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La grande nevicata del 1985

1923
nevicata

L’inverno del 1985 avrebbe dovuto essere, dal punto di vista calendariale, lo spartiacque tra la prima metà del decennio e la seconda. Invece fu lo spartineve, perché a metà di gennaio iniziò a nevicare, nevicare, e nevicare; e sembrò che non volesse smettere più.

Di nevicate memorabili, e anche drammatiche, ce ne sono state parecchie sia prima che dopo (ad esempio quella del 2012 sulle regioni adriatiche); ma quella del 1985 resta nella memoria per la sua durata, intensità e diffusione: Cagliari sotto la neve e Milano letteralmente paralizzata non si vedono tutti gli anni; e nemmeno tutti i decenni.

All’epoca il riscaldamento globale già correva di gran carriera, ma nessuno ne parlava e in generale i problemi ambientali erano considerati altri, come lo smaltimento della plastica visto che la differenziata, istituita ufficialmente dalla Comunità europea nel 1975, in Italia non era ancora arrivata (per non parlare dell’abitudine degli italiani a praticarla). In effetti, di segni del riscaldamento non è che se ne vedessero: gli ultimi anni 70 erano stati nevosissimi, e il clima era quello che per secoli avevamo considerato “normale”: la primavera e l’autunno non erano ancora scomparsi, in estate faceva caldo e in inverno – almeno se abitavi in collina, in montagna o comunque al Nord – nevicava.

Se eri bambino nella prima metà del decennio Ottanta, era quindi normale che a gennaio le bottiglie d’olio sul balcone gelassero, e che capitasse di non andare a scuola un giorno o due se la nevicata arrivava di notte ed era particolarmente abbondante. Quando a scuola si andava, era anche perfettamente normale farlo con gli stivali – gli stivali di gomma, di solito, perché i Moon Boot e simili arrivarono dopo, e comunque non per tutti. Ed era normale, d’inverno, fare a palle di neve.

Le palle di neve contenevano in sé verità disturbanti sulla vita.
Ad esempio che la forza di volontà non sempre sostituiva la forza fisica. Il mio amico Mauro riusciva a imprimere alle sue palle di neve velocità supersoniche (con tanto di sibilo al passaggio) e addirittura a far saltare le lampadine dei lampioni, mentre le mie palle di neve, a dispetto dell’impegno che ci mettevo, si sfaldavano in volo tanto malamente erano state pressate.

Ma non divaghiamo: in inverno faceva freddo, nevicava e nessuno si faceva cogliere impreparato. Tutte le Fiat 128 e le Renault 5 avevano le catene a bordo e dappertutto vedevi parcheggiate pale da neve pronte all’uso; nei magazzini non ancora intossicati dalla logistica e dal just-in-time si facevano provviste, e i bambini venivano dotati di guanti di lana (“ideali” per fare a palle di neve).

Le previsioni meteo erano, diciamo, approssimative. Non c’erano modelli numerici né tanto meno computer in grado di elaborarli, per cui si basavano largamente sulle serie storiche: vale a dire su quello che era già successo. I fenomeni che non erano mai successi, quindi, semplicemente non erano prevedibili: come appunto in quel gennaio 1985, quando un’anomalia termica della stratosfera (l’anticiclone delle Azzorre strinse la mano a quello polare) creò un perfetto scivolo verso l’Italia per le correnti artiche, portando neve, gelo e ancora neve.

E non per modo di dire: in Toscana ed Emilia Romagna, dove stavo io, si toccarono i -20°, e la nevicata del 13 gennaio andò avanti per tre giorni, lasciando in ricordo 20 cm di neve a Genova, 30 a Venezia, 80 a Bologna, 90 a Milano e un metro e mezzo a Trento.

Come sempre in questi casi, l’Italia manifestò in un colpo solo tutta la sagacia dei propri governanti e tutta la buona volontà dei suoi cittadini. Siccome una prima nevicata il giorno della Befana aveva già paralizzato Roma, molti mezzi antineve erano stati spostati da Milano alla capitale, col risultato che entrambe le città finirono in ginocchio. Milano, allietata da numerosi tetti sfondati dal peso della neve, fu invasa da sciatori di fondo e bambini in slittino prima che i carri armati liberassero almeno le strade principali. In compenso, legioni di spalatori e di volontari evitarono il peggio, sia lì che nel resto del centro-nord.

Per quanto mi riguardava, al secondo giorno ininterrotto di neve che aveva reso le strade simili a piste alpine, deliberai senz’altro di andare a scuola in bob. Già mi immaginavo schiere di ragazzine davanti a scuola che sarebbero andate in sollucchero vedendomi arrivare col mio Giordani rosso fiammante. Mio padre tentò di dissuadermi tirando in ballo questioni di distanza, ma cosa potevano essere un paio di km a trascinare il bob sprofondando nella neve alta, rispetto allo status che ne avrei ricavato?

Purtroppo però non ce la feci, e non per colpa di mio padre. Il fatto è che la scuola rimase chiusa per giorni e giorni, perché il freddo estremo aveva fatto gelare l’acqua nei tubi del riscaldamento, distruggendo l’impianto. Venne riparato quando ormai la neve si era sciolta, lasciando un orrendo pantano marroncino un po’ dappertutto. Nel frattempo i trattori dei contadini – vivendo in campagna oltre la metà dei miei compagni di classe possedeva un trattore – avevano aiutato a sgombrare le strade, accumulando la neve in una delle piazze del paese. Il cumulo era così alto che ci divertivamo a scavare tunnel. È per pura fortuna che nessun novello Ötzi è stato ritrovato nel mio paese al disgelo, nella primavera del 1985.

Intanto a Roma i nostri parlamentari discutevano come al solito se ci fossero state negligenze nella gestione dell’emergenza.
Dopo che una parte ebbe accusato l’altra e l’altra si fu scagionata, si rimisero tutti al lavoro su cose più importanti: c’era da far passare il decreto Berlusconi, quello che consentiva a Canale 5, Italia1 e Retequattro di continuare a trasmettere su tutto il territorio nazionale, come stavano già illegittimamente facendo da anni.

Ce la fecero il 4 febbraio, e della nevicata non si parlò più: Drive In era salvo.

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