Se c’è un’iconografia che incarna perfettamente lo spirito agrodolce della Roma (e dell’Italia) degli anni Ottanta, questa non può che passare per lo sguardo timido e iperbolico di Carlo Verdone. Mentre oggi lo ritroviamo con Scuola di Seduzione, un’opera che cerca di dialogare con la contemporaneità, il cuore dei nostalgici – e dei cultori della critica pop più raffinata – batte ancora fortissimo per quel decennio d’oro che va da Un sacco bello a Compagni di scuola. È in quegli anni che Verdone ha smesso di essere “solo” un cabarettista televisivo per farsi antropologo urbano, trasformando le nevrosi collettive in una poetica del quotidiano sospesa tra la risata fragorosa e una malinconia sottile, quasi antonioniana.
Il 1982 segna lo spartiacque definitivo con Borotalco. Qui Verdone abbandona la struttura a episodi per abbracciare la narrativa lunga, regalandoci il personaggio di Sergio Benvenuti. È un film intriso di una luce calda, dove la musica degli Stadio, la bellezza carismatica di una superlativa Eleonora Giorgi e il mito di Lucio Dalla fanno da tappeto sonoro a una Roma che sogna l’America ma rimane incastrata nei suoi appartamenti di periferia e nei suoi uffici polverosi. La seduzione, in quel caso, non era una scuola ma una maschera: quella del fantomatico Manuel Fantoni, l’eroe di un’epica cialtrona che serviva a evadere da una realtà grigia e rassicurante.
Con Acqua e sapone (1983), Verdone perfeziona la sua indagine sulla purezza contaminata dai tempi moderni. La storia del finto prete precario che si improvvisa precettore per una baby-modella americana non è solo una farsa sugli scambi d’identità, ma una riflessione delicatissima sullo scontro tra l’innocenza infantile e il cinismo del business. In una Roma estiva e magnificamente scanzonata, la colonna sonora degli Stadio accompagna una danza di solitudini che cercano un contatto autentico, regalandoci uno dei finali più sospesi e poetici della sua intera filmografia, dove il sentimento rimane un’eco lontana, impossibile da afferrare davvero.
Il climax di questo percorso antropologico si raggiunge però con Compagni di scuola (1988), il suo Grande Freddo all’italiana. Qui Carlo seziona un’intera generazione arrivata al traguardo dei quaranta con le ossa rotte e le tasche piene di cinismo; basti pensare alla crudeltà con cui viene accolto il povero Fabris, “quello che non si riconosce più”, diventato il capro espiatorio del decadimento fisico di tutti. Sì, insomma, la risata si fa amara, lo spazio della villa diventa un teatro delle crudeltà dove cadono tutte le maschere: non è più la seduzione dell’inganno innocente di inizio decennio, ma la constatazione di un vuoto esistenziale che la spensieratezza degli anni Ottanta non è riuscita a colmare.
Oggi, guardare al Verdone di quel periodo significa riscoprire un autore che ha saputo mappare l’anima di un Paese in trasformazione, usando il filtro della commedia per fare, in realtà, del grande cinema d’autore. Se Scuola di Seduzione rappresenta il Carlo Verdone del presente, saggio e forse fisiologicamente più pacato, quel decennio lì rimane un monumento alla nostra capacità di ridere delle nostre miserie. È il rumore di una Roma che non c’è più, fatta di sogni in VHS e di una bellezza che, proprio come il borotalco, lasciava sulla pelle un profumo dolce ma destinato a svanire in fretta.
