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Il compact disc: l’inizio della fine

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compact disc

Oggi vi racconto il mio primo approccio con il compact disc.

Nel 1983 (a 10 anni) compravo già vinili (o meglio me li regalavano), un po’ per la mia nascente e crescente passione per la musica, un po’ per la fortuna di avere zio e nonno che vendevano, nel loro negozio, dischi, cassette e stereo. Ai tempi ne approfittavo anche per fruire del pre-ascolto delle novità musicali, dai 45 giri agli LP.
Altro che Spotify e Shazam: ai tempi il mio primo metodo veloce per assimilare musica era il movimento della puntina sul vinile nero. Ce n’era anche un secondo: origliare quello che ascoltava mio zio nella sua camera. Pink Floyd, Lucio Dalla, Dire Straits, De Gregori e altri cantautori italiani, quindi ho avuto un’infanzia fortunata per quanto riguarda l’approccio alla musica.

Quattro anni dopo, nel 1987, ricordo benissimo quando nel negozio iniziarono a comparire degli strani oggetti argentati. Mio nonno me li presentava come la novità del momento, li chiamava cd. Il mio primo pensiero fu: come cavolo funzionano? Come può stare un intero album su un supporto così piccolo?

Mio nonno mi spiegò che il cd veniva letto tramite un laser. Un laser??? Per me il laser era quello di Guerre Stellari, niente affatto amichevole e soprattutto niente a che vedere con la riproduzione di suoni piacevoli. Li facevo passare molto incuriosito (ma anche sospettoso) e scoprivo così che purtroppo la maggior parte contenevano solamente musica classica.

Ai tempi ascoltavo pop, rock e italo disco, quindi la visione del compact disc dei Fleetwood Mac mi fece compiere un balzo di gioia: finalmente potevo ascoltare qualcosa che già conoscevo e fare un confronto.

La prima domanda fu veloce: “lo posso ascoltare?” La domanda successiva fu invece dove andava messo il dischetto… una scatola rettangolare era il lettore, con un cassetto che si apriva, nel quale andava appoggiato delicatamente (onde evitare le furie di mio nonno) il cd e premuto successivamente il tasto play. Niente puntina, niente braccio, niente meccanica in vista.

Le canzoni scelte erano Big Love e successivamente Little Lies
Ci fu una lunga pausa… dopodiché la mia prima frase fu: “ma sei sicuro che funzioni bene? Perché si sente così male?
Il suono era freddo, metallico, lontano.
Sì, certo, niente click e polvere raccolta dalla puntina; ma ero troppo abituato al calore analogico del vinile. Ho impiegato parecchio tempo ad abituarmi al suono del cd, il quale ha rimpiazzato l’acquisto del vinile solo 10 anni più tardi, in parte per i costi all’epoca proibitivi, ma in parte anche per il mio amore del suono analogico.

All’epoca non sapevo, né potevo immaginare (come del resto credo nessuno) che il cd sarebbe stato successivamente il primo passo verso la pirateria e la fine del mercato discografico globale.
Diciamolo chiaro: tutti negli anni 80 ci registravamo le cassettine, ma i vinili non si potevano duplicare (almeno non a livello casalingo) e le vendite di conseguenza andavano a gonfie vele.

Oggi però ho una stanza stracolma di vinili a casa dei miei, mentre a casa ho un corridoio pieno di cd che mi fanno compagnia. Alla fine mi sono affezionato anche a loro, alla loro praticità e ai tanti album che mi hanno portato in giro per il mondo. E ritrovo invece la stessa riluttanza di allora nei confronti della musica digitale, liquida o smaterializzata che dir si voglia.

Ma non è detto che fra 15 anni mi sarò affezionato anche a quella e avrò hard disk (o chissà quale altro supporto digitale) pieni di canzoni.
E’ la naturale e sempre più veloce evoluzione della fruizione di qualsiasi cosa, che porta con sé pregi e difetti. Parlando di musica, c’è stata una evidente perdita di qualità; ma quanti di noi sarebbero disposti a scrivere ancora con la macchina da scrivere piuttosto che con il “solito” word…?

Detto questo, ora esco e vado a comprarmi un vinile.

Di seguito video di un azienda che produce cd, per vedere come avviene la produzione:

 

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