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Intervista a Alberto Ferrarese – DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

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DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
Abbiamo intervistato Alberto Ferrarese autore (insieme ai figli a Lapo e Niccolò) del libro DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.

Il volume ripercorre la realizzazione delle pubblicità per i giocattoli GIG nel periodo 1976-1986.

Come a tutti i nostri ospiti ti diamo le chiavi della DeLorean per tornare agli anni 80, in che anno vai e cosa fai per prima cosa?

Tornerei sicuramente nel 1980, quasi all’apice della mia collaborazione con GIG e, col senno di poi, cercherei di evitare alcuni errori di gioventù che ho commesso.

Ad esempio consiglierei al mio IO più giovane di trovare un compromesso con Horvat per collaborare qualche anno in più con Linea GIG (dei dieci anni descritti nel libro).

Un altro consiglio che mi darei è quello di promuovere meglio anche la mia immagine, in altre parole di fare anche il “pubblicitario di me stesso”. Sono sempre stato abbastanza schivo e sono dovuto arrivare all’età della pensione per narrare quello che ho realizzato, e solo perché mi hanno spronato i miei figli.

Cos’hanno rappresentato per te gli anni 80?

Sicuramente un periodo di fermento e di creatività incredibile, un mondo pieno di opportunità per quanto riguarda la mia professione di pubblicitario e la musica (la mia passione), ma anche in ogni campo: cinematografico, artistico, fumettistico e dell’animazione.

Citerei anche la politica mondiale, con l’inizio di quello che sarebbe stato il movimento che portò alla caduta del muro di Berlino, e poi la lotta all’Apartheid e tante conquiste sociali.

Ma è stato anche il periodo in cui scoprimmo l’AIDS, c’era ancora il terrorismo e, a Firenze, avevamo il “Mostro” che uccideva le coppiette. Un periodo strano e contraddittorio, solo apparentemente colorato e futile ma che in realtà aveva anche situazioni delicate.

Per dieci anni hai sviluppato la comunicazione legata ai giocattoli GIG, come nasceva la magia?

Avevo un team di collaboratori veramente incredibile.
Dei professionisti creativi che alimentavano anche la mia voglia di creare.

All’interno di Phasar, la mia agenzia di pubblicità, era tutto un fermento di idee che mettevamo a confronto, spronandoci gli uni con gli altri a dare il meglio. Nelle riunioni creative (e anche fuori da esse) si poteva fare e dire di tutto.

Se a qualcuno veniva in mente qualcosa che poteva sembrargli stimolante la condivideva con gli altri, poi ognuno metteva qualcosa di proprio e, così, nasceva la “magia”, come dici tu. Uno parlava, un altro disegnava, qualcuno canticchiava un motivetto (quello ero io) ed ecco che spuntavano idee come funghi.

Quali erano le difficoltà in fase di creazione delle pubblicità dei prodotti?
Spesso la libertà creativa che avevamo a disposizione per il prodotto. Più avevamo vincoli e più la comunicazione era “blindata” e quindi meno “nostra”.

Non è un caso che prodotti meno potenti e famosi abbiano comunque avuto un successo incredibile proprio per la comunicazione inventata da noi. Prodotti come Brillantina Rimbalzina, ad esempio…

C’è stata una volta che ti sei detto: e questo giocattolo come faccio a pubblicizzarlo? C’è stata qualche pubblicità che non è mai apparsa al pubblico?

Nel libro accenno alla “palla spiaccicona” che fu presentata a me e Horvat a New York, ma che non ha mai avuto un seguito. Così come il “Monopoli” della Linea GIG, un gioco da tavolo che avrebbe dovuto avere come protagonisti i giocattoli che pubblicizzavamo.

Di pubblicità non apparse non ne ricordo, ma sicuramente ce ne sono alcune che sono cambiate in corso d’opera. Come quella del Cubo di Adamo che prima fu lanciato per un target adulto e che (complice il flop di vendite dopo l’uscita del primo spot) fu “deviato” al volo sul target bambini con un secondo spot meno cerebrale e più leggero. Nel libro raccontiamo bene gli aneddoti e i protagonisti di quelle pubblicità e i motivi del cambiamento, ma qui cerco di non fare troppi spoiler!

Quali sono i tuoi giocattoli preferito dell’epoca? Per caso li collezioni?

Beh, sono molto legato ai Playmobil e ai Micronauti perché sono i giochi con cui i miei figli hanno giocato di più da bambini.

Ma, esulando dalla GIG, sicuramente il flipper: ricordo che da una Fiera di giocattoli tornai a casa proprio con un vecchio flipper anni ’70 che mettemmo in casa insieme a un calcino (il classico “balilla”).

Da lì in poi partirono i tornei coi miei figli e con gli amici che venivano di volta in volta a casa nostra.
Per quanto riguarda il collezionismo, confesso di non essere mai stato interessato al fenomeno.
Soprattutto riguardo ai giocattoli, dato che forse ci avevo fin troppo a che fare. Ho semplicemente tenuto quelli vecchi che avevamo a casa e che sono finiti, in parte, prima ai miei figli e poi ai miei nipoti. Questi ultimi adesso stanno riscoprendo, grazie al nostro libro “Dieci Anni Nel Paese Delle Meraviglie”, quei giocattoli storici delle mie pubblicità.

Di quale pubblicità sei più fiero? E magari anche quella che invece rinneghi.
Non potrei mai rinnegare il mio lavoro.

Mi fa sorridere magari rivedere alcune pubblicità frutto di quegli anni. Ingenuità, linguaggio che adesso sarebbe politicamente scorretto, incongruenze e piccole “falsità” su cosa potessero fare quei giochi, ma non li rinnego.

Sono semplicemente datate. Fra quelle che preferisco, oltre alla già citata Brillantina Rimbalzina (che adoro, perché ero anche la voce che cantava il jingle, da me inventato, su parole di un collega), direi anche alcune di PeloCaldo, Le Patate, alcune dei primi Trasformer e Eagle Force.

Quest’ultimo un vero e proprio “film di guerra” realizzato nei minimi dettagli. Ricordo ancora lo storyboard accuratissimo di cui parliamo anche nel capitolo dedicato a queste action figure.

Per i bambini di quel decennio il catalogo dei giocatoli di Natale Gig era veramente qualcosa di magico, da li partivano tutti i desideri e si scrivevano le letterine a Babbo Natale. Quanto impiegavate a realizzare il catalogo e che difficoltà incontravate?

Quanta creatività anche nei cataloghi natalizi.
Ne parliamo in abbondanza nel libro, soprattutto di un paio rimasti storici (quello del “Paese delle Meraviglie” e “L’isola del Tesoro” che erano fra i più creativi e con una storia dietro). La difficoltà maggiore era spesso quella di utilizzare materiali appena arrivati da altri paesi (Grecia, Giappone, ecc.), ancora senza traduzione e con prototipi che magari successivamente non sarebbero entrati in commercio in Italia.

Quante volte abbiamo usato un giocattolo che poi o non sbarcava realmente in Italia oppure ci arrivava diverso. E quante volte abbiamo fotografato e impaginato la confezione originale perché ancora non esisteva quella italiana (che magari stavamo realizzando in contemporanea).
Una cosa che adesso fa impazzire i collezionisti che cercano di capire tutti i “perché” e i retroscena, ma che era semplicemente frutto del lavoro quotidiano, realizzato in alcuni casi davvero di fretta. Allora dovevamo anche impaginare velocemente a mano (senza computer e software) pagine e pagine di giocattoli.

E quante volte abbiamo “inventato” testi o fotografato moke up di cataloghi o espositori ancora non effettivamente mandati in stampa, utilizzando dei prototipi fatti a mano o addirittura disegnati. Inoltre, soprattutto dopo qualche anno di collaborazione con GIG, i materiali dei Playmobil arrivavano da un’altra agenzia, quindi il lavoro di coordinamento era più complicato a causa della collaborazione con un altro team.

Non solo carta stampata (come ad esempio le pubblicità su Topolino) e cataloghi, gli spot televisivi della Gig erano incredibili, raccontaci qualcosa sulla loro creazione.
Anche qui lavorare con dei professionisti fu la nostra fortuna: sia nella mia agenzia che presso l’allora Studio K, si dialogava con gente che sapeva cosa fare e come farlo al meglio. Senza effetti speciali al computer, i videomaker di allora riuscivano a ricreare le idee dei nostri storyboard in modo magistrale, realizzando fondali, effetti visivi, animazioni che ancora oggi funzionano e creano magia anche nelle nuove generazioni. Quegli spot “antichi”, se fatti vedere ai bimbi di oggi, riescono comunque a catturare la loro attenzione. Ricordo che un vecchio dirigente GIG, durante la stesura del nostro libro, ci disse: “anche successivamente sono stati fatti lavori egregi, ma il vostro periodo è stato magico.

Quella sinergia fra agenzia e studio di registrazione non è stata più replicata. Una creatività che oggi non si vede in TV”.
Vi rendete conto che ogni animazione era realizzata a “passo uno”, cioè animando ogni singolo, minimo movimento, realizzato con tanti scatti fotografici? E i fondali, lo spazio stellare ricreato, gli effetti visivi e audio. Tutto fatto manualmente e “artigianalmente” in ore e ore di lavoro. Oggi è decisamente impensabile.

Parlaci del libro DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, com’è nato e perché i nostri lettori dovrebbero averne una copia (magari sotto l’albero di Natale)?
È nato quando i miei figli mi hanno fatto notare che il mio lavoro, e quello dei miei collaboratori di allora, era diventato una specie di punto di riferimento per una generazione di ex bambini, sia collezionisti che non. E che giravano alcune “leggende metropolitane” su alcuni giocattoli e sulla loro genesi. Di alcune cose la verità la sapevo solo io o altri pochi intimi.

DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

E col proliferare di siti, blog e pagine social dedicati alle mie creazioni, abbiamo deciso che la mia storia non doveva più rimanere solo mia, ma andava raccontata. È vero, parliamo della Linea GIG fra il 1976 e il 1986, dei giocattoli di cui ho creato la pubblicità sulle pagine di Topolino e degli spot sulle allora TV private, raccontiamo aneddoti e situazioni divertenti su Trasformer, Micronauti, Robapazza che Strumpallazza e tanti altri prodotti.

Ma raccontiamo anche un periodo d’oro della comunicazione pubblicitaria per bambini, dei cartoni animati “più belli”, dell’evoluzione della TV commerciale, dei film e dei fumetti; un periodo storico che va dal dopoguerra, passando dagli anni ’60 e ’70 per approdare poi agli ‘80/’90.

Un periodo di boom economico, di un’Italia che non c’è più e che comunque ha segnato più di una generazione. È quini un libro che ha diverse chiavi di lettura, è un viaggio nel tempo e nella memoria di ex bambini e adulti.

Che disco consigli ai nostri lettori da ascoltare durante la lettura del libro?
Potrei dire il mio “Singing “My” Songs. The Best Of Alberto Ferrarese” del 2014, ma sarei troppo autocelebrativo. Rimanendo negli anni ’80 io consiglierei vivamente “Songs from the big chair” dei Tears For Fears. Un disco che acquistò mio figlio Niccolò ma che piacque molto anche a me, che non ero propriamente entusiasta, allora, della musica che passavano in radio e Tv. Quel disco, col singolo “Shout” rappresenta bene gli anni ’80 e parte del sound di allora. Sicuramente un’ottima colonna sonora.

Sito ufficiale DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE:
http://www.dieci-anni-nel-paese-delle-meraviglie.it/

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