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Il giorno che calai il Jolly

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Jolly

“La sua vita fin lì, che entrava tutta dentro un jollinvicta.”
È come il grande Enrico Brizzi riassume l’adolescenza di Alex, il protagonista di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, uno dei più bei romanzi sugli anni Ottanta (pur essendo ambientato nel 1992).

Anche la mia vita fin lì, diciamo i 16-17 anni, entrava tutta dentro un jollinvicta.
Solo che non ci avevo mai pensato. La vita di tutti, probabilmente, entrava tutta dentro un jollinvicta: i libri di scuola in inverno, le ciabatte e il telo da piscina in estate, o le racchette, o il pallone; qualcuno il cagnolino e via in bici, con la testa tutta ricci che spuntava dietro. Il Jolly era davvero un jolly: ci facevi tutto. In tinta unita o decorato, pro (con le fibbie più grandi e abbinamenti cromatici più azzardati), 4 (più grande) o top (più o meno uguale agli altri, ma negli anni Ottanta per un’azienda avere una versione “top” era indispensabile). Tinta unita o a contrasto, nuovo o ereditato da qualche fratello, ma sempre fondamentalmente lo stesso: squadrato, una sola grande tasca chiusa da tirante e coperta da un risvolto con un piccolo scomparto (il tirante della zip era un piccolo logo Invicta, una sciccheria), più un’altra tasca anteriore a sbalzo. Schienale imbottito un po’ così, due spallacci, una maniglia centrale. Finito. Incocciata la moda giusta, di Jolly ne vendettero milioni di pezzi. Se non avevi il Jolly, eri il due di picche. Nel mazzo di quegli anni non c’erano altre carte.

E dire che era nato come borsa da montagna, fatta da un’azienda orientata alla montagna, la Invicta di Leinì, vicino Torino. Era nato per i ragazzi torinesi sportivi che andavano a sciare d’inverno e ad arrampicare d’estate: una variante giovanile delle borse per l’esercito che l’Invicta aveva prodotto già negli anni della guerra. Invicta era il nome di un’azienda inglese che il piccolo laboratorio di Leinì aveva acquisito nel 1921 (sì, cent’anni fa poteva succedere che un’azienda italiana ne acquisisse una inglese). Ma nonostante i brevetti, le spedizioni nell’Hindu Kush, la promozione affidata ad atleti mitici come Alberto Tomba e Debora Compagnoni, gli zaini Invicta restano un prodotto di nicchia fino a quando non esplode il successo dello “zaino scuola”, un simbolo di modernità che spazza letteralmente via la classica e ormai antiquata cartella; anche perché negli stessi anni esplode il numero e il peso dei libri da portare in classe.

Certo, col senno di poi l’ergonomia lasciava a desiderare: spesso vedevo spallacci laschi e zaini pericolanti come i pantaloni di certi rapper, ma lì era anche colpa della trasandatezza tipica di noi ragazzi. Ma il plus di quell’attrezzo, oltre ai colori sgargianti, era appunto di essere nato spartano, da montagna, e poi diventato figo suo malgrado. Un po’ come le Timberland. Il Jolly faceva vanto dei suoi tessuti rinforzati, delle fibbie tecniche; poi l’imbottitura era quel che era e il fondo spesso cedeva, ma va anche detto che noi studenti degli anni 80, perlomeno alle superiori, eravamo veramente dei piccoli sherpa. Per cui del jollnvicta tutto si poteva dire, tranne che non fosse robusto.

Fortunatamente, essendo i miei genitori fanatici delle cose robuste e durature, dopo una insistenza di soli dodici mesi ottenni anche io, all’inizio della seconda superiore, un Jolly: un Pro4 azzurro, con inserti rosa e violetto a contrasto (lo so, lo so: ma all’epoca era virile). La settimana dopo lo inaugurai con il primo trasporto speciale: l’espansione Leovince per rendere più potente, veloce e tamarro il mio Unimoto Carrera LX: ricordo il cilindro alluminio brunito dell’espansione che spuntava minacciosamente dal Jolly. Altro che cagnolino.

Il Pro costava settantamilalire, come un set di creme di Wanna Marchi; ma il ragionamento con cui avevo convinto i miei era settantamila lire : 4 anni di scuola = 17.500 lire all’anno: insomma, poteva andare. E poi in quel 1988 ormai non esisteva altro zaino all’infuori del Jolly. Che era davvero il sistema più pratico per portare i libri a scuola, specie per i pellegrini come me che ci andavano in pullman. Dentro lo zaino avevo trovato un catalogo, e in piena libido adolescenzial-80enne mi convinsi di volere tutto: i giubbotti, i guanti, le scarpe. Invicta mi sembrava il massimo del massimo.

Quell’inverno ottenni un paio di guanti azzurri, poi però i miei genitori, saggiamente, smisero di darmi retta. Dico saggiamente anche perché i guanti non si rivelarono esattamente il massimo. Pur essendo l’altro prodotto di punta dell’azienda, con i miei non riuscii nemmeno a finire l’inverno prima che l’acqua gelata trovasse il modo di venire a visitare le mie mani intente a produrre palle di neve. E questo spiega forse perché Invicta non ha saputo cavalcare il successo del Jolly: dopo averne venduti oltre 10 milioni di pezzi, già alla fine degli anni 90 si è trovata in cattive acque e ne 2006 è stata ceduta alla Seven, sempre di Torino: un po’ come se il il Toro comprasse la Juve, o l’Inter comprasse il Milan: un risultato non proprio lusinghiero.

Per non pestarsi i piedi da sola, la Seven ha pensato bene di rimettersi a fare il Jolly uguale, oggi come allora. Come natura crea, Seven conserva. Sì, lo so che sempre a Torino la Fiat faceva la Tipo allora e la fa ora… ma sono due macchine completamente diverse. Il Jolly invece è rimasto fermo mentre il mondo andava avanti, persino nel settore non particolarmente tecnologico degli zaini. Dopo ci sono stati Eastpak, North Face, Ogio; e il Jolly è rimasto lì, ormai perfettamente vintage. Oggi i ragazzi vanno a scuola con l’iPad, e se ci sono molti libri usano il trolley. Chissà che zaino mi chiederà mio figlio. Ma dubito che ci starà dentro una marmitta da motorino.

E sono sicuro che non ci entrerà mai tutta la sua vita fin lì.

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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

1 COMMENTO

  1. Pur avendo vissuto gli anni 80 solo di striscio, ricordo che ancora fino a metà anni 90 i Jolly proliferavano fuori dalle scuole. Nonostante cio, personalmente l’ho sempre odiato! 😀 (soprattutto nelle versioni con abbinamenti “daltonici”…). Per come lo vedevo io, il Jolly era da una parte troppo “debole” strutturalmente per portare i libri di scuola, e dall’altra troppo “ingombrante” -sembra paradossale dirlo, ma per me era così- per portarsi dietro quelle due cose (un giubbino o uno spuntino) quando andavi a giocare con gli amici.

    Al tempo, fui tra i primi della mia scuola a indirizzarmi verso l’allora novità dei Seven -quasi preconizzando le future vicende societarie dei due marchi-, mentre per il tempo libero avevo quasi “usurato” il tessuto marinière del mio Invicta Minisac: questo sì (per me) ben più storico e iconico, e che trovo abbia retto ben più del Jolly la prova del tempo, almeno stilisticamente; e la cui eredità tra la nuova generazione -almeno in fatto di filosofia e praticità- è stata forse raccolta dalle moderne sacche gym prodotte da un po’ tutti i marchi.

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