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Blade Runner 2049: 30 anni… e non sentirli

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Blade Runner 2049

Non passa settimana che non si debba recensire qualche omaggio, diretto o indiretto, agli anni 80; e così mentre Cattivissimo Me 3 ancora campeggia nelle ultime sale ecco arrivare, preceduto da un battage fulmineo per gli standard Sony, il comunque molto atteso Blade Runner 2049.

Le premesse sono buone: Ridley Scott rimasto come produttore, Harrison Ford coinvolto nella lavorazione fino al punto di scegliere il suo “successore” (Ryan Gosling), un regista stimato come Dennis Villeneuve e un titano della fotografia come Roger Deakins chiamato a ricreare l’atmosfera del film originale.

Già, perché Blade Runner, piaccia o non piaccia, è il film che ha plasmato l’immaginario collettivo sul futuro per un decennio, chiudendo il ciclo delle grandi epopee spaziali alla Odissea nello Spazio e resistendo come modello più o meno fino all’arrivo di The Matrix. Riportarlo sugli schermi non è quindi una operazione banale, anche perché Scott si era potuto basare sulla storia concepita da un genio come Philip K. Dick – pur distaccando sensibilmente la sceneggiatura rispetto al romanzo – mentre Villeneuve parte dove quella storia (e con lei il romanzo) era finita.

Volendo evitare spoiler mi limito al minimo indispensabile.
Rispetto agli eventi di Blade Runner (ambientato nel 2019) sono passati 30 anni, ma gli elementi di base restano gli stessi: un mondo con giganteschi problemi ambientali, fortemente diviso tra benestanti e miserabili, una crescente presenza di androidi, perfettamente integrati con gli uomini e un cacciatore di androidi della vecchia serie, i Nexus 8s, meno controllabili e quindi potenzialmente ribelli. Ci sono ancora un’unica corporation in grado di creare androidi e un “creatore” unico di questi androidi, Neander Wallace (interpretato da Jared Leto). Già da questi elementi, non ci vuole molto a capire che regista e cast partono con il freno a mano tirato alla fantasia.

Nei 35 anni trascorsi da Blade Runner, molte delle sue visioni si sono avverate (l’aspetto delle megalopoli, la fusione tra la cultura occidentale e quella asiatica, l’avvicinarsi del momento in cui avremo a che fare con forme di vita artificiale), molte altre sono successe (l’avvento di internet e degli smartphone) e altre ancora si sono capite; ma di tutto questo nel film non c’è traccia, e alla velocità a cui si muovono la cultura e la tecnologia contemporanee, questa è una lacuna grave. L’unico elemento di modernità rispetto all’originale è la presenza dell’intelligenza artificiale, peraltro in una inverosimile forma di “puro spirito” a cui viene attribuita la capacità di provare emozioni, ma senza spiegare come questo sia possibile, né tanto meno il suo rapporto con i replicanti (perché un replicante può legalmente possedere un’AI e non viceversa?).

Un’introduzione quindi forzosa, il cui unico punto di interesse viene dalla bellezza strepitosa di Ana de Armas.

Quanto alla storia, come dicevamo Villeneuve e gli sceneggiatori partono da dove Blade Runner si era chiuso: Deckard e Rachel in viaggio verso un futuro pieno di punti interrogativi. Una luna di miele durata ben poco, con la famigliola presto separata dagli eventi – ma non prima dell’accadimento di un “miracolo” che costituisce l’evento centrale del film, e che attinge in modo fin troppo evidente alla cultura cristiana rilanciata da Trump. La trama è ricca di colpi di scena, ma nel complesso difficile da seguire e piena di passaggi criticabili.

Nemmeno la (ennesima, dopo Star Wars VII) ricomparsa in scena di un Harrison Ford invecchiato aggiunge veramente sale alla vicenda, che si trascina tra pioggia, spazi vuoti e forme ciclopiche ricostruite in CG – tant’è che le riprese sono durate appena due mesi – sfiorando tutti i temi dell’originale ma senza aggiungere veramente nulla.
L’ambiguità dell’identità e dei ricordi tanto cara a Dick non raggiunge mai la profondità toccata nel film del 1982, lasciando il sospetto che gli sceneggiatori non ci abbiano riflettuto abbastanza (se gli androidi si comportano esattamente come uomini, perché dovrebbe essere un problema riconoscerli? Perché è loro vietato provare emozioni, quando per tutto il film è evidente che le provano? È davvero possibile concepire una forma di intelligenza artificiale priva di emozioni?).

Lo stesso avviene per quanto riguarda il problema della distinzione tra bene e male. Villeneuve torna anzi a dipingere un semplicistico quadro in bianco e nero, diviso tra supercattivi e superbuoni, senza un istante di indecisione per tutte le due ore e quarantatré minuti della pellicola. Una sola puntata di Westworld vale più di tutta la sceneggiatura di Blade Runner 2049, a conferma che la TV è sempre più spesso in vantaggio sul cinema.

Certo, Blade Runner 2019 si lascia vedere anche solo come esperienza visiva, avendo una fotografia esagerata. Ma quale film oggi non ha una fotografia esagerata? Anche Mad Max Fury Road, tanto per citare un altro esempio, si regge sulla fotografia, senza avere un quinto delle idee – e della capacità di trasmetterle – dei suoi predecessori. Il fatto è che, tranne che in rare eccezioni, trovare chi realizzi belle immagini è più facile che trovare chi sappia raccontare bene una storia.

È anche per questo che è così comodo per gli autori rifugiarsi negli anni 80, quando chi scriveva una storia di solito aveva qualcosa da dire.

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