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Pasadenas: il vero tributo dei falsi americani

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Pasadenas

Einstein diceva che la maturità consiste nel rimuovere la patina di pregiudizi che si sono depositati in te prima dei diciott’anni. Se è così, ne ho appena rimosso uno piccolino, ma con la sua importanza: la convinzione che i Pasadenas fossero americani. Convinzione dovuta al tipo di musica, certo, ma anche alle fattezze di Aaron Brown, che con quelle labbra e quella canottiera bianca sembrava scappato da una piantagione di cotone non più di 5 minuti prima.

E invece.

E invece i Pasadenas, a dispetto del nome e della musica che facevano, erano un gruppo, pensa te, inglese. Tanto è vero che addirittura ospitavano Haamish Seelochan, uno dei numerosissimi indiani trapiantati a Londra e che anagraficamente c’entrava con Motown come Mino Reitano con l’heavy metal.

Ma quando nel 1988 Videomusic iniziò a trasmettere Tribute (Right On), un motivetto orecchiabile cantato a turno dai cinque falsi yankees, con la classica formula della citazione (da cui il titolo) ai grandi nomi del soul, il botto fu bello forte. La combinazione azzeccata tra la canzone, il loro modo di ballare e – fondamentale per un adolescente di allora – il loro look, con jeans, maglietta e chiodo, li proiettò ai vertici delle preferenze in mezza Europa: comprese le acerbe preferenze del sottoscritto.

E a dire il vero, a risentirlo oggi, Tribute funziona ancora. Video compreso. Credo anzi che detenga tuttora il record della quantità di gel usato per un solo video, probabilmente una delle ragioni per cui all’epoca mi faceva impazzire (Dio solo sa come potessi pensare di avere i capelli come un afroamericano, o afroinglese, o afroindiano che dir si voglia).

Troppo specifici nel genere e destinati a un destino da meteore come i Neri per caso, i Pasadenas riuscirono a durare anche meno, bruciandosi da soli fin dal secondo singolo: Riding On A Train, featuring un motivetto così profondo, ma così profondo, che trent’anni dopo è diventato appannaggio di Peppa Pig.

Dopo quello, bye bye Pasadenas. Non ne imbroccarono più mezza, fatta salva una cover di “I’m doing fine now” che ebbe un discreto successo in Inghilterra negli anni Novanta. Del resto l’Inghilterra è la patria delle seconde possibilità.

O era l’America?

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