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Le 7 auto per rischiare la vita negli anni 80

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Oggi il massimo per un diciottenne è prendersi un’Audi TDI: ma se negli anni 80 avevi un Diesel, o eri un tassista o eri un pellegrino della sfiga, di solito con una Mercedes ereditata da tuo padre che per qualche misterioso motivo non aveva comprato un’auto a benzina (magari perché aveva accesso alla misteriosa “nafta agricola” di cui si diceva che avesse un altro colore e un altro odore ma che costasse la metà).

E comunque eri considerato un po’ alieno, con la nuvoletta nera fissa allo scarico e il rumore di ferraglia come se le bielle stessero per uscir fuori dal cofano, mentre in accelerazione le auto a benzina ti passavano letteralmente sopra. Non era il massimo, diciamo.

E poi le Audi erano oggetti misteriosi che avevano vinto qualche Rally ma che avevano lo stesso fascino delle auto dell’Est come le Trabant e le Lada, più o meno. No: le auto che facevano sbavare erano altre. Auto difficili da domare, virili, sulle quali il comfort era una sottigliezza per finocchi e il cui possesso ti qualificava indubitabilmente come uomo. Auto senza inutili fronzoli come sedili adeguatamente imbottiti, climatizzatore (che di solito non trovava posto sotto il cofano, dove veniva montato il motore più grande che ci potesse fisicamente stare), servosterzo e ABS: roba che i piloti veri aborrivano.

In compenso queste auto, per quanto ritoccate qua e là e arricchite in termini di sospensioni e freni, avevano comportamenti dinamici e una tenuta nelle situazioni critiche che spesso lasciavano a desiderare: non solo con i parametri di oggi, ma anche con quelli di allora. Erano auto molto potenti, molto leggere, con motori bruschi e pneumatici che non facevano miracoli, specialmente sul bagnato. Auto, per dirla tutta, pericolosette: e da lì arrivava appunto il loro fascino, visto che il pericolo è una categoria intramontabile dell’animo maschile. Per questo le auto sportive “serie”, come la Lancia Delta Integrale o la Subaru Impreza, rappresentavano un sogno proibito (erano più potenti e soprattutto molto più costose), ma meno erotico, visto che erano meccanicamente più evolute e quindi reputate più facili da guidare. Mentre andare in giro con una belvetta da 130 CV ricavata da un’utilitaria nata per sopportarne 45, magari avendo la patente da due mesi (allora “neopatentato” era una conquista, non un insulto) assegnava una patente di macho probabilmente ineguagliabile, un po’ come gli stivali Durango e i cinturoni El Charro. Ecco, con i Durango potevi salire solo su una di queste sette macchine, che ordino secondo la mia classifica personale.

7. VW Golf GTi / GTi 16V

Golf Negli anni 80 la Golf si impone come l’auto più figa in assoluto, in particolare con la seconda serie. Peccato che, essendo tedesca, la serie fosse anche molto seria: spartana dentro e razionale nel progetto. La Volkswagen si rifiutò a lungo di cedere ai pruriti dei diciottenni disaffezionati alla propria salute, e mise in vendita due modelli non particolarmente potenti, non particolarmente cattivi e dalle prestazioni proporzionate al telaio: la GTi (la “i” stava per iniezione… meccanica: l’elettronica arrivò a fine decennio, nel 1987) con i suoi 112 CV faceva scena ma non faceva rizzare i capelli; la GTi 16V (136 CV) andava molto più forte ma costava un capitale, e in giro ce n’erano poche.
L’erede: VW Golf GTE. Il motore è solo 1.4, ma con il turbo, l’iniezione diretta, l’assistenza elettrica ibrida e il cambio DSG a doppia frizione vola restando sempre nel silenzio. Dovendo farsi perdonare la faccenda dei Diesel “ritoccati”, VW abbonda.

6. Suzuki Swift

Swift
La Suzuki, famosa per le moto, si affacciò in quegli anni sul mercato italiano con la sua gamma di vetture di piccola dimensione: piccole jeep e questa compatta venduta quasi solo nella versione sportiva, con un indimenticabile 1.000 cc da 100 CV. Leggera com’era, con quei cavalli e quell’erogazione un po’ da moto la Swift teneva fede al suo nome e volava davvero, specie in accelerazione; di telaio invece non era il massimo, Costava e consumava poco, il che me la rendeva ancora più simpatica. Ce n’erano in giro poche, ma si facevano notare.
L’erede: Suzuki Swift 1.6 16V Sport. Piuttosto tradizionale nell’impostazione, è ancora svelta ma in proporzione meno eclatante della progenitrice. E oggi se ti presenti con un benzina come quelli di una volta va a finire che ti preferiscono il Diesel…

5. Honda Civic Type-R

Honda Anche la Honda a quei tempi era un oggetto esotico, ma a Tokyo erano già convinti di aver la miglior tecnologia del mondo e volevano farlo vedere: la Type-R con il motore a fasatura variabile V-Tec era l’auto che più di tutte ricordava una moto: la prima versione aveva 131 CV, raggiunti ben oltre i 7.000 giri che il motore superava di slancio, sembrando non volersi fermare mai, peggio di un turbo. Dieci volte più sofisticata ed emozionante della Swift, ma anche ben più cara e ancora priva di un’immagine adeguata. Se ne vendettero pochissime, peccato.
L’erede: Honda Civic Type-R. Dopo aver tenuto alta la bandiera delle sportive aspirate, honda ha travasato la tecnologia V-Tec su tutti gli altri motori, regalando alla Type R un turbo, 310 CV (sempre a 7.000 giri) e un aspetto a dir poco “marziano”. Non si può dire che richiami gli anni 80, ma è una degna erede della progenitrice.

4. Renault Supercinque GT Turbo

renault-5-gt-turbo La Renault era stata pioniera del turbo, sia in Formula 1 che in produzione. La prima 5 Turbo, con due posti e il motore da 160 CV che occupava mezza macchina, era bella da impazzire e anche da guidare era davvero un oggetto sessuale; ma mostrava anche una preoccupante tendenza ad incendiarsi. Inoltre costava come un monolocale. La Supercinque GT Turbo era la versione “civile”, anche se pesando solo 800 kg aveva una tenuta di strada un po’ avventurosa: ma andava comunque forte (115 CV), soffiava in rilascio e faceva tutti i rumori delle Turbo che dominavano i Rally e le corse in pista e insomma aveva il suo fascino. Peccato che, come la Uno, partisse da una base con veramente poco appeal: meno della Supercinque c’era solo l’Ape.
L’erede: Renault Clio RS. Renault non ha mai smesso di fare compatte fuori dal coro: dopo la Clio Williams, celebre perché nel cofano non entrava il climatizzatore tanto era pieno di meccanica, alla Clio V6. L’attuale RS ha un 1.6 turbo (ovviamente) con 200 CV. Potenza sufficiente, come dicevano alla Rolls Royce.

3. Uno Turbo

FIAT-UNO-TURBO Va beh, siamo in Italia e all’epoca la Fiat aveva il 60% del mercato interno, forse anche di più. La Uno era l’auto nazional-popolare per eccellenza, e i più focosi figli del popolo meritavano una versione Turbo, che a Torino prontamente allestirono. Ebbe un buon successo, anche approfittando del fatto che i rivali dell’Alfa, in piena crisi di lucidità come una trota fuori dall’acqua da troppo tempo, sostituirono l’Alfasud con la Arna, di cui forse troverò le forze per parlare un’altra volta. Tornando alla Uno Turbo, i miei cugini inglesi ci vennero due o tre estati da Londra, per cui posso testimoniare sull’affidabilità; poi forte andava forte, anche se con la guida a destra non è che mi fidassi più di tanto.
L’erede: Abarth Grande Punto. Meno male che una dozzina di anni fa a Torino hanno deciso di rispolverare il marchio Abarth, diventato subito uno dei favoriti dai ragazzi con pruriti sportivi. Anche se l’arrivo della ben più fascinosa 500 l’ha spodestata, la Grande Punto con motore 1.4 turbo resta più che all’altezza dell’antenata. Anzi.

2. Ford Fiesta Turbo

ford_fiesta_rs_turbo Non dimentichiamolo: erano gli anni della Guerra Fredda. E gli anni di Rocky. Anni in cui a ogni affermazione bisognava rispondere con una contro-affermazione, e partiva l’escalation. Per cui la Ford, arrivata tardi, dovette alzare la voce e lo fece con la Fiesta Turbo, che sovrastava la versione “solo” a iniezione XR2i dall’alto dei suoi 133 CV. 133 CV! Con la Fiestina potevi sognare la Sierra Cosworth, un altro mito di quegli anni, ma il prezzo da pagare per quell’enormità era che il turbo era piuttosto spinto e l’erogazione decisamente brutale: se schiacciavi il pedale la Fiesta Turbo era difficile da controllare,
ma volava. Ci volarono anche un paio di miei amici, atterrando contro un paracarro: la prudenza non era il loro forte.
L’erede: Ford Fiesta ST. Ford è un’altra casa che non si è tirata indietro con le sportivette, soprattutto per il mercato inglese dove i diciottenni, pare, sono rimasti come negli anni 80 (non sbavano per le Audi TDI). La ST è già adeguata: motore 1.6 Turbo e 182 CV; si parlava di una RS da oltre 200 CV che sarebbe stata la vera erede della prima Turbo… ma all’ultimo il progetto è saltato. Non c’è proprio più l’incoscienza di una volta.

1. Peugeot 205 GTi

Peugeot 205 La 205 ha rilanciato la Peugeot, che senza di lei avrebbe fatto la fine della Talbot e della Matra (non le ricordate? Appunto). Con quella forma e quel caratterino da coccinella, era bella già in versione base, ma le GTi a iniezione con motore a due valvole erano sexy da paura. Per salire con le prestazioni, i francesi scelsero la terza via: niente turbo e niente 16 valvole, ma due bei motoroni di grossa cilindrata con tanta coppia: il 1.6 da 105 (poi 115) CV e soprattutto il 1.9 da 130 CV, più costoso e più raro ma che ti rendeva un vero gallo di Dio. In più la pubblicità in TV era spettacolare, con l’auto che faceva interminabili drift nel deserto e It’s a shame dei talk talk sullo sfondo. Sì ragazzi, per me la miglior belvetta degli anni 80 è stata lei.
L’erede: Peugeot 208 GTi. Dopo un mito come la 205 non è facile andare avanti. Peugeot l’ha fatto rinnovando la formula senza stravolgerla, e così la attuale 208 somiglia alla 207 che somigliava alla 206 che era quasi identica alla 205: totale, la 208 è la più simile, nelle forme oltre che nella sigla, alla sua progenitrice. Ancora 1.6 di cilindrata, ma turbo e iniezione diretta: la potenza è di 208 CV, praticamente il doppio della GTi 1.6 di trent’anni fa, consumando meno. I tempi cambiano…

E i tempi cambiano davvero: oggi la potenza non manca quasi mai, e soprattutto non va più di moda strombazzarla: per cui anche nei siti e nelle brochure si fa fatica a trovare informazioni relative a tecnica e prestazioni. Per l’ambiente sarà anche meglio, ma i ragazzi sono ragazzi:

se una cosa non fa rumore e non minaccia sfracelli, è difficile che li appassioni. E infatti…
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cavaz
Nato nel 1973, ha di conseguenza preso gli anni 80 in piena faccia, e non si è più riavuto. Ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l'ingegnere, il ricercatore, l'insegnante, il dipendente pubblico, il pugile, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

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