente definirsi tali (“I Know it’s Over”).

Piccoli melodrammi intervallati da nonsense (“Some Girls are Bigger than Others”) e spassose descrizioni di improbabili incontri fra il frontman e Sua Maestà. Un tale genio letterario non poteva affermarsi sulle scene musicali senza un sodale altrettanto brillante. Quello che incanta nell’ascoltare gli Smiths sono infatti, al di là dei testi, le cristalline melodie cesellate dalla chitarra di Johnny Marr.

Purtroppo dopo aver composto le musiche per l’album Strangeways Here We Come, nel 1987 Marr ha abbandonato la band, decretandone in tal modo la fine. Si chiude così l’avventura di un quartetto che in un arco di tempo assai breve ha regalato agli amanti del pop gemme come “This charming man”, “Ask” e la toccante “Please, Please, Please Let Me Get What I Want.
Tutto qui?
No di certo. Vanno considerate anche le peculiarità smithsiane che esulano dall’ambito strettamente musicale.

Punto primo: l’idea per cui si cercano i riflettori non per ergersi su un piedistallo ma, più modestamente, per far sì che il pubblico possa riconoscersi nelle fragilità di qualcuno che, ancor prima d’essere un artista, è un essere umano.

Punto secondo: la convinzione che la musica possa parlare da sola, senza inutili orpelli. se non viene usato come fumo negli occhi per celare la vacuità di certe canzoni, il videoclip può essere una forma espressiva d’altissimo livello.

Gli Smiths, spaventati dall’idea che i loro brani potessero arrivare ai fan filtrati dall’immaginario visivo di qualche mestierante, hanno ceduto alle pressioni della casa discografica solo quando Derek Jarman, un regista certamente fuori dagli schemi, ha accettato di tradurre per immagini alcune composizioni della band.

Lo splendido video realizzato per la canzone “The Queen Is Dead” – in cui il gusto pittorico del cineasta britannico si fonde con il ritmo vorticoso della canzone – è la testimonianza di una collaborazione assai azzeccata.

Punto terzo: la durata nel tempo. Ci sono hit dell’anno scorso che, a riascoltarle oggi, sembrano già paccottiglia archeologica. Non è certo questo il caso dei successi firmati Morrissey e Marr.

E a distanza di trent’anni, il titolo di uno dei loro gioielli si presta benissimo a celebrare la modernità del gruppo di Manchester: “There Is A Light That Never Goes Out”.
C’è una luce che non si spegne mai.

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