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Peter Gabriel, il lato oscuro dei Genesis

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Peter Gabriel
Oddio, oscuro per modo di dire. Anzi: Peter Gabriel rappresenta uno dei risvolti più colorati degli anni 80.

Vediamo perché. Se sei inglese e vuoi fare il musicista alla fine degli anni ’60, quando sulla scena c’è gente come i Beatles e i Rolling Stones, la salita è impervia. Se poi la tua carriera si sviluppa in parallelo a quella, toh, dei Pink Floyd: e tu non sei né fascinoso come Mick Jagger né maledetto come Syd Barrett – anzi sembri un po’ un ragionierotto del Wilfordshire, ammesso che esista un posto che si chiama così – è addirittura impossibile.

A meno che, per vincere il complesso di inferiorità, la timidezza, e farti notare, ti venga in mente un trucco tipicamente Seventies: travestirti. E guardate, Peter Gabriel ha cominciato proprio così: cantando e suonando il flauto nei Genesis vestito da fiore o da mago. Una specie di Renato Zero inglese, con la fortuna però di avere come compagni di strada Phil collins e Mike Rutherford e non gli stornellatori di Trastevere.

E insomma Peter ce la fa, e ottiene anche un buon successo con i Genesis; ma a un certo punto se ne va. Chi dice per problemi familiari (una gravidanza problematica della moglie), chi per divergenze cultural-musicali, chi ancora per eccesso di galletti nel pollaio dei Genesis. Ma probabilmente, come sempre, per l’insieme di tutte queste ragioni.

Il distacco avviene già nel 1975, per cui chi (come me) conosce Peter negli anni 80 lo ascolta come solista dal passato un po’ misterioso – in cui si dice che facesse, con i Genesis, rock progressivo. Il fatto è che i Genesis hanno nel frattempo virato decisamente verso il non prendersi così tanto sul serio e sul pop commerciale, infilando una serie di successi come “Easy Lover”, “Sussudio”, “Invisible Touch” eccetera eccetera. Per cui per chi li conosce negli anni 80, ecco, è un po’ come sentirsi dire che Elio e le Storie Tese prima facevano musica sacra. Interessante, per carità: ma non è che ti venga voglia di ascoltarla.

Ma la ragione per cui i Genesis prima facevano rock progressivo è precisamente che prima c’era Peter Gabriel. Che una volta rimasto solo si occupa come prevedibile di difendere la propria reputazione di genio, cercando di produrre musica diversa dai Genesis e anzi diversa un po’ da tutto.

Ancora classificabile come pop, ma non mainstream.
Da bravo sperimentatore, PG prova un po’ di cose, prima di mettere a fuoco la ricetta giusta, che potremmo riassumere in “world music + stop motion”. La world music introduce nel pop elementi di tradizioni culturali lontane da quella occidentale, specie in termini di ritmi e strumenti. Lo stop motion è la antica tecnica di animazione analogica che Peter recupera in molti suoi video, alternandola con i primi esperimenti di Computer Graphic.

E beh, diverso il risultato lo è davvero. Avendo sempre comprato pochi album, posso giudicarlo soprattutto attraverso Videomusic e MTV.

Il decennio si apre con il suo terzo album da solista (che come gli altri non ha nome, sempre per la ricerca di originalità a tutti i costi) che contiene “Games Without Frontiers” e “Biko” (resa poi celebre dai Simple Minds), ma è con il quarto del 1983 che PG imbrocca la prima hit da solista: “Shock the Monkey”.

Peter dovrà però attendere il quinto album per ritrovare definitivamente la fama. “So” arriva nel 1986: siamo in piena decade dorata, e in mezzo ai ventenni idoli delle teenager Duran Duran, Spandau Ballet, Europe e A-Ha un Peter Gabriel quasi quarantenne spara tutti i suoi colpi migliori: “Sledgehammer” e “Big Time”, più il lento Don’t Give Up con Kate Bush. Il video di “Sledgehammer”, forse la sua maggior hit, vince il premio per il miglior video dell’anno agli MTV Video Music Awards del 1987 (è firmato da Stephen R. Johnson firmerà anche Big Time).

Peter cerca di accreditarsi come una specie di Prince bianco: oltre al ricorso a strumenti inusuali, anche se alla fine poco più che decorativi (come il flauto andino di “Sledgehammer”) e agli arrangiamenti particolari, con frasi musicali minimali che ricordano un po’ la decostruzione musicale di Michael Nyman, nei suoi testi PG mette in mostra un ego che potremmo tranquillamente collocare tra Michel Jackson e Vittorio Sgarbi, oltre a continui e spesso boccacceschi riferimenti sessuali (“Sledgehammer” sta per “martello”), che si riflettono anche nei video.

Gli anni 80 sono intensissimi per Peter che realizza colonne sonore importanti (“Le ali della libertà”, “L’ultima tentazione di Cristo”) e scrive un altro album, “Us”, che uscirà nel 1992 ma che resta totalmente immerso – musica e video – nella stessa atmosfera dei precedenti. E infatti amo alla follia anche “Digging in the Dirt” e soprattutto “Steam”.
Lo sforzo della decade dorata probabilmente esaurisce Peter, che dopo “Us” e il relativo tour si ferma fino al 2000, quando tornerà con “Up” in cui ritrova la voglia di sperimentare. Peccato che nel frattempo siano arrivati Thom Yorke e i Radiohead, e lo sperimentalismo di Peter Gabriel faccia un po’ l’effetto “tutto qui?”

Non per questo bisogna però sottovalutare il suo impatto sulla musica degli anni 70 e soprattutto 80, nei quali il buon Peter rappresentava davvero qualcosa di (moderatamente) diverso.

Certo i Genesis hanno avuto più successo, ma Peter non è stato poi da meno: la sua musica non scontata, il contrasto tra la sua faccia rassicurante e i suoi video sgargianti, i riff irresistibili e spesso ballabili lo rendono insospettabilmente moderno. Tant’è vero che ora che mi sono rimesso ad ascoltarlo non riesco più a smettere. Aiutatemi!

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