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Prince, il genio e la profezia segreta

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Prince

Brutto anno per essere un genio, questo 2016. Se fossi un genio mi preoccuperei per me stesso, dopo la dipartita a pochi mesi di distanza di due tra i grandi sperimentatori della scena pop-rock degli anni tra il ’75 e il ’90, David Bowie e Prince.

Di Bowie non parlo nemmeno, avendolo io scoperto troppo tardi e troppo per caso (leggendo “Prima pagare e poi ricordare”, il più bel romanzo italiano degli anni ’90). Anche Prince era salito sulla cresta dell’onda un po’ troppo presto per incrociare il mio entusiasmo adolescenziale, e poi faceva musica troppo strana per i gusti di un normale ragazzino mainstream a cui capitava di ascoltare Madonna e Michael Jackson e gli U2, più o meno. L’unica vera chance che Prince ebbe con me fu quando Tim Burton (un altro genio: mi raccomando Tim, abbi cura di te fino al 31 dicembre…) lo chiamò a musicare il suo Batman, film che all’epoca fu un evento per tutti gli appassionati di fumetti come me.

Ma Prince la sprecò. Non so se ricordate la colonna sonora di quel Batman, composta da Danny Elfman e da Prince. Entrambi sperimentarono sonorità estranee a quelle strumentali, con risultati molto diversi: e direi che l’Uomo-Elfo fece senz’altro meglio del Folletto di Minneapolis, tanto è vero che per I Simpson di Groenig e Spider-Man di Sam Raimi chiamarono Elfman (ma a lui nessuno ha mai dato del genio, vai a capire perché).

A dire il vero, però, se sulla colonna sonora di Batman avevo grandi aspettative è proprio perché Prince mi aveva colpito negli anni precedenti con “Alphabet St.” (1988) e soprattutto “Sign o’ the Times” (1987). Ma quelli erano anche gli anni di MTV o meglio, da noi, di Videomusic col suo simbolino verdolino. Beh, lì Prince aveva fatto vedere più che qualche sprazzo di genio, soprattutto negli arrangiamenti visionari che sono rimasti il suo vero marchio di fabbrica. E anche i video non scherzavano. Sia Alphabet St. che Sign o’ the Times usano la grafica in un modo che all’epoca non si era ancora mai visto, con effetti vagamente psichedelici, ma che a me piacquero moltissimo. Soprattutto perché mi permettevano di cogliere qualche parola del testo, dal momento che allora ero più o meno digiuno di inglese e la circolazione dei testi all’epoca della carta era, come sapete, perlomeno problematica.

Oltre alla musica e al video, però, anche i testi erano piuttosto sperimentali. E così finii per venire colpito da un passaggio in particolare, in cui Prince dice “September my cousin tried reefer for the very first time, now he’s doing horse – it’s June”. Chiaro, no? No. Nemmeno dopo aver consultato il Garzanti Hazon (l’unica fonte nella mia disponibilità all’epoca). Nemmeno chiedendo agli amici e agli amici degli amici. E nemmeno nelle centurie di Nostradamus ce n’è traccia. Per me quella rimase, per oltre dieci anni, una specie di profezia segreta di Prince: Try reefer, do horse. Ma che cacchio voleva dire?

Per avere la soluzione dovetti aspettare di conoscere una ragazza canadese con una certa pratica di stupefacenti, che mi spiegò l’arcano: Reefer = spinello, horse = eroina. Ahhhh…. Ecco. Quindi Prince, anno 1987, entrava a gamba tesa nella polemica sul passaggio tra droghe leggere e droghe pesanti sostenendo che sì, l’uso delle prime può portare all’uso delle seconde. Lo avesse saputo il Parlamento italiano! Ma di gente che ascoltava Prince nel nostro Parlamento del 1989, magari capendo quello che diceva, dubito ce ne sia stata. Se qualcuno di loro sta leggendo questo post, comunque, ecco la traduzione completa: “A settembre mio cugino ha fumato per la prima volta uno spinello, ora si fa di ero – è giugno”.

Che ha fatto poi Prince? Beh anche lui Doing Horse, a quanto pare, o giù di lì – con le liete conseguenze che si sanno. Come molti di quelli che si sentono costretti a comportarsi da genio, ha inanellato una lunga serie di comportamenti bizzarri come cambiarsi il nome in “The Artist Formerly Known As Prince” (l’artista precedentemente noto come Prince), poi solo “The Artist” e infine un simbolo impronunciabile, nato dalla fusione dei simboli maschile e femminile e chiamato “The love Symbol”, ma che francamente ricordava più che l’amore, la tromba disegnata sui vecchi autobus postali. Anche Eminem, notoriamente impietoso con i colleghi, in “Without me” prende tutta la faccenda come un segno di declino e ne approfitta per auto-accreditarsi come prossimo genio musicale: “I’ve been dope, suspenseful with a pencil / ever since Prince turned himself into a symbol”.

Tornando a Sign O’ the Times, dentro c’è un altro riferimento che in un certo senso oggi mette i brividi. E’ proprio all’inizio, quando Prince canta “In France a skinny man died of a big disease with a little name“. Un uomo scheletrico morì di una grande malattia dal piccolo nome: con tutta evidenza l’AIDS (o l’HIV). E a quanto sembra, a finire scheletrico (pare pesasse meno di 40 kg) e stroncato dall’AIDS alla fine è stato proprio Prince. Certo Prince non aveva avuto quella che si dice una vita regolata, ma era di sicuro al corrente del pericolo: sembra che abbia contratto l’HIV venti anni fa, quindi una decina d’anni dopo aver scritto quel testo.  In ogni modo, salta fuori che veramente Sign O’ the Times conteneva una profezia che né io, né sicuramente Prince, potevamo immaginare all’epoca.

“They say a man ain’t happy truly – until a man truly dies”, sono le ultime parole di Sign O’ the Times. Un uomo non è davvero felice fin quando muore. Ti auguriamo allora di essere felice, Prince Roger Nelson.

Di sicuro ci mancherai.
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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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