Home Musica I Tears for Fears e la mia prima volta

I Tears for Fears e la mia prima volta

278
Tears for Fears

Dopo un lungo lavoro ai fianchi culminato in intero inverno di pressing, nel 1989 riuscii a convincere i miei a pensionare il mangianastri AM/FM e a comprare uno stereo come si deve.

Nonostante aspirassi a un Pioneer o un Sony, l’unico stereo come si deve che si rivelò ragionevolmente prezzato fu un Sanyo a componenti integrati, che costava comunque quanto uno stipendio (la qualità mostruosa del Made in Japan di allora era anche mostruosamente più costosa rispetto al Made in China di oggi). Ricordo che il negoziante mise su “Vogue” di Madonna a tutto volume, facendo tremare cose in me che non sapevo di avere, quindi mi disse: “Con questo ci fai anche le serate in un ballabile”.

Uno stereo anni 80 Sanyo
Uno stereo anni 80 Sanyo

Non gestendo locali notturni, la cosa mi impressionò fino lì. Per me contava molto di più che il Sanyo fosse al culmine della modernità: telecomando, subwoofer per i bassi, doppia piastra per le cassette e soprattutto un lettore CD. Ahhh. Finalmente il laser usciva dal mondo dei cartoni animati giapponesi per entrare in casa mia. E ora che avevo il Sanyo e il suo lettore CD, per godere delle delizie della musica digitale mi mancava solo un dettaglio: i CD.

Essendo in piena adolescenza ero pieno di interrogativi sulla mia identità; e non avendo risposte generali, cercavo di sopperire iniziando da domande parziali: ad esempio, qual era la mia identità musicale? Ero un madonnaro o un metallaro? New wave o melodico italiano? Spandau o Duran Duran? (Sì, questa è una sotto-sotto-domanda, ma da qualche parte bisognava pur partire).

Così, sebbene in quegli anni non mancassero le opzioni – Madonna, Michael Jackson e Springsteeen dagli USA; tutta la new wave e il new romantic britannici; in Irlanda il miglior periodo degli U2; dall’Australia gli INXS, in Italia Vasco Ramazzotti e Zucchero; e hard rock a volontà da ogni dove – mi diedi da fare per coltivare la mia individualità scegliendo un gruppo che nessuno dei miei amici già seguisse, anche perché così facendo ci saremmo potuti scambiare le cassette duplicate.

Ci misi praticamente tutta l’estate, e a fine luglio optai per “The Seeds of Love” dei Tears for Fears, un album abbastanza esotico trainato dal singolo “Sowing the Seeds of Love”, che era rimasto in classifica e in rotazione continua per mille settimane e che mi sembrava abbastanza strano e sofisticato da promettere un radioso futuro alla band. Quando poi vidi il video del successivo “Woman In Chains”, con la storia d’amore tra un pugile e una ballerina, estrassi la spada dalla roccia (in quel periodo stravedevo per la boxe) e mi risolsi a investire le 27.000 (ventisettemila) lire per l’acquisto del primo CD che fece il suo ingresso nel mio salotto.

Il CD riprendeva il motivo del video, un caleidoscopio surrealista con un’estetica tra il barocco e il George Meliès, e valeva il prezzo e l’ascolto. Aveva alcun effetti sonori atipici per l’epoca, come uno scroscio di pioggia, che il campionamento digitale e il laser mi raccontavano con un realismo da pelle d’oca. Iniziai a pensare che Roland Orzabal, chitarrista e compositore, fosse un genio, supportato da un onesto comprimario (il bassista Curt Smith) un po’ come George Michael con Andrew Ridgley o Batman con Robin.

Ascoltai l’album fino a consumarlo (anche perché rimase per mesi il mio unico CD), e nell’inverno successivo scoprii che prima di “The Seeds of Love” i Tears avevano pubblicato un altro album, “Songs from the Big Chair”, contenente “Shout“, un’altra hit internazionale che mi rese doppiamente orgoglioso del mio acquisto, e la bellissima “Everybody Wants to Rule the World”.

“The Seeds of Love” era in realtà il terzo album di Orzabal e Smith. Oggi è facile dirlo, ma all’epoca o eri abbonato a The Melody Maker o la storia dei gruppi stranieri era avvolta nel mistero. Comunque i due si erano conosciuti da ragazzi, a Bath, e avevano fatto strada insieme formando e sciogliendo gruppi dai nomi bizzarri, tutti più o meno a tema psicologico (“Tears for Fears”, ovvero lacrime di paura, fa riferimento alle teorie psicoanalitiche di Arthur Janov) come del resto molte loro canzoni, a partire da “Shout” e “Everybody Wants to Rule the World”.

Trovano la loro strada con un mix tra post-punk e new wave, e soprattutto grazie alla raffinata scrittura di Orzabal, che mi aveva fatto innamorare di “Sowing the Seeds of Love”, una canzone costruita come un pezzo di musica sacra seicentesca, con un tema, un controtema e una ripresa. Era anche una canzone lunghissima: 6 minuti, quasi il doppio di un normale pezzo pop, mentre “Woman in Chains” raggiungeva addirittura i 6:30. Si parlò molto della lunghezza dei pezzi dei Tears, e i musicologi si interrogarono se non si stesse tornando a canzoni più lunghe e complesse. Invece non si stava tornando a un bel niente, perché il decennio successivo sarebbe stato quello della dance e quello dopo il decennio del rap; ma tant’è, di previsioni sballate è pieno il mondo.

Quello che era destinato a rimanere lungo e farragginoso era il modo di lavorare di Orzabal e Smith, che furono bravissimi a pasticciare cambiando casa discografica, litigando fra di loro e con altri gruppi e in generale sciupando il successo che avevano avuto. “The Seeds of Love” era una mega-produzione costata oltre un milione di sterline, che li costrinse per ripagare la casa discografica a un estenuante tour (5 tappe solo in Italia) il quale a sua volta minò i rapporti tra i due. Appena trentenni, dopo aver cavalcato gli anni Ottanta i Tears passarono tutti i Novanta a litigare a distanza, con Orzabal impegnato a tenere vivo il nome del gruppo attraverso partner e formazioni alternativi, con scarso successo e continuando a combinare guai gestionali.

Nel 2001 i due si ritrovarono per combinazione, iniziarono a parlare e finalmente si riappacificarono. Ne nacque un album che prevedibilmente si chiamava “Everybody Loves an Happy Ending“, uscito nel 2004 che a quanto pare “nobody loved”: ci spiace, ragazzi. Roland & Curt hanno continuato a vendere molto di più le continue ristampe, edizioni speciali e greatest hits che periodicamente le case lanciano sul mercato, segno che anche a molti anni di distanza dal periodo d’oro dei Tears for Fears resiste immutato l’affetto dei fan.

Tra i quali peraltro non penso di potermi più annoverare. Continuo ad apprezzare il mio “The Seeds of Love”, ma negli anni Novanta ho preso una direzione musicale decisamente diversa, stabilendo finalmente che la mia identità musicale non era new wave ma un’altra cosa.

Comunque alla fine fui contento. Sebbene nessuno dei miei amici abbia voluto la cassetta di “The Seeds of Love” che orgogliosamente proponevo a tutti, quell’album rimane a mio avviso un capolavoro (o quanto meno un buon album con tre singoli capolavoro: “Sowing the Seeds of Love”, “Woman in Chains” e “Advice for the Young at Heart”).

Negli anni molteplici sono stati gli omaggi di altri artisti ai Tears for Fears, basti pensare alle tante versioni di “Mad World” delle quali la più famosa quella di Gary Jules (colonna sonora per il film Donnie Darko) o al recente campionamento di “Pale Shelter” nel brano “Secrets” di “The Weeknd“.

Orzabal e Smith continuano intanto il loro sodalizio e pare che siano ancora in studio a registrare nuove canzoni: la speranza che esca qualche altro capolavoro, quindi, resta viva.