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DAMIANO STINGONE – Un nostalgico a Berlino

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DAMIANO STINGONE

Gli Anni 80 –Speciale Sentimental dancers

DAMIANO STINGONE – Un nostalgico a Berlino

È ancora un’edizione speciale di Sentimental Dancers, quella che avete sotto gli occhi. Da queste parti, si sa, diamo spazio alla musica che ci piace, al cinema che ci piace, ai libri che ci piacciono. E oggi anche alle illustrazioni che ci piacciono. Quelle di Damiano Stingone ci hanno catturato al primo sguardo, per questo abbiamo deciso di incontrarlo e conoscerlo meglio. E farci svelare il suo superpotere in grado di spalancare mondi d’immaginazione.

La prima domanda è ormai un classico de Gli Anni 80: ti diamo le chiavi della DeLorean per tornare negli anni ‘80, che anno scegli e cosa fai?

Sono nato nel 1984 e vado nel 1989, perché è l’inizio dei ’90, che sono i veri e propri anni della mia adolescenza. Rivivo una giornata qualsiasi, magari una di quelle in cui rimani a casa e non vai scuola facendo finta di stare male. Mi metto sotto le coperte e guardo la tv.

Hai un’attività che spazia da quella di visual designer ad art director. Noi ti abbiamo conosciuto attraverso le illustrazioni che realizzi. Perché ti affascina il periodo ‘80 (e ‘90)? La tua è nostalgia, o posa nostalgica?

Premessa: per me la nostalgia non è una parolaccia, tutt’altro. Parto da questa considerazione perché il nerd degli anni ’80 è sempre percepito un po’ come un loser, ma per me questo è quasi un valore aggiunto, una medaglia. La nostalgia ha fascino, crea un legame emotivo. Tieni presente, poi, che io non ho una vera e propria fissa per gli 80s. Ho invece la fascinazione per le icone nostalgiche. Quelle le studio e le ristudio, che si tratti di canzoni, automobili, immagini, film. Ritorno al Futuro, I Goonies e Karate Kid per me sono la triade. Sono al top. Hanno un potere emotivo pazzesco, ed è quello su cui io cerco di lavorare.

Vivere a Berlino ti ispira? Ti manca qualcosa dell’Italia?

Oggi per me è normale, vivere a Berlino. Vengo da Catania e vivo Berlino alla stessa maniera. Reinickendorf è il quartiere in cui abito, e mi dà spazio per dedicarmi alle attività che mi piacciono e mi ispirano: faccio boulder, le arrampicate; vado in bici, c’è verde e spazi ricettivi. Forse di Catania mi manca la sensazione di camminare in un museo a cielo aperto. E l’Etna, che segna la giornata ed è un punto di riferimento. Qui c’è la Fernsehturm, la Torre della televisione, ma non è esattamente la stessa cosa.

Nel tuo lavoro c’è un pensare per immagini che richiama alla pop art, al fumetto, al cinema, una palette che ammorbidisce gli 80s, li fa suoi e li ripropone in un mood minimal, contemporaneo e vagamente introspettivo. Chi riconosci come tuoi maestri?

Mi occupo di design da parecchio, e recentemente ho deciso di provare a fare quel che mi piace, investire tempo ed energie su questo. Potrebbe sembrare ovvio ma non lo è. Ci sono cose che ci fanno impazzire come fruitori ma a cui, come creatori, magari abbiamo dedicato zero. Io cerco di ricostruire un’atmosfera, che prima di tutto percepisco dentro di me. Do the right thing (il film di Spike Lee) è stata la prima illustrazione. Un film che mi ha spaccato la testa con la sua palette afro. Da lì ho iniziato a disegnare tutto quello che in me ha un potere nostalgico ed emotivo: dal film, al pallone, al gadget. Seguo un filo emozionale che è mio, ma che evidentemente poi colpisce e interessa molti. L’illustrazione di Leon (il film di Luc Besson), ad esempio, ha avuto su Instagram un successo enorme, che non mi aspettavo. Concettualmente uno dei miei maestri è sicuramente Duchamp, di cui sono un vero fanboy. La sua capacità di focalizzarsi sull’oggetto (l’orinatoio, la ruota di bici) escludendone il contesto è qualcosa che ho fatto mio, lo trovo un approccio affascinante e molto narrativo, aperto alle interpretazioni più diverse.

A cosa stai lavorando in questo periodo? E a cosa ti piacerebbe lavorare?

Caratterizzare il proprio linguaggio è la cosa più importante. Non sono trendy, non sono al passo coi tempi, e questo può non essere un vantaggio per farsi notare dai brand di peso. Si cerca più la tendenza che l’originalità, la riconoscibilità più che la novità. A me piace la challange con me stesso e adesso – quasi contraddicendomi – voglio esplorare proprio gli sfondi, i contesti oltre ciò che sta in primo piano. Capire se e come questo può catturare l’attenzione rapida che guida un brand oggi nelle sue scelte. Voglio trovare il mio spazio e rimanere fedele al mio linguaggio, evolvendomi. Una mia fissa, poi, è quella di realizzare un mazzo di carte collezionabili, delle trading card. Ma di questo – se ti va – ne parleremo quando sarò un po’ più avanti col progetto.

Molto volentieri. Chiudiamo allora con l’ultima domanda. Noi Sentimental Dancers siamo soprattutto interessati ai ricordi autentici legati a un brano: attimi di filosofia, tristezza, rimpianto, felicità improvvisa, canzoni luccicanti di gioia e malinconico dolore, a volte insieme. Qual è la tua song 80s del cuore, e a quale ricordo è legata?

Pochi giorni fa ero in barca, in Indonesia, tutti dormivano. Ho messo su You’re The Best, di Joe Esposito contenuta nella ost di Karate Kid. E mi è venuta la pelle d’oca. Perché penso spesso alla rivincita come concetto estetico. E lo trovo bellissimo ed emozionante.

Videoclip: You’re The Best, di Joe Esposito

Salutiamo Damiano. Che alla fine non ci ha rivelato il suo superpotere.

Forse perché non ce l’ha.

Ed è più semplicemente, sarete d’accordo con me, uno davvero bravo.

Un talento vero.

IG: https://www.instagram.com/damianostingone/?hl=it

 

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