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Amministro il sito e cerco di far funzionare tutti i motori al meglio. Nel tempo rimanente scrivo dei miei anni 80 e creo effetti speciali.

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Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: il film che ha fotografato il lato oscuro degli anni ’80

Quando si parla del cinema degli anni ’80, la memoria collettiva corre subito alle commedie americane, ai neon di Blade Runner, alle spalline imbottite e alle colonne sonore synth-pop. Ma il decennio si apre, nel 1981, con un film che di quel mondo patinato è esattamente l’opposto: Christiane F. — Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, diretto dal tedesco Uli Edel. Non un cult costruito a tavolino, ma un pugno nello stomaco che a oltre quarant’anni di distanza continua a essere proiettato nelle scuole, citato nei documentari sulla Berlino divisa, riscoperto da ogni nuova generazione che ci arriva tramite la colonna sonora di David Bowie.

Vale la pena tornarci sopra, perché è uno di quei film che spiegano un’epoca meglio di cento saggi.

Da inchiesta dello Stern a fenomeno editoriale

Tutto nasce nel 1978, quando i giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck pubblicano sul settimanale tedesco Stern una lunga inchiesta sull’eroina che dilaga tra gli adolescenti di Berlino Ovest. Per documentarsi intervistano per giorni una ragazza di sedici anni, Christiane Felscherinow, che è entrata e uscita da un processo come testimone. Quello che doveva essere materiale per un articolo diventa un libro: Wir Kinder vom Bahnhof Zoo. In Germania vende oltre cinque milioni di copie, viene tradotto in mezzo mondo, in Italia esce per Rizzoli nel 1981. Per una generazione di adolescenti europei è una lettura sotto il banco, di nascosto dai genitori.

Quando Uli Edel ne acquisisce i diritti per il cinema, il libro è già un caso. La sfida è enorme: come trasportare sullo schermo una storia vera, fatta di prostituzione minorile, eroina, overdose, senza scivolare nel sensazionalismo né nella retorica antidroga?

Il casting: duemila ragazzine per trovare Christiane

Edel sceglie la strada più rischiosa: niente attori professionisti, niente edulcorazione. Natja Brunckhorst ha tredici anni quando viene selezionata tra circa duemila candidate. Non aveva mai recitato, vive a Berlino, e nel volto ha la stessa fragilità della vera Christiane. Accanto a lei, Thomas Haustein nel ruolo di Detlef, il fidanzato che si prostituisce per pagare le dosi a entrambi.

La cosa che colpisce ancora oggi, rivedendo il film, è che nessuno dei due “recita” nel senso classico del termine. Edel li dirige in modo quasi documentaristico, con riprese lunghe, in luoghi reali — la stazione Zoo è quella vera, il Sound dove Christiane comincia a drogarsi era una discoteca realmente esistita — e una luce che non è mai cinematografica. Si fatica, in alcune scene, a ricordarsi che si sta guardando un film e non un reportage.

La sequenza che nessuno dimentica

Chiunque abbia visto Christiane F. ha negli occhi la stessa scena: i ragazzini che vagano nei bagni della stazione Zoo cercando una vena ancora utilizzabile dove iniettare l’eroina. Edel non si volta dall’altra parte. La camera resta lì, fissa, sui visi di tredicenni con il laccio emostatico, sulle braccia bucherellate, sul vomito delle crisi d’astinenza. È un cinema che in quel 1981 non aveva precedenti — non in quella forma, non con quella età anagrafica dei protagonisti.

Il film all’epoca scatenò polemiche violentissime. In Germania si discusse a lungo se vietarlo ai minori di sedici anni; in Italia uscì con divieto ai minori di quattordici. C’è chi accusò Edel di esibizionismo e c’è chi sostenne — probabilmente con più ragione — che fosse esattamente quello che bisognava mostrare, perché negli stessi anni l’eroina stava devastando interi quartieri di Milano, Roma, Verona, Napoli, e i genitori italiani continuavano a credere che fosse un problema di “altri”.

David Bowie, l’altra metà del film

Non si può parlare di Christiane F. senza parlare di David Bowie. Nel libro, Christiane racconta che Bowie era la sua ossessione: i suoi poster in cameretta, i suoi dischi suonati a ripetizione, il sogno di vederlo dal vivo. Edel decide di prendere alla lettera quella ossessione e fa di Bowie il vero motore musicale del film.

La colonna sonora pesca quasi interamente dalla cosiddetta trilogia berlineseLow, “Heroes”, Lodger — gli album che Bowie aveva inciso proprio a Berlino Ovest tra il 1977 e il 1979, durante il periodo in cui condivideva un appartamento con Iggy Pop in Hauptstraße. C’è Station to Station, c’è Sense of Doubt, c’è la versione tedesca di “Heroes”“Helden” — e c’è soprattutto il concerto che Bowie gira appositamente per il film (girato in realtà negli studi di New York, ma montato come se Christiane vi assistesse alla Deutschlandhalle di Berlino).

Bowie accettò di partecipare per una cifra simbolica. Aveva letto il libro, conosceva la Berlino dei tossicodipendenti — lui stesso ne era uscito da poco, dalla cocaina, ed era proprio per disintossicarsi che si era trasferito a Berlino — e capì che quel film aveva bisogno della sua presenza per funzionare. Aveva ragione. La sequenza in cui i ragazzini stravolti escono dal concerto cantando “Wir können Helden sein, nur für einen Tag” — possiamo essere eroi, soltanto per un giorno — è una delle cose più devastanti mai filmate sul rapporto tra gioventù e idoli.

Cosa è successo dopo

Il film fu un successo internazionale enorme. Natja Brunckhorst scelse di non proseguire la carriera di attrice e si dedicò alla sceneggiatura, diventando una sceneggiatrice apprezzata nel cinema tedesco. Thomas Haustein lasciò anche lui presto le scene.

La vera Christiane Felscherinow ha avuto una vita molto più difficile di quella che il film lascia immaginare. Pubblicato il libro a sedici anni, è diventata suo malgrado una celebrità in Germania, condizione che le ha reso ancora più complicata la riabilitazione. Ha avuto ricadute, ha avuto un figlio nel 1996 — Phillip, che le è stato tolto dai servizi sociali — è stata seguita per anni dalla stampa scandalistica tedesca. Nel 2013 ha pubblicato un secondo libro, Mein zweites Leben (La mia seconda vita), in cui racconta tutto quello che è venuto dopo. Ha vissuto a lungo con l’epatite C.

Uli Edel ha continuato a fare cinema (suo, tra l’altro, La banda Baader Meinhof del 2008, altro film importante sulla Germania di quegli anni). E David Bowie — be’, Bowie è tornato a Berlino con la mente molte altre volte, fino a quel testamento musicale che è Where Are We Now? del 2013, dove le strade citate sono ancora quelle dello zoo, di Potsdamer Platz, della Berlino divisa.

Perché vederlo (o rivederlo) oggi

Ci sono almeno tre buone ragioni per recuperare Christiane F. nel decennio in cui è uscito.

La prima è documentaria: il film fotografa una Berlino Ovest che non esiste più, quella dei casermoni di Gropiusstadt, della stazione Zoo come crocevia di ogni miseria, della discoteca Sound, della stagione in cui il muro era ancora lì e l’Occidente esibiva la propria libertà accanto a un disastro sociale di proporzioni enormi.

La seconda è musicale: nessun altro film degli anni ’80 ha integrato Bowie nella propria struttura come questo. Labyrinth lo ha avuto come attore-icona, ma Christiane F. lo ha avuto come anima. Per chi ama la trilogia berlinese, è un complemento visivo imprescindibile.

La terza è etica: in un decennio in cui il cinema mainstream — soprattutto quello americano — si stava avviando verso l’edonismo reaganiano dei Brat Pack e dei teen movie ottimisti, Edel raccontava un’altra gioventù, quella che a quattordici anni si bucava nei bagni di una stazione perché nessuno la stava guardando. È una crepa preziosa nella narrazione dorata degli eighties, e ricordarcela è — ancora oggi — un atto necessario.

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