Paolo Ravelli
Paolo Ravelli
"Avevamo tutti quell´etá in cui non hai ancora deciso de mettere su famiglia o perderti per il mondo." Mediterraneo. Film datato 1991, in realtá ultimo film di Salvadores degli anni 80. Dopo aver vissuto gli '80 da teenager, é arrivata la scelta di: perdermi per il mondo! Prima la Germania, poi 15 anni di Asia (passati tra Shanghai, Tokyo e Singapore) e da qualche anno il Messico. Passioni? Il Design, la fotografia, i viaggi , la musica. E la buona cucina.

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POKER CON IL (33 GIRI) MORTO!

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Di Paolo Ravelli / Nicola Coropulis

Paolo: “Allora siamo intesi, Nicola: chi ha la carta più alta sceglie dove sedersi, dà le carte e gli altri a scalare da sinistra ! “

Nicola: “… Regalo di Natale, Pupi Avati, 1986! …Certo che, se iniziamo con le citazioni, Paolo, la partita la finiamo domattina. Volevo solo fare una un paio di mani a poker.. o briscola, che è il poker italiano! E poi ti ricordo che siamo seduti solo in due a questo tavolo verde di inizio anno“.

P: “lo so… ma era per caricare di pathos la cosa! Non sono un gran giocatore ma la storia del cinema, della letteratura, della musica é talmente piena di partite a carte che non è facile evitare che affiorino ricordi e citazioni in ordine sparso!!“ Ho però una domanda: la posta in gioco?“

N:“la più importante di tutte, Paolo: la vittoria morale!“.

P: “le regole, le solite? Buio obbligatorio, il rilancio libero e immediato. E 17 minuti di tempo per andare a vedere!“

N: “riconosco che Regalo di Natale è stato un gran film. Ma basta camei a Pupi Avati! Concentriamoci sulla nostra di partita!”

P: “hai ragione, Nicola! Dobbiamo rimanere sul pezzo!! In fondo stiamo giocando la prima partita di poker …con il morto: il 33 giri!“.

N: “5 LP ciascuno. Scelti a nostro insindacabile arbitrio! 5 vinili, che tu mi definisci morti, anche se io preferisco aggiungere….´ma non troppo´ “.

P: “come fossero le 5 carte del poker. Con rilancio immediato ed obbligatorio. “

N: “premesso che per poter essere considerata ammissibile, l´album deve essere stato prodotto e lanciato sul mercato tra il 1 gennaio 1980 ed il 31 dicembre 1989, il valore delle carte sará definito secondo tre parametri semplici semplici: le tracce contenute nel disco, la storia dell´LP prescelto e per finire: la cover. Ovvero lato estetico della copertina“

P: “eh si! La cover, che sia una fotografia, un disegno o un fotomontaggio formava parte integrante della bellezza e della riuscita di un 33 giri.“
Direi che resta solo da stabilire, Nicola. Ovvero chi getta sul tavolo verde del nostro poker con il (33 giri) morto la prima carta“

N: “volevi dire, il primo LP, Paolo“.

P: “scusami, ma non reggo l’emozione! Sto friggendo! Devo assolutamente calare la prima delle 5 carte che ho in mano!”

N: “ti confesso di essere curioso di ‘vedere’ la tua prima carta!“

P: “la prima carta è Closer dei Joy Division. Album del 1980….

pietra miliare del fenomeno dark post-punk degli anni 80. Apripista di una generazione di artisti che hanno preferito l’introspezione all´edonismo superficiale degli ottanta.
Una taccia su tutte dell’album closer è stata love will tear us apart :
“madre ci ho provato… ti prego credimi..
Faccio il meglio che posso. Mi vergogno di quello che ho fatto.
Mi vergogno della persona che sono..“
Reso ancora più cupo dalla tragica scomparsa del cantante e leader della ban: Ian Curtis. Morto suicida, impiccandosi nella sua casa di Macclesfield a soli 24 anni.
Dal punto di vista estetico la cover ha a che fare con l´Italia! La foto è stata scattata nel cimitero Monumentale di Staglieno di Genova. Ed è la tomba della famiglia Appiani! “

N: “Tocca me, ora, e, visto che la copertina di Closer ci ha portato in Italia, in Italia rimango, con La voce del padrone del 1981. Si tratta di un capolavoro assoluto, che ha consacrato Franco Battiato presso il grande pubblico, trasformandolo da musicista sperimentale apprezzato e venerato in una ristretta nicchia di musicofili, in vera e propria icona pop di massa, senza che questa mutazione comportasse la benché minima rinuncia alle sperimentazioni, agli arrangiamenti raffinati e ai testi criptici ed inconsueti che avevano contraddistinto la precedente produzione dell’artista siciliano.

Sono solo 31minuti, ma di musica sublime distribuita su 7 brani che hanno fatto la storia della canzone e del costume italiano da Cuccuruccucu Paloma, colonna sonora degli Azzurri nella epica cavalcata del Mundial 1982, a Centro di Gravità Permanente, con i suoi personaggi indimenticabili “i furbi contrabbandieri macedoni”, “i gesuiti euclidei”, “la vecchia bretone”, dalle fughe progressive de Gli Uccelli all’accorata invettiva di Bandiera Bianca che con 40 anni di anticipo vedeva il degrado a cui sarebbe approdata l’Italia di oggi

“Quante squallide figure
che attraversano il paese
come è misera la vita negli abusi di potere”.

Testi arditi, in cui il gusto per il pastiche e la citazione colta dei maestri del rock (Dylan, Beatles, Rolling Stones, fra gli altri) non è mai fine a sé stesso, musiche che abbracciano i generi più svariati spaziando in libertà con il supporto di arrangiamenti complessi, in cui la strumentazione elettronica si sposa perfettamente con cori da opera e richiami classici. La copertina blu in cui campeggia la foto del Maestro in bianco e nero seduto in un palmeto e screziata da sbaffi di colore è anch’essa un’icona della grafica dei primi anni 80. Faite votre jeu, Messieur Paolo.”

P: “dopo questa prima mano, mi sento come se mi fosse passato sopra un tir. Ma non dovevamo iniziare soft??.. E sia! Accetto la sfida!
´Ci siamo forse arresi quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbor?´

N: “John Belushi in Animal House. Anche se geniale, è un film anni 70. Quindi la citazione è andata fuori tempio massimo!!“

P: “anni 70 o no, mi obblighi ad usare l’artiglieria pesante. O per meglio dire: hai voluto la guerra? Che guerra sia!!

Guerra! War!l terzo album degli U2. Studio album datato 1983.

I ragazzi di Dublino utilizzano il linguaggio che meglio conoscono, quello della musica, per gridare la rabbia il dolore ed urlare contro le atrocitá della guerra. Dopo Boy ed October, gli U2 parlano, nel loro terzo Lp, della fine della innocenza. I primi album avevano esplorato il momento di passaggio tra l´infanzia e l´adolescenza (Boy del 1980 e October disco dell´81) mentre ora il linguaggio di Bono, Edge, Adam e Larry assume toni e colori politici. Parlano dell´ingiustizia che vive il loro popolo; l´Irlanda. Raccontano della assurditá del sangue versato lungo le strade di Derry in quella ´maledetta domenica´. Ma anche della ribellione del popolo polacco, di Solidarnosc (celebrato con i colori bianco e rosso dipinti sulla cover del disco).
Musicalmente, i Quattro di Dublino stanno abbandondo la ribellione (quasi adoscenziale) del movimento post punk dei loro esordi, per raggiungere con War un livello di maturitá artistica esplosiva.
Passando dalla esplosivitá di Sunday Bloody Sunday, prima traccia del disco

I can’t believe the news today, I can’t close my eyes and make it go away.

Per terminare con l´ultima, ´40´che invece, é una preghiera Anzi, un salmo. Il salmo 40, che celebra l´anima profondamente religiosa cattolica irlandese del gruppo.
E come dici tu: Fait votre joeux. Nicola… anzi… come direbbe Bono Vox ´make your move, Nick`!! “

N: “La tua mossa, prevedibile in un certo senso, mi obbliga a rispondere a tono. À la guerre, comme à la guerre, sarebbe il caso di dire, amico mio. Anche il mio album, a dispetto del titolo che vorrebbe evocare tutt’altro, parla di una guerra, non una “convenzionale”, ma quella fratricida fra Sting, Stewart Copeland e Andy Summers, i 3 componenti dei Police.

È Synchronicity, del 1983, il loro ultimo lavoro, un’opera meravigliosa, senz’altro la migliore della loro produzione, sebbene realizzata da musicisti ormai arrivati ad un punto tale di contrasto personale e professionale, che non riuscivano più neanche a trovare il modo di parlare fra di loro, quasi come i Beatles di Abbey Road (per inciso, altro capolavoro).

L’album si ispira nel titolo (e non solo) al concetto della sincronicità caro al maestro della psicanalisi Carl Gustav Jung che sosteneva che la sincronicità fosse la coincidenza significativa tra eventi che non sono legati da un rapporto di causa-effetto, ma che assumono senso perché accadono insieme. E così la copertina che ritrae i tre artisti individualmente con immagini di ognuno poste su tre fasce orizzontali, ciascuna dominata da un colore primario (giallo, rosso, blu), è la rappresentazione visiva di questo concetto: eventi apparentemente scollegati che trovano senso solo se osservati insieme.

Dal punto di vista musicale, l’album rappresenta l’evoluzione ultima del suono dei Police, già iniziata con il precedente lavoro Ghost in the Machine, in cui le sonorità reggae rock degli inizi imperniate sul trinomio chitarra, basso, batteria si erano via via raffreddate e rese più rotonde e complesse grazie all’uso della strumentazione elettronica. Nelle 10 tracce di Synchronicity l’uso dei sintetizzatori diventa massiccio, anche nel filtrare i suoni di chitarra e batteria. Sting compone ben 8 brani, lasciando ai colleghi una composizione a testa (l’allucinata e straniante Mother per il chitarrista Summers e la delicatamente ironica Miss Gradenko per Copeland, unico retaggio delle sonorità dei primi Police).
A causa della tensione fra i membri del gruppo, tutte le tracce furono registrate individualmente dai singoli musicisti in sessioni separate e poi assemblate in un raffinato lavoro di mixaggio dei contributi individuali. Il lato A che si apre e si chiude simmetricamente con Synchronicity I e II, non fa nessuna concessione all’easy listening e alle esigenze di “mercato”: i brani sono articolati, profumano di sonorità africane in alcuni casi con venature free jazz, le strutture ritmiche complesse e ricercate, come a voler sfidare l’ascoltatore distratto e occasionale. Al contrario, il lato B è una sorta di Best of degli ultimi Police trainato da singoli potentissimi come Every Breath You Take, canzone sull’ossessione e sul controllo, scambiata all’epoca per una canzone d’amore (Every breath you take and every move you make
Every bond you break, every step you take, I’ll be watching you), o Wrapped Around Your Finger, suadente elettro-reggae dalla melodia avvolgente o Tea in the Sahara, ispirato all’omonimo romanzo di Paul Bowles, tributo finale alle sonorità e alle atmosfere nordafricane, che chiude degnamente un album epocale e la breve ma intensa storia dei Police.
Come risponderai ora, Paolo?”

P: “Ti confesso, caro Nicola, mi hai costretto a rivedere il mio piano di attacco (…per non uscire dal recinto della metafora ´belligerante´).
Credevo avresti rilanciato alle sonoritá rock degli U2 con una altra ´carta rock´. Magari pesante.
Invece mi trovo a dover rispondere ad una carta sorprendente, con una cover segnata da pennellate di colore acido. Sembrano colpi di evidenziatore!
Giallo, blu e il rosso.
Hey ma … aspetta un momento: ho detto blu e rosso? E se li mescolassimo? Se mescolassimo i colpi di pennello blu ed il rosso della copertina, Nicola, che colore si otterrebbe?

N: “Il viola“

P: Eh, si. il viola…

Sento che la partita sta prendendo una direzione… ´strana ´.

Rispondo perciò al tuo gioco, con una carta che esce dal solco che stavamo tracciando, per entrare in un terreno piú esplorativo ed eclettico. Si tratta dell’opera maestra di un genio nato a Minneapolis. Un folletto nel cui lavoro, come ebbe a scrivere Rolling Stone, si sente l’anima stessa di Jimi Hendrix. Un artista che all´anagrafe del Minnesota faceva Roger Nelson, ma che è passato alla storia della musica con il il nome d’arte di Prince.
Originale e maturo. Il Prince di Purple Rain, album del 1984, esplora stili diversi e li metabolizza. Cammina lungo le strade del R&B ma lo fa abbracciando una chitarra elettrica; dando origine a suoni che per l´epoca erano rivoluzionari. Non a caso il lavoro fu firmato Prince & the Revolution.

Lo stile del 33 è quasi indecifrabile; le 9 tracce di Purple Rain mescolano Rock, Pop e Funk-pop, e note psichedeliche. I testi parlano di una crisi generazionale (When Doves Cry, una perla funk, synt pop), di fede e di spiritualitá. Del caos dentro e fuori le persone… e naturalmente del piú eterno dei sentimenti umani: l ´amore.
Cantato sia con le sfumature di affetti famigliari tossici (gli abusi domestici denunciati in When Doves Cry) che naturalmente raccontato attraverso le note struggenti ed il testo straziante di Purple Rain.
Gocce di una pioggia viola, apocalittica e purificante. Che, dopo un cammino di dolore, regala quello che solo l´amore puó offrire: la spertanza.

Honey, I know, I know, I know times are changin’
It’s time we all reach out for something new,
that means you too
You say you want a leader,
but you can’t seem to make up your mind
And I think you better close it and let me guide you to the purple rain

La cover é l´immagine, la fotografia stessa delle sonoritá e della esplorazione eclettica di Prince. La motocicletta viola, l´abito (viola), la strada bagnata che riflette colori acidi e florescenti, il fumo … fanno si che l´immagine sembra uscire direttamente da Blade Runner di Ridley Scott (la cui premiere, tra l´altro, fu in Messico… NdA!) del 1982.

A questo punto, siamo a metá partita, Nicola. E sono davvero curioso di vedere con quale carta risponderai al Principe del Funk…“

N: “Il confronto si sta facendo sempre più aspro e serrato, amico mio. Tu mi fai scendere in campo il Principe del funk, io non posso che rispondere con altrettanto quarti di nobiltà e devo chiamare in causa, i re del glam-pop, i Roxy Music con Avalon del 1982, opera conclusiva di una luminosa carriera iniziata dieci anni prima che ha avuto, fra i tanti, anche il merito di lanciare nel panorama del rock il genio di Brian Eno.
Il titolo dell’album rimanda al mito arturiano Avalon era l’isola mitica in cui Artù cerca rifugio per guarire dalle gravi ferite subite, ma anche simbolicamente un ponte fra il mondo terreno e quello dell’aldilà.

L’evocativa copertina, realizzata da Philip Saville, riprende questa suggestione, mettendo in primo piano un guerriero medievale che con il suo falco stende lo sguardo oltre le nubi su un paesaggio (o passaggio?) lacustre o marino, mentre all’orizzonte brillano le luci dell’alba (o forse del tramonto, come la storia della band giunta al suo ultimo capitolo).

I Roxy Music del 1982 sono ormai il gruppo del debordante ed incontrastato leader, Bryan Ferry, crooner dalla voce vellutata con movenze da dandy, che, infatti, di lì a poco marchierà gli anni 80 con Boys and Girls, il suo miglior album solista. Eppure, il contributo strumentale del chitarrista Phil Manzanera e, ancor di più, del sassofonista Andy McKay è fondamentale per definire il suono languido ed etereo dell’album. Due singoli fulminanti More than this e la title track Avalon trainano le vendite dell’opera che sarà per diversi mesi in testa alle classifiche di vendita in UK ed Europa.

Ma anche il resto del lavoro è di fattura pregevole dal pop maturo di Take a chance with me o To turn you on al funk controllato di The Main Thing alle atmosfere eteree dei due brevi strumentali chiaramente ispirati dalla lezione di Brian Eno, India e il conclusivo Tara. I suoni, pur segnati da potenti linee di basso e dalle percussioni elettroniche, sono sempre soffusi, con i fiati di McKay e la chitarra liquida di Manzanera che aggiungono sfumature intense e oignali.

Un suono raffinatissimo sempre omogeneo, quasi da concept album a consegnare i Roxy Music alla storia della musica rock. Che dire di più?

More than this
You know there’s nothing
More than this
Tell me one thing
More than this
No, there’s nothing

Sono curioso di vedere cosa opporrai, Paolo, a questo capolavoro”

P: “Per risponderti e soddisfare la tua curiositá metto nello stesso frullatore Newton e John Belushi. E sentezio che: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria! Principio fisico che, tradotto, fa piú o meno cosí: …quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare!!

Quindi ti anticipo che per rispondere alla tua carta, mi vedo costretto ad usare ´le maniere forti´!
Senza peró cadere nella trappola nella quale stavo cadendo. Alle suggestioni sofisticate, un pó snob e very british di Brian Ferry, britanniche, infatti, rispondo con una scarica di adrenalina pura. 12 candelotti di dinamite a stelle e strisce.

46 minuti di musica talmente intensa, da lasciare ubriachi da tanta bellezza. Come fosse una delle stanze del Louvre… anzi.. degli Uffizi, dove appesi, uno a fianco dell´altro, sono stati esposti 12 capolavori assoluti.
Inizio peró parlando dalla copertina del disco.

Copertina tra le piú iconiche di sempre.
La foto, scattata da Lennie Leibovitz, la stessa della famosa polaroid di John Lennon e Yoko Ono, e degli scatti a Keith Haring, Baryshnikov e mille altre icone della cultura pop contemporanea.
Una t-shirt, un jean un berretto da baseball in tasca (il corrispettivo delle nostre scarpe appese al chiodo…) ed una bandiera a stelle e strisce…senza stelle!!
Perché il Boss, il ragazzo venuto dal New Jersey, parla di una america senza il sogno americano. Cioè… senza stelle.
Quella che sembra la celebrazione del mito americano, ne è, in realtá, una critica feroce. Fredda. Lucida e disillusa. La stessa disillusione dei ragazzi che erano stati mandati a fare la guerra in Vietnam, per poi essere dimenticati. Quasi nascosti da quella stessa America che, nel 1984, data di uscita del disco, era in piena orgia celebrativa dell´edonismo reaganiano.
Era l´america degli Yuppies. Ed il boss, andando controcorrente, si scopre figlio della generazione di cantanti che nasce con Woody Guthrie, passa per la voce e gli accordi di Dylan.
Parlare di Born in The USA, paradossalmente, é difficilissimo. Tante, tantissime le storie e gli aneddoti che avvolgono il mito del disco di Sprengsteen. Il piú venduto di sempre: oltre 30 milioni di copie.
Dal punto di vista delle sonoritá, il disco una evoluzione del Boss. Che dalle struggenti accordi di The River (1980) e Nebraska (1982) con Born in the USA (84) apre le porte al pop ed allúso di sintetizzatori.pur mantenendo le sue radici profondamente ancorate al rock and roll classico americano.

 

Altro unicum del disco, la presenza contemporaneamente di almeno una decina di hit assolute. Oltre alla title track Born in the USA (che tra l´altro fu registrata in acustico per il 33, Nebraska) e che apre il disco, il 33 raccoglie pezzi come Glory Days, My Hometown, I´m on Fire, No Surrender e (altra chicca “pop“) Dancing in the Dark, che nel video (diretto da Brian de Palma) il Boss balla insieme ad una giovanissima Courtney Cox. Si… proprio quella di Friends!

Sopraffatto da tanta bellezza, e sulle note e le parole piene di rabbia e disperazione del Boss:

…Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I’m ten years burnin’ down the road
Nowhere to run, ain’t got nowhere to go
Born in the USA
I was born in the USA…

Passo a te la palla, Nicola….“

N: “Se ricorri all’aiuto del Boss del rock, caro Paolo, mi costringi a rispondere con… il Sultano dello swing, ovvero Mark Knopfler, leader indiscusso dei Dire Straits che nel settembre 1982 pubblicarono un album cruciale nella discografia del gruppo, Love Over Gold, ponte ideale fra Making Movies del 1980, primo grande successo commerciale e il pluri disco di platino Brothers In Arms del 1985, che, con oltre 30 milioni di copie vendute, è uno dei dischi più venduti nella storia della musica.

La copertina con la foto di un fulmine che squarcia un cielo notturno saturo di blu e viola, tagliando anche visivamente l’immagine è un manifesto programmatico indicativo dell’energia essenziale e primordiale della musica di questo disco, composto da soli 5 lunghi brani (il più breve supera i 5 minuti).

Love Over Gold è spesso considerato dai fan dei Dire Straits un album controverso o quanto meno di transizione, perché abbandona la formula che aveva dato il successo commerciale al gruppo, fatta di morbide ballate ispirate al sound di J.J. Cale, un rock-blues melodico, in cui domina il suono del superbo fingerpicking elettrico di Knopfler sulla sua Stratocaster, per avventurarsi su terreni che mischiano in maniera originale le radici blues e country dei primi album con venature progressive, arpeggi acustici di derivazione classica e lievi contrappunti jazzistici, segnati dal suono del vibrafono e della marimba.

Si comincia con Telegraph Road ed è una dichiarazione di intenti: un brano epico di oltre 14 minuti che racconta una grande storia americana di conquista del territorio e che si sviluppa lungo la “strada del telegrafo”, con un incredibile crescendo finale in cui la batteria di Withers rincorre su sentieri sempre più perigliosi la chitarra di Knopfler, assecondata dal pianismo quasi boogie di Alan Clark.
Cambio totale di atmosfere con una Private Investigations, costruita come un romanzo noir di Raymond Chandler e scandita dalla chitarra classica che duetta con il piano e il vibrafono, con un mood che flirta con il progressive colto, senza mai abbandonarsi ai manierismi. Il lato B si apre con Industrial Disease dove a condurre le danze è la vivace melodia dell’organo Vox Continental di Clark che sembra uscito da un pezzo garage beat della California anni 60, quasi ad addolcire la forte denuncia anticapitalistica del brano Philosophy is useless, theology is worse. History boils over, there’s an economic freeze. Sociologists invent words that mean ‘industrial disease’.

Segue la title track che prosegue sulla scia delle sperimentazioni di Private Investigations con una ballata dominata dal dialogo fra piano e chitarra acustica, che si disperde nella coda finale al vibrafono. Si chiude con una roots ballad di sapore southern rock, It Never Rains che rimanda al Clapton di Derek & The Dominos o a J.J. Cale con un grande assolo finale di Knopfler venato di jazz.

Un disco bellissimo per la sua inventiva, per la voglia di sperimentare al di là dei diktat delle charts (eppure Private Investigations, nonostante la sua atipicità, ebbe un buon successo come singolo), per le sonorità decise e senza compromessi, la risposta più consona al Born in the USA, invocato da Paolo.

“Ti aspetto con la tua ultima giocata, amico mio”

P: “Effettivamente… è arrivato il turno della mia ultima carta.
Un pó come accade quando si calcia l´ultimo rigore, quello che spesso decide le sorti di un incontro, occorre ora dimenticarsi degli schemi di gioco, delle tattiche, ed affidarsi, parafrasando De Gregori, al coraggio ed alla fantasia.
Eccola quindi la mia ultima carta; fatta di coraggio e di fantasia! Ed un pizzico di sana follia.

Un giorno Winson Churchill ebbe a dire: ´non parlatemi di tradizioni della Marina. Non sono altro che rum, sodomia e colpi di frusta´…
Fu proprio ispirandosi a questa frase che il batterista Andrew Ranken affermò che la frase dello statista di Sua Maestá di fatto riassumeva la vita della band: “Rum, Sodomy and the Lash!“

Per il loro secondo studio album il gruppo irlandese The Pogues ha scelto una immagine dissacrante. Come la loro musica, come i loro testi, come il nome della loro band e, di fatto, come la loro stessa vita.
Un dipinto di Theodore Gericault, conservato al muiseo del Louvre. Si tratta della Zattera della Medusa. Sopra la quale hanno “appiccicato“ le loro facce!
Un dipinto dalla storia interessante, che vale la pena raccontare brevemente: il naufragio della fregata francese Méduse al largo delle coste della Mauritania. Naufragio dovuto alle negligenze ed alle decisione affrettate del comandante, che non navigava da piú di 25 anni, e che non aveva buona conoscenza di quelle acque.
Negligenze e decisione affrettate. Insomma… la storia dei Pogues!
E soprattutto la storia del suo frontman, leader ed anima del gruppo, Shane MacGowan. Il vero comandante del Méduse. O per meglio dire, del gruppo The Pogues (abbreviazione di ´Pogue Mahone´ Espressione cara al popolo irlandese e che tradotto dal gelico significa piú o meno: ´kiss my arse´!).
Prodotto da un altro gigante della musica, Elvis Costello, il disco é una raccolta di melodie tradizionali irlandesi, new wave e folk punk celtico.
Oscillando tra l´energia punk di Sick Bed of Cuchulainn e l´anima romantica di A Pair of Brown Eyes

the only thing that I could see
Was a pair of brown eyes that was looking at me
But when we got back labeled parts one to three
There was no pair of brown eyes waiting for me

E poi tonnellate di struggente malinconia, profondamente irlandese, delle ballate tradizionali; quelle di Sally MacLeanne e di I am a Man you don´t meet everyday.
E poi ancora una versione struggente, una delle piú belle di sempre, graffiata da una amornica a bocca e dalle corde vocali ancora (quasi) intatte di Shane, di Dirty Old Town.

I met my love by the gas works wall
Dreamed a dream by the old canal
I kissed my girl by the factory wall
Dirty old town

Mentre aspetto la tua ultima carta, caro Nicola, ne aprofitto per riascoltami l´ottava traccia del disco. Una ballata tradizionale, questa peró non irlandese, omaggio dei Pogues ad un Robin Hood americano, Jessie James:

Jesse James we understand
Has killed many a man
He robbed the Union trains
He stole from the rich and gave to the poor“

N: “Chapeau, mon ami!
Mobilitare il meticciato folk-punk irlandese dei Pogues, con sonorità così apparentemente distanti dallo Zeitgeist degli anni 80 per chiudere a tuo favore la partita, mi sembra una geniale quanto classica mossa del cavallo.
A questo punto, per rimanere in ambito scacchistico, devo muovere… la Regina e faccio scendere in campo una delle band più rappresentative ed influenti (anche per le generazioni a venire) del periodo, The Smiths con The Queen Is Dead del 1986.
The Smiths, nome che vuole evocare la loro assoluta (ma solo apparente) normalità British, vengono da Manchester e, in teoria, vorrebbero fare del ‘semplice’ guitar pop.

Il gruppo è composto da due musicisti di grande qualità, il bassista Andy Rourke e il batterista Mike Joyce, che garantiscono una sezione ritmica granitica e inossidabile, e due geni, il chitarrista Johnny Marr, cultore di un suono fortemente radicato negli anni 60 che si situa fra gli arpeggi jingle-jangle dei Byrds, le distorsioni acide dei Velvet Underground e gli acquerelli dei Kinks del periodo flower power, e il cantante Morrissey, uno dei più grandi songwriter inglesi, influenzato da Paul McCartney, così come da Ray Davies dei Kinks, raffinato cultore di poesia e letteratura, cinefilo appassionato, dotato di una scrittura fervida ed immaginifica che sa cogliere in bozzetti ironici o malinconici i vizi della società inglese e le debolezze dell’animo umano.

The Queen is Dead è il loro terzo e penultimo lavoro ed è un disco epocale, politico, suo malgrado, che denuncia le falle sociali e morali della Gran Bretagna thatcheriana (il titolo originario dell’album avrebbe dovuto essere Margaret on the Guillotine…), nonostante la volontà di rifuggire dall’impegno ‘militante’ dei coevi Style Council o Communards, molto più apertamente schierati contro, sia pure in maniera più convenzionale.

Gli Smiths sono ‘contro’ a modo loro, sì come gente ‘normale’, ma in maniera non meno dirompente, come dichiarano già dalla copertina che riprende un Alain Delon morente dal film film noir L’insoumis (Il ribelle di Algeri) del 1965, virato rigorosamente in British Green con i titoli a contrasto in un rosa fluo tipicamente Eighties.

Difficile scegliere fra i 10 brani del disco prodotto dagli stessi Smiths con il supporto di Stephen Street (che sarà poi, qualche anno dopo, il produttore dietro i successi di Blur e Cranberries). Il suono è ricco, articolato su trame musicali differenti che esplorano tutto l’arco delle possibilità del guitar pop su cui la voce di Morrissey sembra come galleggiare perfettamente integrata, spaziando dall’invocazione addolorata (I know it’s over) all’ironia colta (Frankly, Mr. Shankly) al lirismo evocativo (There is a light that never goes out). La title track apre l’album con i suoi oltre 6 minuti di ritmica martellante a supportare poderose accelerazioni chitarristiche con il wah-wah in evidenza e il canto di Morrissey che recita la sua invettiva contro la Regina e la monarchia, mentre risuona insistente fino al fade out conclusivo il ritornello ‘Life is very long when you are lonely´.

Fra le tante perle dell’album, va ricordata la delicata Cemetry Gates con un andamento vagamente country che sembra essere uscita da un album dei R.E.M. di quel periodo e infarcita di citazioni e riferimenti letterari, i due singoli Bigmouth Strikes Again (con Morrissey che grazie ad un armonizzatore aumenta di un’ottava il tono della propria voce e la utilizza come backing vocal accreditandosi come Ann Coates) e The Boy with the Thorn in his Side, ma una menzione speciale merita l’elegiaca There is a light that never goes out, una struggente canzone d’amore inconfessato e speranza, costruita su una linea di chitarra acustica con chiare reminiscenze Sixties e un testo malinconico in cui anche la morte diventa un’esperienza celestiale se vissuta insieme alla persona amata

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure, the privilege is mine

Un album perfetto che, oltre al grosso successo commerciale registrato al momento dell’uscita, ha continuato ad appassionare gli ascoltatori e ad influenzare generazioni di musicisti a venire diventando il vero e proprio manifesto del Brit-Pop, un classico, capace di trascendere la propria epoca.“

P: “A questo punto cala il sipario sulla nostra partita e non ci resta, caro Nicola, che contare i punti!
Per farlo, ti propongo un duello carta contro carta! Come una specie di Disfida di Barletta nella quale i cavalieri, cioè le carte, si sfidano a singolar tenzone, una ad una, in una giostra medievale!

N: “E sia!“

P: “La prima sfida: Closer dei Joy Division contro la Voce del Padrone di Battiato.
Io voto il cantautore artista siciliano. Tu? “

N : “Ça va sans dire. Battiato ha fatto la storia“

P: “ok. 0-1 per te.
La seconda gara del torneo: War degli U2 contro Synchronicity dei Police.
Beh.. io qui direi, di pancia, Irlanda. “

N: “Sono due album epocali in modi diversi. Per me si equivalgono.“

P: “Trés bien…un punto ciascuno. Ma sei ancora in vantaggio tu per 2 a 1.
E´il turno del terzo duello: Purple Rain contro Avalon.
Uhmm.. Intravedo aria di pareggio“.

N: “Devo essere onesto il Principe di Minneapolis è superiore ai raffinati dandy inglesi. Siamo 3 a 3“.

P: “Una lezione di stile! Ma non c´è tempo per i salamelecchi. Siamo giunti alla quarta disfida: Springsteen contro i Dire Straits.
Nonostante il ´botteghino´ possa incoronare il Boss, io dico Dire Straits.
Per me è 3-4 a tuo favore. “

N: “Non posso che essere d’accordo“.

P: “Rullino i tamburi per l´ingresso dei quinti ed ultimi cavalieri. Un´altra sfida Irlanda Inghilterra. Pogues contro Smiths.
Se questa fosse una partita di rubgy, sport caro ad entrambi i paesi, secondo me, vincerebbero gli abitanti dell´Isola di Smeraldo. Con un drop dell’ala irlandese all’ultimo minuto!
Immaginando, poi, da lassú, il ghigno beffardo ed un pó sdentato di Shane MacGowan! Che solleva una pinta di Guinness per celebrare il 4 a 4.“

N: “Amen. Per noi è pareggio!
Ai nostri pazienti lettori, la inappellabile decisione finale! “

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