La serie, ideata da Norman Lear, nacque dall’idea di rendere autonomi due personaggi di un altro telefilm, “All in the family” (in Italia “Arcibaldo”), interpretati proprio dalla coppia che sarà poi protagonista de “I Jefferson”.
In “All in the family” due famiglie, una bianca e una nera, sono vicine di casa.
Archie Bunker, burbero e scontroso, uomo bianco pieno di pregiudizi verso i neri e si ritrova come vicino George Jefferson, altrettanto burbero e scontroso, e tra i due il rapporto non è assolutamente facile.
Le rispettive mogli diventano invece subito amiche. George, nato nel Bronx da una famiglia povera, riesce a realizzare il sogno di una vita, fare soldi grazie all’attività delle sue lavanderie e così può trasferirsi nell’Upper East Side di Manhattan, al dodicesimo piano di un palazzo con tanto di portiere.
Nasce così la serie “I Jefferson” e le lavanderie diventano sette: “Sette negozi, uno vicino a te!”.
La serie assolutamente non politically correct ci mostra la coppia di successo “self-made” composta da George e Louise “Wheezy” Jefferson che arrivati alla soglia della mezza età, si godono i frutti di una ascesa iniziata come umili lavandai.
La coppia si intrattiene con i vicini formati da una coppia mista, tollerando il sarcasmo della governante di colore e con un figlio che avvia una relazione proprio con la figlia dei benestanti vicini.
George Jefferson è tutt’altro che simpatico, avaro e di indole truffaldina, mantiene un controllo morale solo grazie all’amorevole, ma severa coniuge.
George era un “amabile” razzista e politicamente scorretto che abusa verbalmente la coppia di “zebre” della porta accanto.
Per la prima volta protagonisti assoluti di una serie tv sono personaggi “black”, e per la prima volta le discriminazioni sono capovolte.
Qualcosa che si poteva solo vedere nella televisione degli anni Settanta, diciamolo. Per George Jefferson, una coppia mista era inspiegabile e, pur non azzardandosi a far valere la sua patria potestà, certamente avrebbe preferito vedere il figlio fidanzarsi ad una “purosangue”.
Assolutamente azzeccata la figura della cameriera di colore Florence, assunta chiaramente perché costava meno di una governante bianca e con la quale George sarebbe stato un padrone esigente, insopportabile e tirchio. Peccato che Florence non le mandasse a dire, anzi.
Una battuta di Florence segna l’inizio di una serie che sarà di grandissimo successo. Florence, parlando con Louise ed Ellen, chiederà loro: “ma lei abita in questo appartamento? E anche lei? Ma allora…abbiamo vinto e nessuno me lo ha detto!”. La battuta sarà successivamente doppiata con “se andiamo avanti così, presto avremo un Presidente nero!”. Quando un telefilm predice il futuro.
I Jefferson, a differenza di serie venute successivamente non lancerà messaggi di tolleranza e di confronto, né accompagnerà mai nessuno a scoprire la meraviglia insita nella diversità, ma ci riuscirà comunque usando una sottile ironia.
George in realtà era un buono, capace di grandi gesti quando meno ce lo si aspettava. Come in una puntata, nella quale scopriamo che ogni giovedì sera George, di nascosto, si reca nella lavanderia del Bronx per consegnare la biancheria a una anziana signora, un tempo ricca e poi ridotta in povertà, che gli fece guadagnare il primo dollaro, che, appeso in un quadretto, diventa la voce narrante della puntata.
Tanti gli episodi dove emerge la bontà della premiata ditta Jefferson.
Louise ed Ellen lavorano per un centro sociale che aiuta i bisognosi, George si improvviserà Babbo Natale per i bambini senza famiglia, in un altro episodio aiuterà a partorire una ragazza che voleva accoltellarlo e in un altro sarà leader dei piccoli imprenditori, anche se scoprirà successivamente che per piccoli si intendeva di statura, ma lo accetterà e ne sarà fiero.
Nella serie non mancano riferimenti politici, con le feroci battute su Ronald Reagan, la radicalizzazione del Ku Klux Klan e del suprematismo bianco e temi divenuti attuali in seguito, come l’identità sessuale.
“I Jefferson” è una serie rivoluzionaria e ancora attuale, che ha precorso i tempi in un’epoca non ancora globalizzata e che, resta un punto di riferimento per la salvaguardia dei valori: la famiglia allargata, la solidarietà, l’attenzione ai poveri, il rispetto del lavoro in tutte le sue manifestazioni, il multiculturalismo e l’orgoglio, che non è un orgoglio di razza, ma sociale: tutti possono farcela.
E se non vi bastasse, ascoltate oggi la canzone della sigla originale, usata anche nella versione italiana, “Movin’ On Up”, cantata da Janet Du’Bois, difficile stare fermi e non amarla.
“I Jefferson” sembrano girati oggi, non perché nulla sia cambiato, ma perché i temi trattati sono quelli più importanti e perché negli episodi permane una visione positiva dell’umanità, purché sia quell’umanità che non si perda dietro al potere e al profitto e conservi, insieme alla testa, un grande cuore.
I Jefferson hanno attuato una vera e propria rivoluzione, anche se televisiva.
