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Prima degli energy drink: i Cure

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i Cure

Era il 1989 ed ero in settimana bianca a Folgaria con la mia classe delle superiori. Finita la cena eravamo in una delle camere a decidere con quali disastri avremmo riempito la serata e quello che ne sarebbe seguito, quando vidi il mio amico Matteo seduto in un angolo con le cuffie del suo walkman calzate in testa.

Pensando che non stesse bene, mi avvicinai per chiedergli come andava.
– “Tutto bene, Teo?”
– “Sì, sì. Sto ascoltando i Cure per non dormire.”

Ecco, i Cure. La cura. Matteo per una questione di allergie non poteva prendere caffè, e da mezzo metallaro qual era aveva trovato una soluzione musicale. Lì per lì mi sembrò strano che della musica (per quanto tetra) potesse fare quell’effetto, ma dato che quella sera Matteo tirò molto più tardi di me senza problemi è probabile che mi sbagliassi – come del resto la maggior parte delle volte nella mia vita.

Tornando a quella cassetta, che ascoltai per forse due minuti, era veramente cupa, ma ripensandoci ora mi sembra soprattutto una delle migliori testimonianze della fertilità artistica degli anni ’80, quando potevi avere successo più o meno con qualunque stile: melodico, cantautorale, pop, hard rock, metal, trash, rap, dark e e addirittura gonzo.

I Cure erano nati a metà degli anni ’70 come band sperimentale, ma il successo per loro è arrivato una decina di anni e molti, molti litri di birra e di whiskey dopo, con una hit bella triste (Lullaby) e una manciata di singoli in realtà piuttosto allegri (Pictures Of You, Boys Don’t Cry, Close to Me, High, Friday I’m In Love) sorretti da video memorabili (l’armadio che cade dalla scogliera di Close To Me).

Per quanto indissolubilmente legati al mondo dark e goth, e con un seguito perlomeno particolare (un fan inglese appena lasciato dalla fidanzata non trovò di meglio che pugnalarsi a morte durante un loro concerto), i Cure in realtà restano soprattutto una delle band che hanno sdoganato l’alternative rock, tra l’altro senza mai rinunciare del tutto a un lato pop. Anche per questo all’apice della loro carriera sono diventati mainstream facendo soldi a palate e contribuendo, probabilmente, a tenere svegli migliaia di ragazzi allergici al caffè come il mio amico Matteo, che adesso fa il manager e se è riuscito senza caffeina e senza energy drink a fare le nottate per passare gli esami all’università deve ringraziare il trucco pesante, e i capelli alla Roberto d’Agostino prima maniera e ovviamente la voce stridula di Robert Smith.

Ah, i Cure hanno appena annunciato il Tour 2016 e faranno tre date anche in Italia: il 29 ottobre, all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), il 30 ottobre al Palalottomatica di Roma e l’1 novembre al Mediolanum Forum di Assago (Milano). Se non pensate di essere troppo vecchi per fare i dark, Robert Smith – che non pensa di essere troppo vecchio, e a quanto pare nemmeno troppo grasso – vi aspetta a braccia aperte.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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