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Mark Hollis ci ha lasciato – e perché non possiamo dimenticare i Talk Talk

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Mark Hollis
È difficile dire perché, ma una parte sproporzionatamente grande dell’innovazione musicale arriva dall’Inghilterra.

Dai Beatles al Manchester sound, dal new romantic al pop elettronico, è difficile pensare a un genere influente che non sia arrivato da lì. E di tutto quello che sentivo passare negli anni 80, ricordo distintamente che c’erano solo due gruppi che mi sembravano arrivare da un’altra galassia. Erano entrambi inglesi: i Supertramp e i Talk Talk.

Da tempo, così, volevo scrivere qualcosa sui Talk Talk: ma come anche per gli Wham!, sono stato preceduto dalla morte intempestiva del loro leader, Mark Hollis. Che pur non avendo raggiunto la popolarità di George Michael come performer, era dal mio punto di vista ancora più geniale dal punto di vista musicale.

Mark fondò i Talk Talk a Londra, nel 1981, insieme al batterista Lee Harris e al bassista Paul Webb, ed esplosero praticamente subito grazie ai singoli “Talk Talk” (1982) ma soprattutto “It’s My Life” e “Such a Shame” (1984), che li lanciarono in tutto il mondo diventando così popolari da venire ripresi dalla pubblicità.

Negli anni, non si contano i grandi gruppi che ne fecero cover, anche memorabili

ma senza mai raggiungere l’originalità degli originali, legata sia all’inconfondibile timbro vocale di Hollis che alla sonorità innovativa dei Talk Talk, che davvero suonavano come una radio sintonizzata su un altro pianeta – e di questo va di nuovo dato credito alle idee di Hollis.

Scritturati dalla EMI e prodotti da Colin Thurston – uno che aveva lavorato con un noto sperimentatore come Bowie – furono compagni di scuderia dei Duran Duran, e nella prima metà del decennio li supportarono in tour riuscendo a portare davanti al grande pubblico la loro musica sofisticata, che riscosse in particolare successo in Italia (non so se ci sia una lezione da trarre dalla cosa, ma per una volta il Belpaese si mostrò tutt’altro che provinciale).

Come tutti i grandi, però, Hollis non si accontenta di ripetere la ricetta che lo aveva portato al successo. Vuole andare avanti, e nella sua ricerca arriverà a fondare quello che oggi è considerato il post-rock, diventando fonte di ispirazione per gruppi come Radiohead, Portished, Marillon, Tears for Fears o Sigur Rós.

I due album seminali sono considerati “Spirit of Eden” (1988) e “Laughing Stock” (1991), subito apprezzati dai critici ma molto meno dal pubblico – cosa del tutto naturale, essendo in netto anticipo sui tempi. Saranno gli ultimi due dei Talk Talk, che si scioglieranno nel 1992.

Un certo successo arriva ancora durante la fase di transizione, col terzo album “The Colour of Spring” (1986) che contiene la visionaria “Life’s What You Make It”, che probabilmente ricorderete anche per il suo video.

Lo studio di registrazione si arricchisce di pianoforti, organi e altre chitarre, e i Talk Talk iniziano a improvvisare. Hollis rifiuta di ripetere l’esperienza in concerto, cosa che non giova alla popolarità del gruppo, e si spinge a ibridare generi arrivando negli ultimi album a un mix minimalista tra musica rock, jazz e ambient. Decisamente troppo per il pubblico di fine anni 80, che volta le spalle ai Talk Talk.

Nel frattempo il gruppo si è faticosamente sciolto dal contratto con la EMI, diventando anche simbolo della lotta per l’indipendenza di pensiero dalle major, e ispirando molti che la porteranno avanti negli anni 90. Ma Mark Hollis ha nel frattempo maturato la decisione di lasciare la musica per dedicarsi a un’attività che in quel momento gli sembra più importante: fare il papà.

Oggi che ci lascia, a soli 64 anni, gli auguriamo di esserci riuscito altrettanto bene di quando negli anni 80 innovava il panorama della musica pop. Continueremo ad ascoltare le tue canzoni, Mark.

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